Crisi della zootecnia di montagna, Casa Autonomia: "Dopo 5 anni al governo la Lega pensa a un tavolo per trovare le soluzioni? Si può fare ancora molto per salvare il settore"
Nel corso del convegno "Zootecnia di montagna e sostenibilità dei sistemi produttivi trentini" degli scorsi giorni sono stati affrontati alcuni temi del settore e delineato un futuro nel segno della sostenibilità e della valorizzazione delle funzioni. L'intervento di Casa Autonomia con Michele Dallapiccola e Paola Demagri

TRENTO. Il futuro della zootecnia di montagna? Nel segno della sostenibilità economica, sociale e ambientale e nella valorizzazione delle tante funzioni che svolge questo settore tra produzioni casearie di pregio, tutela dell’ambiente, della biodiversità, del paesaggio, del turismo e delle peculiarità storiche e culturali.
Nella sua attività quotidiana l’allevatore deve però fare sempre più i conti con costi di produzione elevati, soprattutto legati al trasporto del latte e all’acquisto dei mangimi, vincoli normativi molto restrittivi, problemi di ricambio generazionale. In Trentino, però, c’è una classe di giovani allevatori pronta per affrontare le sfide di questo settore. Con l’aiuto anche delle istituzioni locali, tra cui la Provincia di Trento e la Fondazione Mach, che si impegna a intensificare il supporto al settore con le attività di formazione, trasferimento tecnologico e ricerca.
E' il messaggio scaturito dal convegno dedicato alla zootecnia di montagna organizzato a San Michele da Fondazione Edmund Mach in stretta collaborazione con la Federazione provinciale allevatori di Trento e Concast Trentingrana, alla presenza di oltre 150 allevatori; un evento che si inserisce nell’ambito delle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’istituzione dell’Istituto Agrario nel 1874.
C’è voluta la campagna elettorale per il solito europarlamentare di casa (Herbert Dorfmann, ndr) - commentano Michele Dallapiccola e Paola Demagri, segretario politico e consigliera provinciale di Casa Autonomia - ma finalmente la politica ha provato a parlare di zootecnia. Un settore che rischia di morire. Quel fortissimo presidio delle valli fatto di stalle, di ricordi dei nonni, di strutture di sussistenza dove l'unico fine era sopravvivere. Quello che dalla politica provinciale è stato tanto invocato come modello che però per le nostre realtà zootecniche sa troppo di cosa letta sui libri scuola. Questa Giunta leghista, infatti, in questi ultimi cinque anni ha parlato di quelle sotto i 25 capi come di stalle ideali. E l’ha definita modello virtuoso senza rendersi conto che ogni azienda, ogni stalla, ogni famiglia ha una storia propria. E’, insomma, un caso a sé che basa la quantità di vacche in stalla in funzione della sua storia e di mille altri fattori. Il numero di bovini è stabilito da condizioni tutte soggettive. Nulla a che vedere con quello stabilito dalle 'leggi dei contributi' o peggio dalle indicazioni, tutte teoriche, recuperate da relazioni tecniche fatte ingurgitare al politico di turno, capitato lì senza competenze in materia e chissà per quali motivi".
Nel corso del convegno "Zootecnia di montagna e sostenibilità dei sistemi produttivi trentini" si è parlato di coinvolgimento degli operatori, anche per supportare l'innovazione, offrire prospettive di sviluppo e puntare sulle potenzialità del settore. Centrale in questo senso sarà un documento, ha spiegato l'assessora Giulia Zanotelli, che la Provincia aveva commissionato nella scorsa legislatura e che individua, insieme alla Fondazione Mach, i punti su cui lavorare. Un documento che è già stato sottoposto all'attenzione dei rappresentanti del comparto e che deve essere ripreso in mano per valutare come meglio procedere per valorizzare la zootecnia di montagna e per tutelare le aziende.
"Qualcuno è rimasto deluso perché al pubblico non è stato permesso parlare, nonostante il convegno fosse stato organizzato per il comparto", aggiungono gli esponenti di Casa Autonomia. "A ogni modo un evento di poca sostanza e di qualche affermazione che ha lasciato l'amaro in bocca a ben più di una persona".
Negli interventi, per esempio, "si è insistito sul valore del premio insediamento come incentivo per i giovani", proseguono Dallapiccola e Demagri. "Ma come fa a rappresentare un elemento sostanziale di aiuto se vale poche decine di euro? Quando a mettere in piedi qualcosa di nuovo o a rimodernare quello che si eredita, le cifre salgono a zampate di centinaia di migliaia di euro alla volta? E diventano subito milioni se si ha un po' più di fortuna alle spalle. Si è invocata l'innovazione tecnologica. Che la salvezza arrivi da lì è tutta da vedere dato che quella stessa fa parte dei costi e dunque del problema".
Ma che fare quindi per cercare di salvare il comparto o quel che resta delle piccole aziende? "Abbiamo qualche idea", dicono Dallapiccola e Demagri. "A partire dall'osservazione di un dato fondamentale: i contadini hanno bisogno di reddito e non di carità. I contributi a nulla valgono se il prezzo del latte va a terra, livellato su quello prodotto, per esempio, in Olanda. Ecco perché le cose vanno spiegate. Ai consumatori che vivono in Trentino e ai suoi ospiti (ogni anno 6 milioni di persone) va raccontato il valore del nostro prodotto. Con una adeguata, e ben sostenuta, campagna informativa".
Il sistema deve stringersi di più attorno al settore. "La ricettività trentina può fare molto e nell'accoglienza il prodotto locale deve passare di più. Sappiamo che molti operatori di quel comparto si impegnano moltissimo ma sono ancora troppi quelli che invece badano soltanto a prezzo e logistica. Con una politica provinciale che fa davvero poco per mettere in connessione i due settori. A mancare sono le massicce campagne di promozione e di pubblicità che pure in passato ci sono state. E la faccia, la politica ce la deve mettere sempre e per davvero, non soltanto in chiave elettorale. Quante volte avete visto un assessore in una stalla o con uno yogurt trentino in mano in televisione?".
Un altro tasto dolente per la zootecnia è il capitolo assistenza tecnica e burocrazia. "Tecnici agronomi, professionisti d’azienda e contadini: tutti abbandonati. E se il valore della produzione zootecnica è un decimo di quello di uva e mele, bisogna considerare che il territorio coltivato dalle vacche è quattro volte maggiore quello occupato dalle due frutticolture. Vale qualcosa a livello paesaggistico ambientale? E in ottica anti-dissesto o in chiave di valorizzazione turistica? La Giunta provinciale invoca il Tavolo della zootecnia: ci ha trascorso 5 anni insieme e poi è stata confermata dal voto, come ringraziamento e prova di merito chiama gli allevatori a un vertice per chiedere di cosa hanno bisogno. Sarebbe come se ogni volta che un veterinario andasse in stalla a visitare un animale per una malattia chiedesse all’allevatore, suo proprietario, che cosa ha e che cosa deve somministrarle", concludono Dallapiccola e Demagri.












