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| 03 gen 2023 | 19:42

"Smettetela di chiamarli rifugi". Il Cai Alto Adige su "Sommelier in pista" per degustare vini in Alta Badia: "Sono ristoranti. Così si crea confusione nel turista"

Partiranno a gennaio 2023 gli appuntamenti in alcune strutture dell'Alta Badia per la degustazione di "pregiati vini altoatesini". Zanella: "Non ho nulla contro queste iniziative che portano turismo e introiti sul territorio. Ma per rispetto dei rifugisti, chiamate questi locali con il loro vero nome"

di Francesca Cristoforetti

BOLZANO. "E smettetela di chiamarli rifugi". E' chiaro il commento del Cai Alto Adige sull'iniziativa "Sommelier in pista" organizzata dall'Alta Badia che propone degustazioni dei migliori vini dell’Alto Adige lungo le piste da sci, nei rifugi partner Ütia I Tablà, Las Vegas, Rifugio Lé, Tamá, Ütia de Bioch, Ütia Pic Pré, Moritzino e Pic Pré.

 

"Non ho nulla contro queste iniziative che portano turismo e introiti sul territorio - sostiene Carlo Alberto Zanella, presidente del Cai Alto Adige -. Ma per rispetto nei confronti dei rifugisti, chiamate questi locali con il loro vero nome: sono ristoranti a tutti gli effetti, non rifugi".

 

La critica quindi non è diretta alla proposta in sé, (i cui appuntamenti partiranno da gennaio 2023), che prevede di portare gli sciatori, accompagnati da una guida e da un sommelier esperto, da un rifugio all'altro per la degustazione di "pregiati vini altoatesini", quanto invece alla denominazione delle strutture partner.

 

"E' vero che si trovano lungo le piste da sci, quindi in quota - aggiunge -, ma non sono rifugi: con questo nome si intende una struttura volta ad accogliere l'escursionista che cerca un riparo per dormire in montagna. In un secondo momento anche i rifugi si sono adeguati a offrire anche un pasto caldo, ma ricordiamoci che rimane un posto 'spartano'".

 

Negli ultimi anni come più volte è stato sottolineato, il concetto di rifugio è cambiato, diventando una vera e propria meta "dove andare a mangiare", piuttosto che un punto d'appoggio e un luogo di passaggio. "Il problema però è che si creano confusione e false aspettative nel turista se si continua a promuovere questa idea del rifugio-ristorante. Ampliare così tanto la denominazione è chiaramente una questione di marketing, per creare un immaginario più romantico".

 

Tutto questo si riflette sui rifugisti "che gestiscono strutture in zone spesso impervie - conclude il presidente -, affrontano una serie di problematiche, come solo l'approvvigionamento, che li mette a dura prova. E spesso si trovano ad avere a che fare con una clientela 'difficile' e sempre più esigente, le cui richieste spesso non possono essere soddisfatte per mancanza di una 'cultura della montagna'".

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