Uccidere i lupi non serve: “In troppi rifiutano le opere di prevenzione. L’allevamento allo stato brado? Va abbandonato, incompatibile con la presenza dei predatori”
Il ritorno del lupo in Trentino è partito dalla Lessinia e da queste parti alcuni allevatori stanno adottando con successo delle strategie per difendere il bestiame, in troppi però rifiutano cani da guardiania e recinti elettrificati sperando in regole meno stringenti sugli abbattimenti. Gli esperti: “L’unica via percorribile per far coesistere lupo e zootecnia sul territorio è quella dell’utilizzo dei mezzi di prevenzione del danno ma non facciamo ancora abbastanza”

ROVERETO. Novembre 2017: nel corso del suo intervento in aula l’attuale presidente della Provincia di Maurizio Fugatti (all’epoca all’opposizione) definiva una “barzelletta” e una “storiella” il ritorno naturale del lupo in Trentino. Al tempo questa fake news (che comunque circola tutt’ora) era uno degli argomenti a favore di chi voleva abbattere questi grandi carnivori.
Oggi, a quasi 6 anni di distanza (e dopo le scuse di Fugatti), i lupi non hanno ri-colonizzato la sola Lessinia ma hanno raggiunto diverse zone del Trentino spingendosi fino alla val di Sole. Stando agli ultimi dati disponibili (agosto 2022) sul territorio provinciale vivono tra i 120 e i 140 esemplari suddivisi in 26 branchi, benché 15 di questi abbiano un home range che va oltre i confini trentini. Tutto è partito dalla Lessinia, con lo storico branco formato nel 2012 dal maschio Slavc e dalla femmina Giulietta, i due lupi della “storiella” per intendersi. Attraverso la loro discendenza questi due esemplari hanno dato origine a molti branchi, alcuni dei quali sono rimasti più o meno nella stessa zona. Uno di questi è quello formato da Fada e Vajo che nell’ultimo anno hanno dato alla luce 6 nuovi cuccioli.
Ovviamente il ritorno di questi grandi carnivori ha avuto un impatto sulle attività zootecniche. “I lupi – ricordano gli esperti dell’associazione ‘Io non ho paura del lupo’ – hanno presto imparato a predare soprattutto i giovani bovini, bersagli facili e disponibili in abbondanza su tutto il territorio della Lessinia, specialmente nel periodo che va da giugno a ottobre”. Come emerge dal report dell’associazione, durante il 2022, nell’area della Lessinia Veronese si sono verificate 185 predazioni (135 bovini, 4 asini, 1 alpaca e 45 tra pecore e capre) mentre nella parte trentina sono stati attaccati 22 bovini.

Nel corso del 2022 le predazioni sono leggermente diminuite rispetto all’anno precedente ma i numeri restano comunque importanti. A questo punto però, come si legge nel report dell’associazione, si aprono diversi interrogativi “su quanto possa essere ancora sostenibile continuare a gestire i bovini allo stato brado, un tipo di allevamento incompatibile con la presenza dei predatori senza le opportune precauzioni”. È pur vero però che se buona parte degli allevatori restano diffidenti, sia in Veneto che in Trentino non mancano i casi in cui le misure di prevenzione contro le predazioni sono state adottate con successo. Sono almeno cinque le aziende che per salvaguardare il bestiame hanno adottato dei cani da guardiania. “Quasi tutte hanno concluso la stagione con perdite nulle o minime, a testimonianza dell’efficacia dei mezzi di prevenzione”.
Eppure secondo gli esperti “non si è fatto ancora abbastanza per favorire la coesistenza con il lupo”. Se alcuni allevatori hanno iniziato a utilizzare recinti elettrificati e cani da guardiania altri si rifiutano di adottare simili soluzioni (anche quando sono concesse gratuitamente dalla Provincia). Al tempo stesso le opere di prevenzioni presentano dei costi di gestione e non sono applicabili in tutti i contesti, inoltre non va dimenticato che la presenza del pastore resta fondamentale. Proprio per questo però le istituzioni dovrebbero farsi carico di maggiori investimenti nel settore, incentivando l’adozione e la diffusione di queste soluzioni.
Ad ogni modo, non è un mistero che le associazioni di categoria, Coldiretti in prima fila, stiano facendo pressione al Governo per adottare regole meno stringenti in materia di abbattimenti. “Quella dell’eradicazione è una soluzione inapplicabile per molti motivi, naturali, pratici e legislativi”, replicano però gli esperti. In altre parole si tratterebbe di “uno specchietto per allodole che continua ad illudere coloro che si rifiutano a priori di applicare mezzi di prevenzione”. Come se non bastasse non è mai stato dimostrato che gli abbattimenti sui lupi contribuiscano a ridurre il numero di predazioni: “In diversi Paesi europei sono consentiti ma i risultati sperati non arrivano”. D’altra parte anche un singolo evento predatorio può rappresentare un danno importante per un’azienda, così come un singolo lupo può cagionare in determinate condizioni un grave danno alle attività zootecniche.
“Ad oggi – secondo il punto di vista dei ricercatori – l’unica via percorribile per far coesistere lupo e zootecnia sul territorio è quella dell’utilizzo dei mezzi di prevenzione del danno. Crediamo fermamente che sia necessario applicare tutte le soluzioni per ridurre il più possibile l’impatto del lupo sui domestici”. Gli esperti dell’associazione ritengono infine che sia più che mai necessario un cambio di rotta perché la presenza del lupo è ormai stabile da oltre un decennio: “Piaccia o meno questa sarà una costante nella Lessinia del futuro”.














