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''Il carcere di Trento? Bello ma abbandonato a se stesso''. La visita a Spini dell'esponente radicale Rita Bernardini

L'ex deputata si è recata nella struttura di Spini con il radicale Fabio Valcanover e il presidente dell'Ordine degli avvocati Andrea de Bertolini. "Gravi problemi di manutenzione e detenuti che vivono nell'ozio. Questa non è rieducazione e a rimetterci è l'intera società"

Di Donatello Baldo - 25 gennaio 2018 - 19:10

TRENTO. "E' bello il carcere di Trento, forse uno tra i più belli d'Italia - afferma Rita Bernardini, storica esponente dei Radicali italiani che oggi ha visitato la struttura di Spini - ma il problema lì dentro è la vita dei detenuti, l'ozio, il fatto che non ci sono attività legate alla rieducazione".

 

Nell'ispezione della casa circondariale è stata affiancata dagli avvocati Fabio Valcanover e Andrea de Bertolini, quest'ultimo presidente dell'Ordine. Una visita iniziata a metà mattina che si è conclusa nel pomeriggio, gli incontri con il direttore e con gli agenti di polizia penitenziaria ma anche con i detenuti.

 

La fotografia della situazione del carcere di Trento non fa onore al Trentino delle eccellenze, non è un fiore da portare all'occhiello, un esempio di cui la politica può andare fiera nel confronto con le altre realtà italiane.

 

"Oggi i detenuti presenti erano 306 di cui 221 con condanne definitive e 85 in attesa di giudizio. Il totale dei detenuti stranieri è di 233, una delle percentuali più alte in Italia, il 76%. Il problema - afferma l'ex deputata - non è il sovraffollamento, sono ben altri i problemi a Trento".

 

"E' una struttura dimenticata - spiega Bernardini - e si vede che non c'è nessun rapporto con le istituzioni locali". Inizialmente i costi per il mantenimento erano assunti, in parte, anche dalla Provincia. "Ma ora i fondi sono gestiti direttamente dallo Stato - spiega Valcanover - e a fronte di 300 mila euro di previsione annua gli stanziamenti sono soltanto di 30 mila". Il 10% di quanto servirebbe.

 

"Il rischio - sottolinea de Bertolini - è che quella struttura collassi su se stessa, ci sono innumerevoli deficienze soprattutto per quanto riguarda la componente elettronica". Ma il tema, come si diceva, è anche quello della vita del detenuto: "C'è un'evidente difficoltà ad accedere ai trattamenti", ammette de Bertolini, riferendosi alle iniziative volte alla rieducazione, che in gergo si chiamano appunto trattamenti.

 

Ma il presidente dell'Ordine tocca anche un altro punto delicato, che caratterizza negativamente la realtà trentina, quello delle misure alternative al carcere. "I magistrati di sorveglianza ne fanno un uso troppo parsimonioso, quasi non fossero considerate utili per la rieducazione, quando invece sono fondamentali".

 

Rita Bernardini, in questi giorni, ha iniziato uno sciopero della fame a cui si sono aggiunti oltre 4 mila detenuti delle carceri di tutto il Paese. La finalità è quella di attirare l'attenzione sulla riforma dell'ordinamento penitenziario che il Governo, sentite le Commissioni giustizia di Camera e Senato dovrebbe attuare con l'approvazione dei decreti delegati.

 

"Il tempo stringe - spiega - questa importante riforma deve arrivare all'approvazione prima del voto. E sarebbe opportuno che nel testo fossero inseriti anche due temi in particolare, quello del lavoro dei detenuti e quello dell'affettività". Temi che per de Bertolini hanno a che fare con "la dignità dell'essere umano, qualcosa che non è negoziabile, nemmeno se si tratta di detenuti, e lo stato deve farsi carico del riconoscimento a tutti di questa dignità".

 

"La riforma - ha spiegato Andrea de Bertolini - è necessaria, imprescindibile. E mi auguro che la sua approvazione non sia contaminata dalle questioni elettoralistiche. Il tema è cruciale e la sua approvazione non sarà una vittoria dei radicali, degli operatori del diritto o dei soli detenuti. La vittoria sarà dell'intera società"

 

L'avvocato Valcanover si è invece soffermato su quelle che potrebbero essere le soluzioni, gli strumenti necessari che avvicinerebbero il carcere alle istituzioni. "Ieri in Consiglio regionale è stata approvata un'importante mozione, che propone l'istituzione di un provveditorato regionale competente per le carceri di Trento e Bolzano".

 

Questo organismo è ora a Padova e oltre che del Trentino Alto Adige si occupa anche di Veneto e Friuli. Un provveditorato regionale garantirebbe un intervento molto più efficace sia sugli aspetti strutturali che su quelli trattamentali. "Sarebbe più incisivo l'intervento su tutto quello che riguarda la rieducazione del detenuto, attraverso il lavoro e le altre attività, quelle finalizzate ad abbassare la recidiva e a restituire alla società la persona che ha scontato la sua pena".

 

L'ex deputata radicale e gli avvocati trentini hanno poi spiegato nei dettagli le situazioni che ora pesano maggiormante sulla situazione interna al carcere di Spini. "Molti detenuti hanno chiesto invano un avvicinamento alla famiglia - racconta Bernardini - gli educatori sono la metà di quelli previsti, uno andrà in pensione a breve e ne rimarranno soltanto tre".

 

Il carcere di Trento, come quasi tutti quelli italiani, non serve per la rieducazione del reo. Anzi, è addirittura "criminogeno", come ha definito gli istituiti itlaliani lo stesso ministro alla Giustizia.

 

 

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