No a “bistecca” vegetale, sì a “veggie burger”: l'accordo in Ue sul meat sounding. Guarda: “Agricoltori veri sconfitti”. Tosi: “Tutela nostro settore zootecnico”
L'Ue ha trovato un'intesa sul cosiddetto “meat sounding”, l'utilizzo di termini legati al mondo della carne ma che fanno riferimento a prodotti di origine vegetale: il compromesso prevede lo stop per diversi prodotti (dalla bistecca al filetto fino al fegato) e il via libera per altri (come burger, salsiccia e nuggets)

TRENTO. Compromesso sul “meat sounding” in Europa: stop all'utilizzo di una serie di denominazioni – dalla bistecca al filetto fino al fegato – e via libera per altre – come burger, salsiccia e nuggets. A stabilirlo sono state le autorità di Bruxelles, che hanno raggiunto ieri sera un accordo in trilogo – un negoziato interistituzionale informale che riunisce rappresentanti del Parlamento europeo, del Consiglio dell'Ue e della Commissione – nel contesto della revisione del regolamento sull'organizzazione comune dei mercati dei prodotti agricoli.
Con “meat sounding” si fa riferimento all'utilizzo, per descrivere prodotti di origine vegetale, a terminologie legate invece alla carne: si va quindi dalla “bistecca veg” al “veggie burger” fino alle “salsicce di soia”. Della questione in Europa si era già discusso negli scorsi mesi, dopo l'approvazione di un emendamento – voluto dai Popolari – per vietare l'uso di denominazioni di origine animale per prodotti vegetali. Con l'accordo raggiunto ieri si è di fatto optato per un compromesso, con una serie di terminologie specifiche vietate e altre, più generali, approvate.
“La revisione del regolamento sull'Organizzazione comune dei mercati agricoli – dice Flavio Tosi, europarlamentare di Forza Italia – rappresenta un risultato significativo per la nostra agricoltura. Per la prima volta viene introdotta a livello europeo una tutela chiara di numerose denominazioni tradizionali della carne, garantendo maggiore trasparenza per i consumatori e valorizzando il settore zootecnico europeo”.
Nel dettaglio, dice Tosi, tra le denominazioni che non potranno più essere usate per prodotti plant-based ci sono ad esempio: bistecca, filetto, costoletta, stinco, pancetta e fegato, oltre ai nomi di alcune specie animali come manzo, vitello, maiale, pollo, tacchino, anatra e agnello. Il divieto dovrebbe riguardare insomma tagli specifici e specie animali. Allo stesso tempo, altri termini di uso più generico, come appunto “burger”, “salsiccia” e “nuggets” restano al di fuori del provvedimento.
“Si tratta di un compromesso importante – conclude Tosi – che segna un passo avanti senza precedenti nella difesa del nostro settore zootecnico. Per la prima volta l'Ue stabilisce regole chiare per evitare che prodotti completamente diversi vengano presentati ai consumatori con nomi che richiamano la carne”.
Opposto invece il giudizio dell'europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra Cristina Guarda, che commenta l'esito dei negoziati Ue parlando di “tempo perso in battaglie terminologiche”. “L'accordo raggiunto nel trilogo – scrive – salva almeno il buonsenso, respingendo il tentativo più estremo del centro-destra di oscurare il mercato vegetale. È una vittoria importante per i consumatori e per gli imprenditori agricoli innovativi, ma non possiamo ignorare l'ipocrisia di chi ha cercato fino all'ultimo di punire questo settore. Se il termine 'burger' è salvo, l'inserimento in una 'lista nera' di parole come 'bistecca' o 'fegato' vegetale resta un errore strategico che non protegge nessuno e crea solo confusione burocratica”.
L'eurodeputata di Avs punta come detto il dito contro lo spreco di tempo politico: “I veri sconfitti da questo accordo sono gli agricoltori. Abbiamo sprecato tempo prezioso in battaglie terminologiche invece di concentrarci su ciò che conta davvero: rafforzare il loro potere contrattuale nella filiera e migliorare le tutele nei contratti. Su questo fronte, purtroppo, è stato fatto ancora troppo poco. Ostacolare il mercato plant-based significa fare un danno diretto al reddito agricolo. I prezzi delle materie prime vegetali per consumo umano sono superiori a quelli della mangimistica: negare queste opportunità ai nostri agricoltori, in nome di una presunta difesa della tradizione, è un controsenso economico. La vera minaccia per l'agricoltura europea non sono i nomi dei prodotti veg, scelti consapevolmente da milioni di cittadini, ma l'incapacità di sostenere l'innovazione e il valore aggiunto dei nostri campi”.












