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Primiero e Val di Fiemme offrono 4 formaggi, Piné e Cembra nemmeno quelli: il flop della piattaforma di e-commerce voluta da Spinelli (e pagata dai trentini)

Dopo 2 anni solo 13 produttori coinvolti mentre Amazon conta stabilmente su oltre un centinaio per giri d'affari milionari. Indaco, invece, propone 150 prodotti, tra quelli artigianali solo 4 caffettiere e 3 creme. Lucia Maestri: ''E adesso? Cosa succede per quest’iniziativa che si sta dimostrando un palese fallimento? Quali giustificazioni accamperà adesso il governo provinciale per dimostrare l’efficienza e l’efficacia di un investimento che dovrebbe essere attenzionato anche dagli organi di controllo contabile?''

Di Luca Pianesi - 16 maggio 2023 - 10:25

TRENTO. Poco più di un centinaio di prodotti. Se si entra nella categoria territori il quadro è piuttosto desolante con il Primiero che ha da offrire solo 2 forme di formaggio (Primiero Fresco e Mezzano Trentino), la Val di Fiemme altri due formaggi (Formae Val di Fiemme e Fontal di Cavalese), l'Altopiano di Piné e la Val di Cembra che non hanno nemmeno un prodotto in vendita. In totale i prodotti artigianali venduti sono 7 di cui 4 caffettiere e 3 creme per il viso. I prodotti alimentari 145 per un'offerta globale che non supera i 155 prodotti in vendita. I produttori coinvolti sono 13 (si va da Melinda al Gruppo Formaggi del Trentino). Insomma un qualsiasi negozietto di prodotti tipici ha più offerta e più proposte di qualsiasi tipo e natura per non parlare di un normale supermercato che avrà, probabilmente, la stessa offerta ma moltiplicata per mille.

 

Il quadro della nuova piattaforma voluta e annunciata in pompa magna dalla Provincia di Trento e dall'assessore Spinelli, due anni fa, Indaco è piuttosto desolante. Almeno questa è la sensazione che si ha aprendo il portale che avrebbe dovuto rivoluzionare il commercio di prodotti tipici trentini e avrebbe dovuto avvicinare il cliente al produttore di fatto bypassando le grandi piattaforme internazionali e favorendo, così, i commercianti e i consumatori trentini. Al momento entrambi, e con loro tutti gli altri cittadini trentini, hanno investito 1,8 milioni di euro in questa iniziativa e i risultati sembrano molto lontani dagli obiettivi fissati.

 

Il 25 settembre 2022 il Dolomiti pubblicava un'intervista ad Alessandro Zorer che coordina l’iniziativa Indaco ed è anche il direttore di ricerca e sviluppo della capofila Delta Informatica Spa. In quell'articolo si fissavano i risultati da raggiungere entro il 2024. Il progetto infatti è partito nel giugno 2021 e nel giro di 24 mesi dovrebbe coinvolgere un minimo di 300 operatori economici (siamo fermi a 13) con sede legale od operativa in Trentino, offrendo al contempo beni e servizi ad almeno 700 punti vendita o di distribuzione sul territorio provinciale. L’accordo negoziale fra la Provincia e quella che alcuni hanno definito “l’Amazon trentina” (nome che però non piace all’assessore Spinelli) prevede che entro i 12 mesi dal termine del progetto la piattaforma e-commerce raggiunga transazioni per un importo complessivo di almeno 3 milioni di euro.

 

Se a questo si aggiunge l'accordo siglato alla fine dell'anno scorso dalla Provincia di Trento con l'Amazon ''vera'' la confusione pare regnare sovrana. Anche nel caso dell'Amazon ''vera'' (quindi non quella trentina) l’obiettivo dichiarato era quello di sostenere le piccole e medie imprese con attività di promozione e formazione digitale dedicate. “L’intesa – aveva spiegato l’assessore provinciale allo sviluppo economico Achille Spinelli – è funzionale a far sì che le aziende del nostro territorio possano trovare in Amazon un partner alla loro strategia di crescita anche internazionale”. Ed erano già più di 100 le piccole e medie imprese della provincia di Trento che vendevano su Amazon.it a fine anno scorso. La spinta data dalla Provincia ad investire su quel mezzo (già rodato e capace di raggiungere il mondo senza problemi) difficilmente può aver aiutato la ''sua'' piattaforma di e-commerce pagata con i soldi dei contribuenti che infatti resta ferma a 13 produttori.

 

Sul caso interviene anche Lucia Maestri con un'interrogazione.  ''“Indaco” dovrebbe costituire, secondo le intenzioni della Provincia, la risposta trentina allo strapotere delle piattaforme di e-commerce mondiali, posto che le imprese trentine che vendono attraverso soggetti come “Amazon” sono più di cento, per un giro d’affari totale pari ad oltre cinque milioni di euro - spiega la consigliera del Pd -. La realtà però sembra ben diversa. “Indaco” rimane avvolta da un silenzio imbarazzante. Nessuna comunicazione, nessuna presenza sui canali social ed una partecipazione di soli tredici produttori, fra i quali As.Tro., il Con.Cas.T. Trentingrana ed altri minori. Navigare attraverso le offerte commerciali presenti su “Indaco” è veramente incredibile, perché la piattaforma è del tutto insufficiente; non fornisce informazioni adeguate; latita nei messaggi e propone prodotti che, alla prova dei fatti, non paiono nemmeno disponibili. Eppure questa piattaforma, che doveva garantire nei primi due anni di attività almeno tre milioni di euro di giro d’affari come aveva annunciato la Giunta provinciale all’esordio dell’iniziativa, costa, a tutt’oggi, al contribuente trentino quasi due milioni di euro che, suddivisi per i tredici produttori presenti sui siti della piattaforma stessa, produce un investimento di circa 153.000 euro a testa''.

 

''Non si tratta di quisquilie - conclude Maestri - e quest’investimento rappresenta l’ennesima prova dell’incapacità della Giunta provinciale di programmare i propri interventi e di individuare le aree dello sviluppo del commercio e le direzioni di quest’ultimo. E adesso? Cosa succede per quest’iniziativa che si sta dimostrando un palese fallimento? Quali giustificazioni accamperà adesso il governo provinciale per dimostrare l’efficienza e l’efficacia di un investimento che dovrebbe essere attenzionato anche dagli organi di controllo contabile? Non è possibile continuare nella vuota politica degli annunci, ai quali fanno invariabilmente seguito risultati scadenti, per non dire inesistenti o fallimentari, perché tutto ciò non danneggia solo l’immediato, ma produce una ricaduta di immagine negativa sull’autonomia speciale nel suo complesso e su questa terra, che pare usata solo come laboratorio di apprendistato per il leghismo di governo''.

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