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Il Pd è alla resa dei conti. L'assemblea convocata in un clima di tensione: Rossi? Ghezzi? Daldoss?

Obbligato dal patto di coalizione che impone a tutti di esprimersi su un nome, anche il Partito democratico dovrà scegliere. La divisione è tra continuità e cambiamento, ma il convitato di pietra è Carlo Daldoss con cui tutti dovranno fare i conti

Di Donatello Baldo - 16 agosto 2018 - 12:50

TRENTO. Sarà questo il giorno in cui il centrosinistra prenderà una decisione? Nel pomeriggio ci sarà l'incontro della coalizione con Paolo Ghezzi e in serata l'assemblea del Partito democratico. Due appuntamenti decisivi, che potrebbero fare chiarezza nel garbuglio della scelta del candidato presidente.

 

Ghezzi porterà all'attenzione delle forze politiche le ragioni della discontinuità. Non potrà però far finta di nulla e non considerare la 'novità' di Daldoss che correrà con il Polo civico territoriale. Potrebbe spiegare apertamente che è necessario dialogare con chiunque abbia come obiettivo la sconfitta della Lega, obbligando la coalizione a prendere atto che dalla discesa in campo dell'ex assessore tecnico tutto è cambiato.

 

Una realtà che non tutti vogliono considerare. Non il Patt, che continua imperterrito sulla riconferma di Ugo Rossi, ma nemmeno (tutto) il Pd, perché Giuliano Muzio in più occasioni ha minimizzato la cosa, spiegando che non cambia nulla il fatto che ora Daldoss sia alla guida di un nuovo polo alternativo al centrodestra.

 

Se passa la linea di Muzio e di Panizza, il giornalista sarà snobbato e il suo richiamo alla necessità del cambiamento sarà ascoltato con sufficienza. Questo all'incontro tra la coalizione e Paolo Ghezzi, dove nulla sarà deciso: si tratta infatti di una cortesia, come con Rossi. 

 

L'appuntamento importante della giornata è l'assemblea del Partito democratico, che già si preannuncia tesa, tesissima. L'accordo siglato al tavolo della coalizione impone alle forze che ancora non si sono espresse di proporre un nome: il Pd deve dunque scegliere.

 

Qui la linea Muzio potrebbe vacillare, potrebbe addirittura essere messa in minoranza. Se fosse così si tratterebbe di una sfiducia al segretario. In queste ore i telefoni sono bollenti e si cerca di spostare i componenti dell'assemblea da una parte o dall'altra: continuità o discontinuità?

 

Questo è il tema. Si vuole proseguire testardamente sul Rossi bis indipendentemente dalla novità della discesa in campo di  Daldoss? Indipendentemente dal fatto che molto probabilmente l'Upt deciderà di andare con l'ex assessore tecnico? Si vuole saldare un'alleanza di ferro tra Pd e Patt? 

 

Oppure si vuole il cambiamento, chiudere con Rossi e aprire alla possibilità di una confluenza con Daldoss e il Polo civico creando un largo fronte che contrasti il centrodestra a trazione leghista, magari confluendo su Paolo Ghezzi che, politicamente, è comunque il candidato più vicino ai valori e alle istanze del Partito democratico?

 

Sono infatti queste le posizioni in campo, che nell'assemblea democratica andranno allo scontro. Uno scontro vero e proprio che in queste ore si sta organizzando, pronto a esplodere. Ci si prepara dunque per la conta, con il rischio della spaccatura e, nel caso prevalesse la linea del cambiamento, gli effetti potrebbero essere anche quelli di una sfiducia di fatto alla segreteria Muzio. 

 

Il segretario vorrebbe far votare l'assemblea unicamente sulla sua relazione, ma è nell'aria che qualcuno chiederà di far esprimere i presenti su continuità-discontinuità. C'è chi non sopporta più la strategia dell'attesa e in molti vorrebbero che il Pd per una buona volta decidesse cosa fare, senza inseguire le decisioni altrui.

 

Anche questa volta, però, sembra che l'esito dell'assemblea sarà un nulla di fatto: la certificazione della frattura interna sarà forse rinviato, non tanto per questini di opportunità, ma perché nessuno vorrà soccombere: bastano poche presenze per garantire il numero legale, se qualcuno si alza e se ne va si evita la decisione

 

Se così fosse, il Partito democratico verrebbe meno, per l'ennesima volta, alle sue responsabilità politiche di partito di maggioranza relativa della coalizione. Deciderà comunque l'Upt, che si ritroverà domani, venerdì 17 agosto. Quasi scontata la convergenza su Daldoss, diretta o indiretta. Scontato di sicuro il no definitivo a Rossi.

 

A quel punto il Pd non potrà che prendere atto della situazione: il centrosinistra non esisterebbe più. Ma poi cosa succede? Le strade sono proprio poche: il Pd potrebbe rimanere fedele a Rossi e unirsi con il Patt in una corsa a due, quasi di sicuro perdente.

 

Potrebbe anche andare da solo, perché se la coalizione non esiste più, liberi tutti. E in questo caso c'è chi parla della candidatura di Alessandro Olivi, il vicepresidente che 5 anni fa perse le primarie contro Rossi. Il Pd correrebbe alle elezioni in solitaria, per schiantarsi e per far entrare in consiglio una piccola pattuglia di rappresentanza.

 

L'altra ipotesi è la confluenza nella coalizione guidata da Dalsoss, seguendo l'Upt e gli auspici di Dellai che in una nuova alleanza che va da Ghezzi fino a Daldoss vede la riedizione di quel percorso che la Margherita fu capace di avviare in Trentino tanti anni fa, per battere le destre e non omologarsi al resto dell'Italia.

 

Il Pd entrerebbe però dalla porta di servizio, portando in dote i suoi voti ma nessuna idea. Arriverebbe con la coda tra le gambe e le orecchie basse, per ultimo, alla fine. Un triste epilogo per il partito che da solo vale la metà dei voti che garantiscono una vittoria secca con il 40% dei consensi.

 

Se avesse giocato bene le sue carte, pensano in molti ormai rassegnati al finale triste, il Pd avrebbe dovuto scorgere i segnali già da tempo. Con l'Upt avrebbe dovuto fare il nome di Paolo Ghezzi per poi andare da Daldoss con una massa critica non indifferente. Ma così non è successo. E stasera, chissà cosa succederà.

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