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Trento
02 febbraio | 06:00

Lupi, "Declassamento atto dovuto ma gestione deve essere intelligente", lo zoologo Apollonio: "I dati di Ispra sembrano sottostimati in alcune zone ma i numeri non dicono tutto"

Marco Apollonio, zoologo dell'Università di Sassari uno tra i massimi esperti a livello nazionale in materia grandi carnivori, sul declassamento del lupo: "Non significa una perdita di importanza di questi animali. Si deve prevedere una gestione intelligente e misurata. Le rimozioni sono operazioni che devono avere una logica. E' fondamentale conoscere le dinamiche di un branco, la localizzazione, i comportamenti per giungere ad una gestione della specie che non sia casuale ma tecnicamente accettabile”

TRENTO. Il declassamento del lupo? E' un aspetto positivo perché significa che le azioni di conservazione della specie hanno portato risultati importanti e hanno evitato la sua estinzione. Un abbassamento di status che non si traduce automaticamente in "caccia libera" ma la gestione deve essere comunque attenta e basarsi sui dati scientifici. A dirlo è Marco Apollonio, zoologo dell'Università di Sassari uno tra i massimi esperti a livello nazionale in materia grandi carnivori.  

 

La modifica della direttiva Habitat disposta a livello europeo l'anno scorso e recepita il 21 gennaio dal governo italiano per declassare il lupo da specie "strettamente protetta" a solo "protetta" è un passo in avanti più per le Regioni a Statuto ordinario che per Trentino e Alto Adige, territori che a conti fatti hanno sempre potuto agire forti dell'autonomia e di leggi provinciali ad hoc in materia grandi carnivori (Qui articolo). La premessa è che non c'è una luce verde alle rimozioni indiscriminate e che gli esemplari non sono cacciabili. Inoltre le Regioni sono chiamate a redigere dei piani di gestione annuali.

 

"Questa decisione è stata presa perché la specie non è più rara", commenta Apollonio. "E' un atto dovuto a livello europeo prima e nazionale poi davanti all'espansione dei lupi. Questo non significa una perdita di importanza di questi animali, anzi dobbiamo evidenziare che le azioni di salvaguardia negli anni hanno funzionato e così è stato raggiunto un risultato assolutamente di rilievo. E' fondamentale però prevedere una gestione intelligente e misurata. Le rimozioni sono operazioni che devono avere una logica: non possiamo permetterci abbattimenti casuali, altrimenti si rischiano danni ambientali e inoltre di raggiungere risultati opposti a quelli sperati". 

 

In generale c'è una maggior flessibilità di gestione ma non una rivoluzione. Non serve più l'autorizzazione del ministero (che invece vale per le regioni ordinarie) ma la richiesta di parere a Ispra resta obbligatoria, seppur non vincolante. 

 

"L'Ispra ricopre un ruolo tecnico e si limita a valutare se gli abbattimenti previsti dalle amministrazioni sono coerenti con il quadro normativo non esprime un giudizio sugli abbattimenti", le parole di Piero Genovesiresponsabile fauna selvatica dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. "Le verifiche attraverso l'acquisizione della documentazione per redigere il parere prendono in considerazione tre paletti: forti danni, misure di prevenzione, e che non venga messa a rischio la specie. La decisione se abbattere o non abbattere è politica e delle istituzioni" (Qui articolo).

 

Anche se il Trentino pensa già a rendere la specie cacciabile, per il momento gli interventi devono essere molto selettivi e sulle soglie indicate da Ispra. In Italia la quota massima ammessa di prelievi in deroga, secondo quanto predisposto dall'Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale, per i lupi è del 5%, dunque tra 100 e 160 lupi su scala nazionale.

 

Dopo una prima ipotesi, una soglia estremamente prudenziale, con ripartizioni locali basate sulle effettive consistenze territoriali che si è basata sul precedente censimento della specie in Italia del 2021 (Per chiarire: nel 2025 il Trentino avrebbe potuto prelevare 3-5 esemplari, l’Alto Adige 1-2, il Piemonte 10-17, l’Emilia-Romagna 9-15, la Toscana 13-22 e così via), questo schema è stato aggiornato con i dati dell'ultimo censimento

 

Un piano realizzato nell'ambito del progetto LifeWolfAlps - con il supporto di Ispra, delle Regioni, delle Province autonome e di numerosissimi enti di primissimo piano - che in ogni caso dispone prelievi mirati, riguardanti esclusivamente animali pericolosi, confidenti o particolarmente dannosi. Ci si è attestati sulla forbice più alta: l'Alto Adige può - in linea teorica - rimuovere 2 esemplari, il Trentino fino a 5 lupi (Qui articolo).

 

"I lupi possono essere  preziosi per un ecosistema e le esperienze maturate anche in Italia lo confermano", aggiunge Apollonio. "Per esempio nella Tenuta di San Rossore, nel Parco Regionale Migliarino, San Rossore, Massaciuccoli, i lupi sono stati decisivi per contenere l'espansione dei daini e in questo specifico contesto non sono mai stati registrati problemi alle attività umane e non ci sono state predazioni di animali domestici. E' chiaro che in altre situazioni si sono verificati problemi anche rilevanti e che quindi le diverse soluzioni non possono che essere specifiche per i diversi contesti". 

 

L'efficacia della rimozione dei lupi non è scontata. Tutti gli studi, anzi, evidenziano che il risultato rischia di non essere esattamente quello atteso quando si agisce in modo casuale e non mirato (Qui articolo). "La gestione dei lupi è assolutamente delicata e i lupi non possono eventualmente essere rimossi a caso", continua Apollonio. "In questo senso il bracconaggio riveste un ruolo molto negativo perché oltre a essere un atto illegale spesso rimuove soggetti non problematici ma che invece svolgono un ruolo chiave negli ecosistemi. Rompere unità sociali strutturate come i branchi di lupo può creare risultati imprevedibili e causare problemi di coesistenza con la attività umane. Per questo si deve puntare sui dati scientifici e sulla conoscenza".

 

E si ritorna sui datiIn Trentino l’ultima stima pubblicata quest’anno indica la presenza di 125 individuipoco più di un terzo in più di quelli di Bolzano. Numeri piuttosto coerenti e non una sorpresa perché la Provincia tra esperienza, report e monitoraggi si può dire che ha il polso della situazione. Poi sono 46 in Friuli - Venezia Giuliaben 211 in Liguria (solo in questo caso però ci sono state alcune difficoltà e la proiezione è modellistica). Ancora 82 in Lombardia464 in Piemonte52 in Valle d'Aosta e 93 in Veneto.

 

Più del doppio degli esemplari insistono quindi nella porzione Centro-Ovest delle Alpi ed entrambi i dati sono comunque in crescita. Per il settore orientale si passa da 266 del 2020/21 a 356 nel 2023/24, mentre per quello occidentale si va da 680 a 768 negli stessi tre anni. Complessivamente la popolazione alpina sale da 946 a 1.124 individui.

 

Ma molti non sono convinti fino in fondo di questi dati (Qui articolo). "E rientro in questo gruppo. C'è disomogeneità di raccolta delle informazioni tra le Regioni Alpine", evidenzia Apollonio. "Ci sono differenze nello sforzo di campionamento fra regioni tali da rendere difficile una comparazione dei dati e poco realistiche le stime fatte in aree campionate con minore intensità. Per esempio credo che in Veneto sia stata sottostimata la presenza dei lupi come evidenziato in un incontro stato regioni da autorevoli rappresentati della amministrazione regionale".

 

Questa considerazione deriva da una comparazione dei dati con una stima  compiuta dalla Provincia di Belluno, con la sua la polizia provinciale e i funzionari insieme alla mia Università.

 

"Abbiamo utilizzato fototrappole su griglie della dimensione media di un home range di un branco determinata radiocollarando diversi branchi di lupi nella provincia", ancora Apollonio. "Sulla base dei dati raccolti abbiamo identificato i branchi ripresi nelle diverse celle e ottenuto un risultato realistico e documentabile”.

 

Un elemento fondamentale di questo censimento è stato "quello di giungere alla individuazione e localizzazione dei branchi, un elemento comune a tutte le nazioni europee che basano le loro strategie di gestione proprio sul numero e la localizzazione dei branchi. I numeri in assoluto non sono funzionali in questo senso perché possono variare velocemente nel tempo e nello spazio mentre i branchi rappresento unità con una localizzazione spaziale stabile ma soprattutto con proprie caratteristiche che ne determinano la eventuale problemeticità. Non è possibile fare una gestione che prescinda dalla conoscenza di queste caratteristiche che peraltro si possono trasmettere a più generazioni determinando la presenza di branchi che non costituiscono alcun problema svolgendo il loro ruolo ecologico (la maggioranza) e branchi che si rivelano problematici  per l’acquisizione di comportamenti come la predazione selettiva su cani o su capi zootecnici.  Non è quindi solo una questione di numeri, ma è fondamentale conoscere le dinamiche di un branco, la localizzazione, i comportamenti per giungere ad una gestione della specie che non sia casuale ma tecnicamente accettabile” conclude Apollonio.

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