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Fugatti decanta il bonus natalità ma sbaglia quasi tutto, Grosselli: “Non ne azzecca una, così l’Autonomia fa una pessima figura”

Il leader della Lega trentina si trovava a Maranello per sostenere la campagna elettorale della leghista Borgonzoni, ma fra esagerazioni e imprecisioni gli errori sono davvero tanti. Grosselli, Cgil: “Nella foga di essere più salviniano di Salvini il presidente della Pat commette strafalcioni grossolani”

A sinistra Grosselli (Cgil). Al centro la medaglia per le famiglie numerose di epoca fascista (Wikipedia). A destra il presidente della Pat Fugatti (Lega)
Di Tiziano Grottolo - 19 gennaio 2020 - 20:25

TRENTO. Ed ora la parola dal Trentino a Maurizio Fugattiiiii (sic!)” così lo speaker leghista ha annunciato l’ingresso fra gli applausi del presidente della Pat, ieri sul palco di Maranello, assieme agli altri amministratori leghisti e all’onnipresente Capitano, per tiare la volata finale della candidata alla presidenza della regione Emilia-Romagna Lucia Borgonzoni (QUI il racconto del comizio). Il discorso di Fugatti però non è passato inascoltato: “Nella foga di essere più salviniano di Salvini il presidente della Pat si è grossolanamente sbagliato sui vincoli di residenza legati all’assegno di natalità” accusa Andrea Grosselli, sindacalista della Cgil.

 

Infatti, dopo aver sottolineato come “servano elezioni anticipate” perché “il buon governo che la Lega avrà quando voi vincerete qui, il buon governo che la Lega ha, dove governa nelle regioni che oggi già amministra” dovrà arrivare anche a livello nazionale, Fugatti arringa gli astanti: “Abbiamo voluto investire sulla natalità, abbiamo introdotto l’assegno di natalità se fai tre figli in cinque anni puoi arrivare a prendere fino a 400 euro al mese sommando il primo e il secondo figlio per i primi tre anni”.

 

Dopodiché, sulla scia dell’entusiasmo, il presidente punge Roma: “Il governo ci ha provato adesso a fare qualcosa lo ha fatto per un anno però”, come a dire noi in Trentino siamo più bravi, anche se come ricorda Grosselli pare che la Pat stia pensando di utilizzare proprio il bonus nascite nazionale, almeno per il primo anno, “in più – continua il sindacalista – il bonus nazionale, al contrario di quello provinciale, copre tutte le famiglie e non solo quelle con un Icef inferiore allo 0,40” (QUI articolo).

 

Ad ogni modo, prosegue Fugatti riferendosi al bonus “è un messaggio che vogliamo portare alle nostre famiglie e a chi vive e a chi crede nel poter crescere i propri figli nel poter avere una famiglia, e questo assegno vale per tutti i residenti che vivono da 10 anni in Trentino, non vale per tutte le famiglie” e di questa cosa il leader leghista dev’essere davvero sicuro visto che lo ripete per ben due volte.

 

Peccato però che non sia così, anzi siccome piove sempre sul bagnato la Lega in Trentino è riuscita in un certo senso ad andare perfino contro ciò che predica, perché se evidentemente l’intenzione è quella di escludere un certo tipo di famiglie (in particolare gli extracomunitari o chi arriva da fuori regione) dopo la modifica introdotta da Fugatti il criterio per l’accesso a questa misura è passato da 3 anni di residenza a 2 soltanto. Questo con buona pace di Fugatti che dal palco di Maranello esagera sparando addirittura 10 anni.

 

La legge provinciale sul benessere familiare (aggiornata il 25 dicembre 2019) all’articolo 8bis “misure per la natalità”, proprio dove sono specificati i requisiti di accesso all'assegno di natalità asserisce: “alla data di presentazione della domanda il richiedente deve aver maturato una residenza anagrafica continuativa in provincia di Trento di almeno due anni negli ultimi dieci, nonché i requisiti di cittadinanza, residenza e soggiorno”.

 

Carta canta: “La giunta avrebbe voluto che per richiedere l’assegno di natalità le persone fossero residenti in Trentino, in maniera continuativa, da almeno 5 anni – racconta Grosselli – il ministro per gli affari regionali e le autonomie però impugnò il provvedimento riportando il criterio di residenza in Provincia a 2 anni”. La beffa sta nel fatto che, prima dell’intervento leghista, la legge precedente (del 2007) che regolava l’accesso al welfare trentino individuava in 3 anni di residenza continuativa in Trentino il criterio per averne diritto. Misura motivata dal fatto che gli interventi socio-assistenziali di sostegno economico sono finanziati con fondi propri della Pat e per questo ci si voleva assicurare che le persone fossero effettivamente residenti sul territorio. Senza peraltro chiamare in causa la permanenza dei 10 anni in Italia, scelta che evidentemente esclude chi non è nato nel paese.

 

Per quanto riguarda poi i tanto decantati 400 euro per prenderli le mamme trentine saranno chiamate ad una vera e propria maratona, oppure dovranno sperare in un colpo di fortuna magari partorendo tre gemelli, solo così una famiglia potrà beneficiare di 420 euro al mese per tre anni (5040 euro all’anno per tre figli). Per tutte le altre il bonus è progressivo, ciò si traduce in una corsa contro il tempo dal momento che al compimento del terzo anno di età non si riceverà più l'assegno, ergo facendo finta che il primo figlio sia arrivato il primo gennaio 2020, per un anno si avrà diritto ad un assegno mensile di 100 euro. Se poi si è molto rapidi (la gestazione umana in media dura 9 mesi e 10 giorni) entro un anno si farà un secondo figlio, raggiungendo un assegno di 220 euro. Se poi si è davvero prolifici nel 2022 nascerà il terzo pargolo raggiungendo gli agognati 420 euro mensili che però dureranno solo per 12 mesi visto che nel frattempo gli altri figli avranno raggiunto il terzo anno d’età.

 

Un’immagine della donna dunque non esattamente progressista e, come faceva notare Non Una di Meno, che ricorda una retorica d’altri tempi intrisa di nazionalismo e che si inserisce nell’ossessione nazional-sovranista della Grande Patria bisognosa di figli italici. Era il 1939 quando venne istituita “la medaglia d'onore per le madri di famiglie numerose” che passerà alla storia con il nomignolo di “medaglia della coniglia”. Allora per riceverla si dovevano partorire almeno sette figli e la ricompensa era di 5 lire a figlio più un'agevolazione se il pargolo veniva chiamato con nomi patriottici, a distanza di 80 anni il numero di figli richiesti è stato ridotto ma il senso resta lo stesso.

 

Insomma fra esagerazioni e imprecisioni gli errori sono davvero tanti (considerando che la norma è stata varata un mese fa), e di certo “l’Autonomia non ci fa una gran figura”, rincara la dose Grosselli. Immaginando che non ci sia malafede viene quasi da pensare che il presidente della Provincia non conosca nemmeno i provvedimenti che lui stesso ha fatto approvare, ma in fondo al pubblico che lo ascolta sotto il palco di Maranello non importa, tanto la ragione sta sempre dalla parte di chi urla più forte, così lo spettacolo può continuare.

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