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''Il populismo si nutre di nemici e parole d'ordine martellanti'': Concetto Vecchio racconta ''di quando i migranti eravamo noi''

L'inchiesta ''Cacciateli!'' del cronista di Repubblica sarà presentata sabato al Buonconsiglio. Narra la storia del referendum indetto contro gli stranieri da Schwarzenbach nel 1970

Pubblicato il - 06 giugno 2019 - 12:59

TRENTO. "Una storia che doveva essere raccontata", che "finisce nel 1970, ma che forse è molto più attuale di tante inchieste di oggi". Un libro che intreccia "la grande storia collettiva con quella delle persone". È (nelle sue parole) quella che Concetto Vecchio, giornalista della redazione politica di Repubblica, racconta nel suo libro "Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi". Un'inchiesta che ricostruisce la storia di una famiglia di migranti (la sua) italiani a Zurigo tra gli anni Sessanta e Settanta, durante la campagna d'odio contro gli stranieri (in gran parte italiani) condotta dal parlamentare James Schwarzenbach che propose (e perse nel 1970 per 100.000 voti) un referendum per espellere dalla Svizzera 300.000 immigrati.

 

Il libro, edito da Feltrinelli, è già esaurito e, a una sola settimana dall'uscita in libreria, è già in ristampa. L'inchiesta sarà presentata sabato al castello del Buonconsiglio (l'appuntamento è per l'8 giugno alle 11 alla caffetteria Barone): l'evento, proposto da Feltrinelli e Trentini nel mondo Onlus e curato da La Piccola libreria e FuturaCultura, vedrà l'autore Concetto Vecchio dialogare con il giornalista Alberto Faustini e sarà accompagnato da letture di Lisa Orlandi.

 

Concetto Vecchio, la sua è un'inchiesta ambientata nel passato, ma dal forte legame con il presente. Di cosa si tratta?
Racconto la campagna d'odio che animò un populista svizzero (che fu il primo populista d'Europa e che si chiamava James Schwarzenbach) e del referendum che indisse contro gli stranieri: 300.000 stranieri "da cacciare dalla Svizzera", che erano quasi tutti italiani. Se si studiano le parole di questa campagna referendaria si nota che sono le parole d'ordine dell'Italia sovranista di oggi contro gli immigrati. Sono le stesse: c'è una regolarità impressionante, ci sono sempre degli ultimi con cui prendersela. In quel tempo (ma l'abbiamo dimenticato perché è in corso un'operazione sofisticata del potere di rimozione della memoria e della storia, come dimostra anche l'eliminazione dell'esame di storia alla maturità) anche noi eravamo gli ultimi e ci trattavano da ultimi, come noi spesso oggi trattiamo gli ultimi in Italia.

 

"Sono troppi, ci rubano i posti migliori, lavorano per pochi soldi, occupano i letti degli ospedali, sono rumorosi e non si lavano" dicevano in Svizzera degli italiani. Ma, come lei scrive, la questione alla base delle discriminazioni nei confronti dei migranti non poteva essere di tipo economico perché negli anni Sessanta in quel Paese non mancava certo il lavoro.

Ho controllato: dal 1962 (durante la grande ondata immigratoria) al 1972, in dieci anni, in Svizzera non c'erano disoccupati. La statistica era 0,0% di disoccupazione. Eppure Schwarzenbach ebbe un successo strepitoso e quasi vinse il referendum. Perché? Perché il populismo, oggi come allora, è un fatto soprattutto identitario, di paura dell'altro, del diverso. Questa forse è la lezione più grande che ho imparato facendo quest'inchiesta.

 

Un'inchiesta fatta a partire dalla sua storia personale.

Soprattutto dei miei genitori perché tra le 300.000 persone da cacciare c'erano anche mio padre e mia madre, che erano emigrati in Svizzera lei nel 1961 e lui nel 1962 da un paesino della Sicilia, Linguaglossa. Erano molto poveri e senza lavoro. Mio padre aveva un mestiere d'oro: era ebanista e faceva mobili di pregio, ma aveva perso il lavoro in quegli anni e, nonostante tutti i tentativi nell'Italia del boom (ed ecco un'altra contraddizione), non riuscì a trovarlo e fu costretto, suo malgrado, a emigrare per cercare fortuna. Io mi sono immedesimato nel loro sradicamento e ho cercato di unire i due piani: da un lato la grande storia, quella pubblica, collettiva, e dall'altro la storia personale e privata del mio papà e della mia mamma.

 

Come reagiscono i suoi lettori?

Continuo a ricevere messaggi: c'è chi legge questo libro come molto politico e chi lo legge invece come una grande saga familiare. È entrambe le cose. Volevo, nello scrivere, raccontare questa storia con umanità e per farlo mi è venuto naturale interrogare e intervistare i miei genitori. Quello che sapevo era poco, vago e molto edulcorato. Scrivere è stato un po' doloroso, una scoperta: è incredibile quante poche cose sappiamo dei nostri genitori.

Al termine del lavoro che ha compiuto ha capito quale può essere una ricetta contro le discriminazioni d'oggi?

Come diceva Primo Levi, "lo sdegno deve venire al lettore". Io ho semplicemente raccontato una storia. Ho cercato di fare quello che sempre, che facevo anche quando lavoravo a Trento, il cronista. "Cacciateli!" è un libro in cui io cerco di raccontare dei fatti, di rispolverarli e riportarli alla luce. Il risultato credo sia sorprendente, anche se questo lo deve dire il lettore. Il libro parla da solo.

 

Nel testo non fa mai alcun riferimento al presente o al mondo politico d'oggi (dall'Italia agli Stati Uniti di Trump). Perché?

In questo libro non c'è volutamente nessun riferimento al presente. È stata una scelta molto precisa: sarei stato anche molto goffo alzando la bandiera per dire: "Abbasso Salvini". Io non volevo fare questo. La storia finisce nel 1970. Quest'inchiesta si colloca poi in un momento storico particolare: il libro l'ho scritto quasi di getto perché ho capito che c'era urgenza, che il suo momento era adesso. Penso che dobbiamo cercare di riflettere su da dove veniamo, chi siamo e chi eravamo. Un punto che riguarda molto anche i trentini perché l'emigrazione trentina in Svizzera fu massiccia (in realtà i trentini emigrarono dappertutto), come i veneti (la prima ondata migratoria in Svizzera fu fatta di bergamaschi, trentini, bellunesi e persone di Portogruaro) e i friulani. Ho come l'impressione che cinquant'anni dopo abbiamo reciso la memoria, ci siamo dimenticati da dove veniamo.

 

L'inchiesta contiene un altro spunto interessante: ricorda come la storia non sia "un'autostrada dritta", ma proceda a curve.

Ad esempio, prima di Schwarzenbach, presentò un'iniziativa contro gli stranieri un piccolo partito di centrosinistra che si chiamava Partito democratico e che non portò a termine la cosa. Raccolse le firme, ma poi ebbe paura e decise di ritirare il referendum. A quel punto Schwarzenbach, che era l'unico parlamentare di un partitino di estrema destra, decise di farlo lui. Sembrava un'impresa disperata. Anche i sindacati in Svizzera avevano detto, prima di Schwarzenbach in Svizzera, avevano detto: "Gli italiani sono troppi". Ma va detto che poi al referendum, quando la situazione si polarizzò e si dovettero schierare, i sindacati si schierarono nettamente a favore degli stranieri e contro Schwarzenbach. Del resto nulla è lineare nella vita, le nostre vite sono piene di contraddizioni, inciampi, errori, cose irrazionali, sorprese. La storia e la politica sono tortuose.

 

Come il percorso della Lega?

Il populismo deve sempre avere un nemico: elite, poteri forti, immigrati. Deve trovare un bersaglio e martellare con poche parole d'ordine. Come faceva Schwarzenbach. La sua figura è quanto di più diverso possibile da Salvini che è un uomo molto ruspante, del popolo. James Schwarzenbach era un intellettuale, coltissimo, parlava cinque lingue, era un editore e scrittore, ma riuscì a identificarsi nei pensieri del popolo, si mimetizzò capendo che gli doveva dare poche parole d'ordine. Studiare la sua tecnica è di straordinario interesse.

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