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Renzi: "Congresso". Si guarda verso Roma per capire che succede. E come posizionarsi. Ecco la mappa del Pd trentino

Tra renziani, bersaniani e daleminai pronti alla scissione c'è anche un civatiano che è rimasto nel Pd. Ma qui vige la pax gilmozziana, la vera anomalia che fa la differenza

Di Donatello Baldo - 15 febbraio 2017 - 08:02

TRENTO. Matteo Renzi ieri l'ha detto chiaro e tondo: “Si va a congresso”. L'ex presidente del Consiglio, il segretario del Pd in cerca di una riconferma per ritrovare così la sua forza, “congela” per ora le elezioni e si concentra sul dibattito interno. Per vincere la sfida delle primarie e ricominciare la risalita. Per sfidare la minoranza e imporre nuovamente la sua leadership.

 

Questo succede a Roma, e impegnerà il partito nazionale per lunghi mesi, provocando rotture, alleanze, ricomposizioni di correnti e correntoni. Forse scissioni, quelle evocate da D'Alema, da Bersani. Perché in ballo c'è l'appuntamento con le elezioni del 2018, se la legislatura andrà a scadenza naturale, o dell'autunno prossimo. Perché secondo alcuni Renzi smania, vuole tornare al più presto in sella, spodestando Gentiloni che in qualche modo gli sta facendo ombra.

 

A Roma, dicevamo. Ma i riflessi sul Trentino quali sono? Quali sono qui le correnti che compongono il Partito democratico trentino? Quelle locali, sono le stesse divisioni che si stanno delineando su scala nazionale? Sembra di no. Qui sembra diverso.

 

I renziani, quelli doc, sembrano pochi. C'è Elisa Filippi, che si è tanto identificata nel renzismo da assumere la calata fiorentina.  C'è Giorgio Tonini, il senatore. Vicino a Renzi, si diceva. Ma mai tanto da abbandonare la sua inflessione per assumere quella in uso obbligatoriamente presso il Giglio magico. Si tiene la sua cadenza un tantino romanesca (quella trentina non l'ha mai parlata, mai!), la cadenza passepartout dei palazzi romani prima dell'Era Renziana.

 

Poi c'è la minoranza, quella di Dalema, di Bersani. E il bersaniano trentino di riferimento è Andrea La Malfa, presidente dell'Arci, membro della segreteria Gilmozzi. Lui è di sinistra, della genealogia comunista: Pci, Pds, Ds, Pd... Renzi non gli è mai piaciuto: è democristiano.

 

A sinistra, tra gli anti-renziani, tra quelli che ad esempio hanno votato No al referendum istituzionale, c'è Fabiano Lorandi, che ha messo in crisi la gestione Pallanch nel Pd roveretano. L'ex segretario che pesa ancora tanto e che difende la gloriosa storia “operaia” e “intellettuale” di Rovereto.

 

Ma tutto questo a grandi linee, perché qui è diverso. Qui c'è Italo Gilmozzi che è riuscito nell'operazione un po' tedesca della Große Koalition. Tutti dentro, tutti i big, deputati e consiglieri provinciali (a parte Alessio Manica). Tutti nella sua maggioranza, dove vige la dottrina della pax gilmozziana.

 

Fuori, la minoranza con Elisabetta Bozzarelli, Alessio Manica, Tommaso Iori. Una minoranza che non ha nulla a che fare con quelle nazionali. Non ci sono dalemiani e bersaniani, non ci sono quelli pronti alla scissione. Anzi, sono quelli che delle questioni romane sono i meno appassionati.

 

Sono quelli che propongono di fare un passo a lato rispetto al Partito democratico, che ripropongono il tema della federazione del Pd trentino con quello nazionale. “Concentriamoci sulla nostra comunità politica, anche di coalizione”. Perché qui è diverso, a Roma non ce l'hanno l'Upt e il Patt. “Ma non hanno nemmeno il reddito di garanzia. Qui c'è da dieci anni. Qui con le parti sociali c'è un rapporto diverso, di collaborazione, mentre a livello nazionale la Cgil fa le barricate”.

 

Ma sembrano gli unici a promuovere questo sguardo federalista. Sono molti di più quelli che stanno alla finestra e, senza appassionarsi troppo, guardano che cosa succede in quel di Roma. Guarda Michele Nicoletti, che per garantirsi la rielezione in Parlamento dovrà per forza affiliarsi a qualche corrente. Il suo faro era Rosy Bindi, che però non sembra avere grande peso ora come ora.

 

E di conseguenza, da sempre legati a Nicoletti, guardano con attenzione a quello che si muove anche alcuni tra i consiglieri provinciali. La pattuglia di Mattia Civico, Violetta Plotegher e Donata Borgonovo Re. Anche loro sono in cerca di collocazione. Collocazioni non di certo spassionate, collocazioni “di servizio”, strumentali. Normali nel gioco della tattica politica, niente di nuovo. Ma si sa, per contare un po' di più su scala locale, qualche santo a Roma a cui chiedere benedizioni è sempre saggio averlo.

 

Poi c'è Vanni Scalfi, l'esemplare quasi unico dei civatiani rimasti nel Pd. Che ha votato No al referendum, che ora sembra essere vicino a quelli che si muovono e si stanno organizzando contro Renzi alle primarie per la scelta del segretario nazionale. Al governatore toscano Enrico Rossi, a quello pugliese Michele Emiliano, due tra i probabili concorrenti di Matteo Renzi.

 

Ma se D'alema promuovesse la scissione? Chissà. Perché se si dividono le due famiglie, quella popolare e quella socialista, quella che arriva dai Ds e quella che arriva della Margherita, sarà bello vedere come cambiano le cose. Ma Vanni Scalfi l'ha già detto, lui rimane civatiano. A prescindere.

 

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