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La Lega boccia l'equiparazione del trattamento di maternità tra privato e pubblico. Spinelli: ''Costa troppo''. Rossi: ''Immobilismo nascosto dietro alle risorse''

Il disegno di legge dell'ex presidente è stato respinto con 4 "No" e 3 "Sì". Rossi: "Il governo provinciale come intende attuare l'articolo previsto nell'assestamento di bilancio del 2019? Quali soluzioni, al di là dei tavoli, delle dichiarazioni di principio e delle parole, si intendono adottare?"

Di Luca Andreazza - 19 ottobre 2021 - 20:54

TRENTO. "A parole tanta attenzione alla natalità ma nei fatti nessuna proposta concreta. Nonostante le risorse in arrivo da Roma, ci si nasconde dietro l'assenza di soldi", niente da fare per il ddl di Ugo Rossi (Azione) sulla parificazione del trattamento di maternità alle lavoratrici del settore privato a quello della Provincia e degli enti locali, un provvedimento per favorire la diffusione del congedo parentale

Il disegno di legge dell'ex presidente è stato respinto con 4 "No" e 3 "Sì". L’esponente di Azione, ricordando che il ddl, che risale al 2019, era stato accompagnato da alcuni emendamenti bocciati dalla Giunta, ha chiesto all’assessore Achille Spinelli quali siano le intenzioni dell’esecutivo. In Quarta commissione, presieduta da Claudio Cia (Fratelli d'Italia) si è parlato anche di sanità.

 

L'esponente del partito di Giorgia Meloni ha sospeso il suo disegno di legge che ha come obiettivo il taglio dei tempi di attesa per le visite e le prestazioni specialistiche. Bocciato, come anticipato, il ddl di Rossi che avrebbe voluto parificare il trattamento di maternità delle dipendenti del settore privato a quello della Provincia e degli enti locali e a favorire la diffusione del congedo parentale.

 

"Alcuni mesi fa - ha ricordato Rossi - la Giunta ha risposto che era stato predisposto un tavolo, dopo 5 mesi dalla sua costituzione sono stati nominati i componenti e dal giugno scorso si sta aspettando una risposta concreta sulla possibilità di equiparare, almeno per le donne, il trattamento del settore privato a quello pubblico. Un tema concreto e per la parità più importante di quello delle preferenze". In sintesi l'ex presidente ha chiesto alla Provincia se ci sia la volontà di mettere in campo azioni concrete che vadano nella direzione di rispondere a  due obiettivi contenuti nel ddl: la parificazione del trattamento per le donne e il potenziamento del congedo parentale. 

 

"Le misure previste dal ddl costerebbero troppo", questa la risposta dell'assessore Spinelli, il quale ha ricordato che il ddl risale all’epoca pre Covid e quindi c’è bisogno di riprendere il filo del discorso. La dottoressa Laura Pedron, dirigente generale del Dipartimento sviluppo economico e lavoro, ha spiegato che l’utilizzo del congedo parentale segue un andamento costante: nel 2019 ha interessato 3.487 persone delle quali 2.698 donne.

 

"Questo strumento - ha detto Pedron - ha giocato una parte importante durante le fasi più acute dell’emergenza Covid. Per quanto riguarda le differenze di trattamento della maternità tra pubblico e privato le misure di equiparazione previste dal ddl Rossi impatterebbero sul bilancio Pat per 8 milioni e mezzo. C’è poi in ballo, a livello nazionale, l’assegno unico universale che dovrebbe racchiudere tutti gli strumenti di welfare familiare".

 

Sembra complessa anche la strada dei contributi Pat alle imprese perché, con il de minimis, le aziende grandi non riceverebbero nulla; così come complicata appare anche la strada della contribuzione volontaria. La dirigente ha detto che il tavolo istituito dalla Giunta è attivo e ha ricordato che gli strumenti previsti dalla legge nazionale hanno permesso di arrivare a 800 congedi parentali maschili. Aperto rimane, invece, il tema della maternità delle donne libere professioniste e imprenditrici.

 

Sul piano politico l’assessore Spinelli ha detto che la Giunta non ha l’intenzione di aderire il ddl perché non sembra apportare novità e ha un impatto finanziario importante. "Quindi, come già detto in passato, il governo provinciale non intende sostenere la proposta".

 

Nel prendere atto della decisione della Giunta, Rossi ha ammesso che il tema dei congedi assume oggi un significato diverso perché si deve attendere il risultato dell’assegno unico nazionale. "Ma sarebbe bene per il Trentino che la misura venisse resa compatibile con quelle provinciali per avere risorse aggiuntive e perché non va dimenticato che siamo stati all’avanguardia sulle misure di welfare".

 

Sulla questione della maternità l’esponente di Azione ha registrato che le misure citate nella risposta della Giunta sono quelle approntate nelle scorse legislature e non c’è intenzione di farne di nuove. Però, ha ricordato, c’è un articolo dell’assestamento di bilancio 2019, che prevede l’introduzione di misure per promuovere, in tema di diritti di maternità, il progressivo avvicinamento tra il trattamento del pubblico e del privato. "Il governo provinciale come intende attuare questo articolo? Quali soluzioni, al di là dei tavoli, delle dichiarazioni di principio e delle parole, si intendono adottare? Non ricevendo risposta, l'intenzione è quella di andare avanti col ddl anche per mantenere vivo un tema che non è né di destra né di sinistra ma riguarda la vita concreta di tutte le donne trentine".

 

E' necessario valutare anche l'impatto positivo sulla vita delle donne. Questo il pensiero di Paola Demagri (Patt). "Sono stati presentati solo i dati del possibile impatto sul bilancio del ddl. L’assessore non ha fatto cenno alle ricadute sulla conciliazione lavoro - famiglia e sul tasso di natalità che la maggioranza dice di voler aumentare. Un 'No', quello di Spinelli, che contrasta con il mantenimento dei punti nascita, le aperture degli asili, la volontà di riduzione del numero dei lavoratori stranieri. Difficile, quindi, trovare un filo conduttore tra gli obiettivi politici che la maggioranza si è posta e si pone e i mezzi per raggiungerli".

 

Anche Paolo Zanella (Futura), che ha condiviso il ddl, ha detto di far fatica a capire le ragioni del 'No' della Giunta a un ddl che va a favore delle donne e dell’aumento della natalità. "Va inoltre tenuto conto della qualità della natalità, quindi del bisogno del bambino di avere vicino almeno uno dei genitori. Inoltre non è giusto che i lavoratori del privato o autonomi si vedano riconosciuti meno diritti rispetto a quelli del pubblico. I costi andrebbero visti come un investimento: andrebbe valutata la ricaduta economica positiva di un maggior impiego femminile. La parità di genere richiede l’introduzione di ulteriori correttivi, oltre a quelli nazionali, anche nella legislazione sul lavoro provinciale. Inoltre è stato bocciato anche il principio della parità contenuto nell’articolo uno".

 

A quel punto Spinelli ha ribattuto che gli strumenti dovrebbero concentrarsi sul piano fiscale e sull’incentivazione alle imprese per migliorare i contratti di secondo livello o il welfare aziendale; Ugo Rossi ha riconosciuto che anche da parte della maggioranza c’è sensibilità su questi temi, ma nel ddl si potrebbe trovare lo spazio, meglio se condiviso da tutti, per iniziative che mirano ad incentivare misure a favore della natalità nei contratti di secondo livello. Su questo un segno di apertura da parte della Giunta sarebbe importante perché permetterebbe di arrivare a un un disegno di legge politicamente di tutti vista la concretezza e l’importanza dell’argomento.

 

"Gli obiettivi del ddl - ha spiegato Mara Dalzocchio (Lega) - sono condivisi da tutte le donne, ma risultano evidenti le criticità finanziarie ed è difficile mettere assieme il lavoro pubblico e quello privato, perché le dinamiche e le esigenze sono diverse. Passi avanti, comunque, ne sono stati fatti, anche da parte della Giunta Fugatti, ma la strada è ancora lunga anche perché ci vogliono risorse che non sono disponibili ora e la Giunta è concentrata sui problemi sanitari. Per questo non è possibile approvare ora proposte in linea di massima condivisibili, ma che comportano un impegno finanziario non indifferente. Va inoltre tenuto conto delle iniziative che stanno venendo avanti a livello nazionale come l’assegno di cura che si spera venga in aiuto alle donne".

 

Infine, Claudio Cia ha detto di apprezzare gli obiettivi della proposta, ma ha ricordato che col disegno di legge si propone di modificare la legge del benessere familiare che risale al 2011 e se nelle precedenti legislature non si è fatto quello che si vuol fare oggi significa che alcune valutazioni economiche sono state fatte anche allora. Inoltre, l’Agenzia del lavoro, in audizione, ha aggiunto, aveva rilevato problemi di applicabilità della norma. Insomma, per l'esponente di Fratelli d'Italia gli obiettivi sono condivisibili ma il ddl Rossi non sembra lo strumento idoneo per raggiungerli.

 

In conclusione Rossi ha detto (ricordando che la legge sul benessere familiare del 2011 ha permesso di mettere in campo soluzioni innovative) che se gli obiettivi del ddl sono condivisi la Giunta avrebbe dovuto cercare una via tecnica e non limitarsi semplicemente a dire che costerebbe troppo. "La realtà è che il 'No' deriva dal fatto che non si vuole intestare a un esponente dell’opposizione un provvedimento. Anche davanti alla disponibilità, espressa più volte, a ritirare il provvedimento a fronte di una proposta migliore. Proposta che non si è mai vista. Il continuo richiamo a ciò che si sta facendo a Roma non fa bene all’autonomia che anche su questi temi è sempre stata all’avanguardia. Anche la mancanza di risorse è una scusa visti i trasferimenti dello Stato per la crisi Covid".

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