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Esplosioni, furiosi attacchi e migliaia di perdite: ecco i Denti del Pasubio, dove italiani e austriaci si fronteggiavano a 50 metri di distanza

L’itinerario che descriviamo questa volta nella rubrica “Camminando nella Grande Guerra”, in collaborazione con il Museo della Guerra di Rovereto, percorre dei luoghi molto noti del fronte italo-austriaco. Sui Denti del Pasubio, distanti 50 metri l’uno dall’altro, italiani e austriaci si batterono in tremende quanto inutili battaglie che lasciarono sul terreno migliaia di morti, fra infruttuosi attacchi ed enormi esplosioni

Credits to Museo della Guerra
Di Davide Leveghi - 12 agosto 2022 - 15:45

TRAMBILENO. Lungo e impegnativo, il percorso che da Malga Cheserle (1402 metri di quota) porta ai Denti del Pasubio (2203 il Dente austriaco, 2220 il Dente italiano, 2231 cima Palon) fa immergere gli escursionisti in uno degli scenari più celebri della Grande Guerra in Trentino. Qui, infatti, si combatterono alcune delle battaglie più sanguinose del fronte trentino-tirolese, con i soldati dei due schieramenti impegnati in estenuanti scontri - letteralmente a pochi passi gli uni dagli altri.

 

Non c’è che qualche metro, infatti, fra i Denti che dominano il massiccio del Pasubio. Qui italiani e austro-ungarici si contesero palmo per palmo ogni centimetro delle brulle cime, sfiancandosi in attacchi umanamente costosi ma sostanzialmente inefficaci; non si risparmiarono, nemmeno, nel tremendo scontro della guerra di mine (QUI un approfondimento) – una decina furono quelle fatte esplodere, cinque per parte, dal settembre del ’17 al marzo del ’18.

 

 

Prima di calarci nel percorso e nel contesto storico in cui si inserisce, tuttavia, è bene offrire ai lettori – ed eventuali escursionisti – i dati tecnici utili a affrontare in sicurezza questo aspro ma suggestivo itinerario. Tanti sono infatti i sentieri che percorrono il massiccio del Pasubio, incrociando percorsi e storie di una terra a cavallo fra Trentino e Veneto. Parcheggiata l’auto a malga Cheserle, raggiungibile da Giazzera (Comune di Trambileno), la salita ai Denti presenta tratti boscosi e freschi come pietrosi ed esposti al sole.

 

Essendo un itinerario percorribile solo in estate, il consiglio è dunque, nel tratto finale, di evitare la canicola. Dal grande pianoro che comincia al rifugio Lancia, infatti, la strada che sale verso il Piccolo Roite e i Denti gradualmente lascia spazio a una vegetazione sempre più bassa e diradata, aprendo all’escursionista, nei tratti più alti, un paesaggio lunare. Per percorrere gli oltre 1000 metri di dislivello, inoltre, il tempo richiesto non è poco: da malga Cheserle al rifugio Generale Achille Papa (1928 metri di quota) - meta finale anche della straordinaria Strada delle 52 gallerie (QUI l’articolo) – la percorrenza è di circa 8 ore.

 

Molto tempo – per chi lo volesse dedicare – si può spendere nella zona sacra del Pasubio, dove le testimonianze del passaggio della guerra si mescolano alle sue memorie, passate attraverso le diverse fasi storiche che dal primo dopoguerra italiano portano fino a oggi. Un’ultima nota, infine, va fatta sulla difficoltà: questo itinerario, seppur senza particolari problematicità tecniche o tratti attrezzati, richiede allenamento e impegno.

 

Riguardo alle coordinate storiche che hanno reso famosi questi luoghi è necessario fare un passo indietro al 1915, anno della dichiarazione italiana di guerra all’Austria-Ungheria. A soli tre giorni dell’avvio delle ostilità, l’intero massiccio del Pasubio veniva occupato dalle truppe del Regio esercito, avanzate fino alle porte di Rovereto dopo la ritirata strategica del nemico fino alla Tiroler Widerstandlinie, la “linea di resistenza tirolese”. Per circa un anno, questa posizione rimase sostanzialmente invariata; fu nella primavera del 1916, con l’offensiva lanciata dal capo di stato maggiore dell’Imperial-regio esercito Conrad von Hötzendorf (QUI un approfondimento), che la situazione mutò.

 

 

Avanzati rapidamente fino al Col Santo, avvicinatisi al passo della Borcola, durante l’offensiva gli imperiali riconquistavano buona parte del massiccio. Il 20 maggio 1916, con un attacco della 10ª brigata di montagna si stabilivano sulla sommità di quello che sarebbe divenuto celebre come il “Dente austriaco” - sulla vicenda dei due Denti e della zona circostante torneremo più avanti. Da qui, negli anni a venire, la contesa per il controllo della cima del massiccio consumò energie, risorse e vite (a migliaia), senza che effettivamente vi fossero degli sviluppi.

 

Le condizioni della guerra sul Pasubio – tra le più terribili in montagna – furono infatti tremende, fra estenuanti quanto inutili assalti, gigantesche esplosioni, continui bombardamenti, grandi nevicate, temperature che in inverno scendevano fino ai 35º sottozero, frane e valanghe. Non è un caso quindi che questo settore del fronte italo-austriaco sia stato ampiamente raccontato nella diaristica e nella memorialistica di chi in quei luoghi vi ha combattuto.

 

 

Saliti in circa un’ora da malga Cheserle al rifugio Vincenzo Lancia-Alpe Pozza (1825 metri di quota) lungo il sentiero 101, per raggiungere i luoghi in questione è necessario imboccare sulla destra il segnavia 102 fino alla Bocchetta delle Corde (1900 metri di quota). Da qui, sulla destra, si può vedere il Monte Testo (QUI l’articolo), al di là del quale si scende fino alla Bocchetta Foxi e al Corno Battisti (QUI l’articolo). Numerosi resti di trincea stanno a testimoniare lo scontro bellico.

 

 

Dalla Bocchetta delle Corde, lasciato il sentiero 102, si procede per il 105 (coincidente con l’E5 europeo e il Sentiero della Pace), con un panorama che finalmente si apre sulle valli e montagne circostanti. Da questo momento, infatti, la vista può spaziare sulla sottostante Vallarsa, sulle Piccole Dolomiti, la dorsale dello Zugna (QUI e QUI degli articoli) e sul gruppo del Carega. Il paesaggio, dai mughi che ricoprono questo ultimo tratto di percorso, muta gradualmente lasciando spazio a immense pietraie, profondamente trasformate dal passaggio del conflitto. Gallerie, trincee, postazioni, crateri di esplosioni raccontano visivamente quanto accaduto un secolo fa.

 

 

Il sentiero 105 sale il Piccolo Roite arrivando alla sella (2087 metri di quota) e da qui affronta la salita al Dente austriaco. Qui, di fronte all’occhio dell’escursionista, si apre un primo sguardo sulla memoria del conflitto, fra croci, bandiere, lapidi e cippi commemorativi. Roccione dalla forma squadrata, lungo poco più di 200 metri e largo 80, il Dente austriaco fu come detto occupato dalle truppe imperiali della 10ª brigata da montagna austriaca il 20 maggio 1916, nell’ambito dell’erroneamente denominata “Spedizione punitiva”. Da quel momento, questa sommità divenne la più importante posizione imperiale sul Pasubio, in possesso dei reparti austro-ungarici fino alla conclusione del conflitto, nel novembre 1918.

 

Oggetto del contrattacco italiano nel corso dell’autunno di quell’anno, il Dente fu presidiato e difeso tenacemente dal 1º reggimento Kaiserjäger, che respinse gli attacchi degli alpini e dei fanti della brigata Liguria. In soli 11 giorni di combattimento, tra il 9 e il 20 ottobre, negli infruttuosi assalti al Dente gli italiani persero circa 8000 soldati, di cui 4370 morti – le perdite austriache ammontarono a 3492 uomini. Da quel momento, in virtù anche delle forti nevicate dell’inverno, il settore del fronte rimase immutato. Trasformato in una fortezza sotto la guida del colonnello brigadiere Ellison, il Dente austriaco fu in grado di offrire non solo una decisiva funzione difensiva: fu infatti, al tempo stesso, postazione d’artiglieria non indifferente per azioni di fuoco fiancheggianti sulla sella antistante e verso il Cosmagnon da una parte e il Sette Croci dall’altra.

 

 

Qui gli austriaci costruirono, oltre a 6 postazioni per pezzi d’artiglieria, anche 10 postazioni per mitragliatrice, disposte su due differenti piani. Camminamenti e trincee ne attraversavano i lembi della sommità, contando su 18 lanciabombe, 12 lanciagranate, 4 lanciafiamme, 3 cannoni da 75 millimetri e 2 da 37, oltre a 10 postazioni di mitragliatrice. Anche le viscere del Dente “brulicavano” di vita, con cisterne d’acqua potabile, sale macchine e di controllo, centrali telefoniche e impianti di ventilazione, oltre ovviamente a caverne di ricovero per il personale e i soldati.

 

Proprio dall’ultima trincea, al fondo della quale si trova una galleria di ricovero, si apre – a soli 50 metri di distanza – lo sguardo sul Dente italiano, profondamente trasformato dall’esplosione dell’ultima grande mina austriaca, il 13 marzo 1918. Prima di passare a descriverlo, un momento merita un breve delineamento proprio di uno dei principali fenomeni bellici che hanno concorso a rendere tanto celebre il Pasubio: la guerra di mine.

 

Figura di grande importanza per questa vicenda è quella del comandante Otto Ellison, che dà il nome ad una delle prime gallerie di mina che si trovano nel percorso. Sotto il suo comando, nel novembre del 1916, si avviarono infatti i lavori per minare il Dente italiano, facendo esplodere la montagna sotto i piedi delle truppe regie. La struttura dei Denti, la grande prossimità e gli attacchi infruttuosi spinsero infatti a ingegnarsi per trovare soluzioni in grado di sbloccare l’impasse.

 

 

A colpire per primi furono gli austriaci. Dopo una prima mina scoppiata il 29 settembre 1917, però, furono altre nove le esplosioni che sconvolsero la zona, di cui 5 provocate dagli italiani. L’ultima fu quella più celebre: il 13 marzo 1918 50mila chili esplosivo furono divisi in due camere di scoppio e accese da circa 200 micce predisposte dai soldati imperiali. Alle 5.27 del mattino vennero accese, provocando una deflagrazione colossale con fiamme alte fino a 30 metri, 30 esplosioni di gas e una enorme frana, tutt’ora visibile (e percorribile) nella salita al Dente italiano.

 

L’effetto fu talmente dirompente da travolgere perfino gli artefici: le fiamme, infatti, ripercorsero a ritroso la galleria Ellison, che dal cuore del Dente austriaco penetrava per 270 metri di lunghezza fino alla parte nord del Dente italiano. 2 ufficiali e 13 soldati furono investiti dalle lingue di fuoco, che ne uccisero 3 e ferirono gravemente gli altri, fra ustioni e intossicazioni. Le perdite italiane furono però ben più consistenti: 54 morti e 23 feriti. Il bilancio complessivo di questo tragico quanto inconcludente scontro, durato 17 mesi, fu di 112 caduti italiani e 29 austriaci.

 

 

Lasciato dietro alle proprie spalle il Dente austriaco, si risale come detto per la grande frana provocata dall’esplosione del marzo ’18, arrivando così alla sommità del Dente italiano. Ultimo baluardo all’Offensiva imperiale della primavera del ’16, questa cima fu occupata dai fanti del III battaglione del 218º reggimento della brigata Volturno nelle prime ore del 19 maggio. Saliti precipitosamente per la strada degli Scarubbi, principale via d’accesso italiana alla sommità del Pasubio almeno fino alla costruzione della Strada delle 52 gallerie – realizzata proprio per evitare i pericoli della mulattiera, su tutti il tiro d’artiglieria nemico – questi soldati furono i primi a opporsi all’avanzata austriaca, giunta su quello che sarebbe divenuto dal giorno dopo il Dente austriaco.

 

Posizione chiave di tutto il fronte italiano sul Pasubio, il Dente fu trasformato dal Genio in un vero e proprio “formicaio”, che oltre a una cittadella sotterranea poteva contare su numerosi servizi, dall’illuminazione ai depositi viveri e d’acqua. Una galleria circolare, costruita nella primavera del ’17 nella parte alta, permetteva coi suoi sbocchi di presidiare la posizione grazie a postazioni d’armi automatiche e pezzi d’artiglieria. Oltre a questa, una grande rete di gallerie consentiva il passaggio delle truppe, provenienti dalla vicina cima Palon, mentre nella parte bassa, a partire dal luglio ’17, alacri furono i lavori per la costruzione di gallerie di contromina utili a opporsi all’avanzata delle gallerie austriache.

 

 

Il Dente italiano, da parte sua, era armato con 5 mitragliatrici, 2 bocche da fuoco d’artiglieria e un lanciafiamme, integrati a loro volta con 12 postazioni d’artiglieria sul vicino Palon e sul Cogolo Alto. Gli uomini che vi potevano trovare posto erano circa 500. Caverne, croci e pannelli punteggiano il percorso, che con una scala in pietra scende verso cima Palon.

 

Il collegamento con questa porta alla selletta Damaggio, piccola depressione che prende il nome dal tenente Salvatore Damaggio, protagonista coi suoi uomini, il 2 luglio del ’16, di una caparbia difesa in grado di frenare l’attacco austriaco. Questa battaglia, costata oltre 2500 perdite italiane (fra morti, feriti e dispersi) e quasi 600 imperiali, è ogni anno ricordata in una cerimonia all’Ossario del Pasubio. Una galleria che dalla base del Palon raggiunge la cima prende invece il nome di Achille Papa, celebre generale che combatté in questi luoghi e morì nell’ottobre ’17 sull’Altopiano della Bainsizza, nel fronte carsico.

 

Saliti su cima Palon, punto più alto dell’intero massiccio, entriamo invece nel fulcro principale di tutta la linea difensiva italiana sul Pasubio. Occupata il 18 maggio del ’16 nel corso dell’offensiva austriaca, divenne una vera e propria fortezza interrata, vista anche la grande esposizione all’artiglieria nemica. Lungo la galleria Papa, larga 3 metri e alta 2, trovavano ricovero circa 250 uomini, oltre a cannoni, mitragliatrici, lanciafiamme, centrali telefoniche e posti di medicazione.

 

Da cima Palon il sentiero prosegue scendendo verso il rifugio. Diversi sono però i luoghi legati al conflitto in cui ci si imbatte. Il primo è il Cogolo Alto (2150 metri di quota), luogo dove alloggiavano le truppe di rincalzo in caso di attacco al Dente italiano. Qui, come testimoniato da un edificio in muratura in piedi ma diroccato, si trovava un vero e proprio “villaggio”, che prese il nome dal colonnello che lo fece costruire, Pierangelo Marchisio.

 

 

Raggiunto il rifugio Papa, una strada battuta permette di imbucare una via alternativa di ritorno. Il segnavia 120 porta infatti al rifugio Lancia attraversando innanzitutto la zona sacra, per poi scendere mantenendosi sulla destre delle diverse cime del massiccio. Avvicinatisi alla zona sacra, ci si imbatte nell’arco romano che sovrasta il cimitero della brigata Liguria, conosciuto anche come “Da qui non si passa”.

 

L’arco, eretto nel 1935 in pietra del Pasubio, ha una simbologia che non inganna: due grandi fasci littori fanno immediatamente intendere all’osservatore in quale epoca sia stato costruito, mentre altisonanti scritte latine celebrano il sacrificio dei soldati italiani caduti in questi luoghi. Costruito per volontà del Comune di Schio, fu inaugurato alla presenza di numerosi ex combattenti, delle autorità militari e civili e del generale Guglielmo Pecori Giraldi, comandante durante la guerra della I armata, disposta proprio lungo il fronte trentino-tirolese.

 

 

Fino al 1928, nel sottostante cimitero a terrazze, riposavano ben 164 soldati, di cui alcuni non identificati. Meta dei pellegrinaggi degli ex combattenti, il cimitero fu denominato “Da qui non si passa” dai reduci vicentini, in onore di un motto coniato dalla brigata Liguria durante la battaglia di Monte Zovetto del giugno 1916. Dal ’28, infine, le salme furono esumate e trasportate dall’altra parte della valle, nell’Ossario del Pasubio.

 

 

Dopo pochi passi si raggiunge ancora la piana della zona sacra, così dichiarata nell’ottobre ’22 da un regio decreto legge perché luogo dove fu registrato un alto numero di vittimeassieme al Pasubio, solo altri tre luoghi sul fronte italo-austriaco hanno ottenuto questa “onorificenza”: il Grappa, il Sabotino e il San Michele. Trenta cippi la delimitano, ognuno con il nome di un reparto o di un medagliato che ivi ha combattuto. All’epoca, segno evidente di una memoria parziale, nella zona sacra non rientrò il Dente austriaco, dove durissimi scontri furono combattuti.

 

Un cippo, nella piana accanto alla chiesetta di Santa Maria, è dedicato alla lotta di Liberazione dal nazifascismo, essendo questo un luogo importante anche per la Resistenza. Proseguiti per un tratto si giunge alla selletta del comando, dove dai resti di una galleria parte un lungo camminamento. Si tratta della selletta Comando (2075 metri), così chiamata per la presenza dei comandi italiani. Vulnerabile perché sotto i costanti tiri dell’artiglieria, la galleria fu dotata di una copertura in cemento. Comincia qui, fra croci e altari dedicati ai caduti, la lunga discesa verso il Lancia e il punto di partenza.

 

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