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Dai tamponi anali agli antigenici. La sfida “trentina” al Covid passa anche dai test salivari del Cibio: “Le varianti sono più di quelle che conosciamo, dobbiamo tenere il passo”

Entro metà marzo dovrebbe finalmente partire la “via trentina” ai tamponi salivari, il Cibio sta per avviare la fase di sperimentazione sugli esseri umani. Il virologo Pizzato: “Con questo sistema fino a 3.000 test al giorno. L’attendibilità? Gli studi ci dicono che è uguale o superiore a quella dei nasofaringei”

Di Tiziano Grottolo - 19 febbraio 2021 - 05:01

TRENTO. “La lotta contro il virus non si deve fermare alla profilassi ma è necessario investire anche nella ricerca”, così Massimo Pizzato, virologo del Cibio nonché coordinatore del corso di laurea di Medicina e Chirurgia a Trento, ricorda l’importanza di non sottovalutare un settore come quello dell’innovazione, soprattutto quando ci si trova ad affrontare un virus che ha già mostrato la sua capacità di mutare. Pizzato, che fra le altre cose è uno degli allievi di Giorgio Palù l’attuale presidente di Aifa l’Agenzia italiana del farmaco, è stato ospite a uno degli incontri (di una serie che sta diventando un appuntamento fisso) organizzato dalla Fondazione Bruno Kessler assieme all’Ordine dei medici trentini, tema della conferenza i test diagnostici per Covid-19. Il sottotitolo, beninteso, contiene in sé una precisazione doverosa: uno non vale l’altro.

 

Quest’ultimo un concetto che Pizzatto sottolinea più volte. Per capire l’importanza che ricoprono questi test, indispensabili per individuare il Sars-CoV-2, basti pensare che secondo alcune stime le trasmissioni sono avvenute per il 59% da sintomatici, ma nel 35% dei casi sono state persone che non avevano ancora sviluppato dei sintomi a diffondere il contagio. È facile capire quindi come il tracciamento sia indispensabile, i tamponi altro non sono che le “armi” che i sistemi sanitari hanno a disposizione per identificare il prima possibile l’infezione. Probabilmente questo è stato uno dei talloni d’Achille durante la prima fase della pandemia, come ammette il virologo del Cibio, i laboratori d’analisi non erano pronti ad affrontare un evento di tale portata. “Un po’ alla volta lo abbiamo capito e progressivamente la nostra capacità diagnostica è aumentata”.

 

Finora tutti hanno imparato a riconoscere i tamponi molecolari da quelli antigenici (cosiddetti rapidi) e le differenze che li contraddistinguono, con i primi che sono più sensibili (soprattutto nel caso degli asintomatici) ma richiedo più tempo per essere analizzati. Ora però sono entrate in scena le varianti: “C’è la possibilità che il virus non venga riconosciuto dai test rapidi, pertanto serve un controllo per assicurarsi che gli anticorpi alla base del funzionamento di questi tamponi continuino a riconoscere anche il virus mutato”. Per gli antigenici invece, il problema non si pone perché il loro funzionamento si basa sulla ricerca delle molecole di Rna. “In sostanza – dice Pizzato – gli antigenici non sono da demonizzare ma vanno usati nel modo corretto”.

 


 

Benché meno diffusi dei loro cugini, da un po’ di tempo a questa parte, fra i test diagnostici per il Covid hanno fatto capolino anche i tamponi anali e fecali. Il merito della scoperta è da attribuire alla ricerca perché gli scienziati hanno capito che il virus si annida in particolare nei polmoni e nell’apparato respiratorio superiore, ma inaspettatamente pure nell’apparato gastrointestinale. Di conseguenza è naturale andare a cercarlo proprio laddove si annida. “Sembra che questi tamponi siano in grado di rilevare la presenza del virus anche a distanza di tempo, seppur meno efficienti rispetto al tampone faringeo, quando l’infezione è prolungata possono essere uno strumento utile”. Ma c’è di più, perché alcuni studi dimostrerebbero che i tamponi anali offrano la possibilità di conoscere in anticipo la gravità dell’infezione, a quanto pare sembrerebbe che ci sia una correlazione fra quest’ultima e la carica virale rilevata dal test. Non è un caso che in diverse occasioni siano state condotte delle analisi sulle acque reflue delle città. “Un metodo – sottolinea il virologo del Cibio – che potrebbe essere adottato per rilevare la presenza della varianti”.

 

Ma il Trentino dove sta andando? Dopo mesi di annunci ci sono delle buone notizie perché al Cibio è tutto pronto per far partire la sperimentazione ufficiale sui test salivari. Ostacoli burocratici e difficoltà nel reperire le strumentazioni hanno rallentato il progetto ma il laboratorio ora è pronto e per far presto ci sono 3.000 buoni motivi, questo infatti è il numero di test che può essere effettuato in una sola giornata. Parola di Pizzato. Al momento manca ancora l’autorizzazione da parte dell’istituto Superiore di Sanità ma stando al cronoprogramma anticipato dal virologo del Cibio entro la prossima settimana dovrebbe arrivare l’approvazione del comitato etico scientifico, indispensabile perché la sperimentazione (per quanto non invasiva) sarà condotta su esseri umani. Appena ci sarà questo via libera partirà la sperimentazione su circa un migliaio di volontari, a metà marzo il processo potrebbe essere concluso e i test salivari potrebbero entrare a pieno regime accanto a quelli nasofaringei.

 

Il processo per ottenere i test salivari sarà interamente “made in trentino” dal momento che non solo il laboratorio è gestito dal Cibio ma parlano trentino anche le provette che sono state brevettate dal centro di ricerca dell’Università di Trento. Si tratta di una speciale provetta alla quale è stata aggiunta una “cannuccia” che serve a diminuire le possibilità di contaminazione. Particolare non secondario questi kit sono prodotti da un’azienda trentina. Tra le buone notizie l’attendibilità di questi test: “Una quindicina di studi concordano sul fatto che la percentuale di positivi individuati con i test salivari sia uguale o più alta rispetto ai tamponi nasofaringei”. Inoltre, come evidenzia lo stesso Pizzato pare che il virus tenda a replicare precocemente proprio nell’epitelio delle ghiandole salivari: Questo sistema di test offre molti vantaggi e consente di mettere assieme un’elevata sensibilità con la facilità del prelievo tanto che le persone potrebbero persino effettuarlo in autonomia”. Insomma la lotta al coronavirus si combatte in prima linea nei reparti ma la ricerca, se sostenuta adeguatamente, può dare un contributo eccezionale per uscire il prima possibile da questa emergenza. Senza dimenticare che il virus può mutare e lo ha già fatto: “Le varianti sono sicuramente più di quelle che conosciamo e ne arriveranno altre, la nostra unica possibilità – conclude il virologo del Cibio – è stare al passo con l’evoluzione della pandemia”.

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