Negli Usa via libera al primo robot per i prelievi di sangue, una risposta alla carenza di personale? I dubbi degli infermieri: ''Ma la sfida non è tra tecnologia e professionisti''
Si chiama Aletta il primo dispositivo robotico automatizzato per i prelievi di sangue. L'Fda americana l'ha approvato negli scorsi giorni, aprendo scenari che meritano attenzione nel mondo della sanità: “Se in futuro una tecnologia sarà in grado di svolgere in sicurezza alcune procedure ripetitive – spiega l'Ordine degli infermieri trentino – non dovremmo interpretarlo semplicemente come la possibilità di avere meno professionisti. Dovremmo chiederci piuttosto come utilizzare meglio le loro competenze e il loro tempo”

TRENTO. Un dispositivo robotico in grado di effettuare in autonomia i prelievi del sangue dal braccio di un paziente, senza l'intervento manuale diretto di un operatore. È questa la novità introdotta negli Stati Uniti con l'approvazione da parte della Food and drug administration (Fda) del robot Aletta, per il quale è arrivato il via libera all'utilizzo – solo negli adulti – in contesti ambulatoriali e sotto la supervisione di un professionista formato in flebotomia, un operatore sanitario specializzato nel prelievo del sangue.
Al di là degli aspetti legati allo sviluppo tecnologico – che non sono naturalmente di poco conto – l'introduzione del dispositivo robotico approvato negli States rappresenta una novità anche – e forse soprattutto – proprio per quanto riguarda la gestione dei professionisti sanitari, visto e considerato che le autorità statunitensi sottolineano chiaramente come l'obiettivo del robot sia di contribuire potenzialmente “ad affrontare l'attuale carenza di flebotomisti” nel Paese.
Un solo professionista potrà infatti supervisionare contemporaneamente fino a tre dispositivi e l'autorizzazione della Fda, dicono ancora le autorità statunitensi: “Si basa su dati clinici che dimostrano che Aletta raggiunge tassi di successo nel prelievo comparabili o superiori a quelli dei flebotomisti qualificati, nei casi in cui il dispositivo procede con la puntura”.
Nell'ambito dei prelievi, attività analoghe a quelle dei flebotomisti vengono svolte in Italia principalmente dagli infermieri, aprendo dunque a interrogativi sul futuro gestionale e organizzativo dei professionisti sanitari anche nel nostro Paese – dove già oggi, tra l'altro, vengono sperimentati dispositivi analoghi. Ma procediamo con ordine.
“La recente autorizzazione negli Stati Uniti di Aletta – dice innanzitutto a il Dolomiti il presidente dell'Ordine delle professioni infermieristiche della Provincia di Trento, Daniel Pedrotti – il dispositivo robotico in grado di effettuare autonomamente un prelievo venoso sotto la supervisione di un professionista formato, apre uno scenario che merita attenzione anche in Italia e, naturalmente, in Trentino”.
“Come Ordine delle professioni infermieristiche della Provincia di Trento – continua Pedrotti – guardiamo all'innovazione con interesse e senza pregiudizi. Robotica, intelligenza artificiale e automazione possono rappresentare strumenti importanti per rendere alcune procedure più standardizzate, sicure ed efficienti e, soprattutto, per liberare tempo professionale da destinare alle attività assistenziali a maggior valore. La domanda, quindi, non è soltanto se una macchina possa arrivare a eseguire un prelievo, ma come utilizzare il tempo che la tecnologia può liberare per aumentare il valore dell'assistenza e della cura e incidere positivamente sugli esiti di salute della persona”.
Un circolo virtuoso, in altre parole, che proprio dall'innovazione tecnologica punta a un ritorno concreto nell'esperienza umana tanto del paziente quanto dei professionisti. D'altronde, stando sempre a quanto riportato dalla Fda, il processo operativo di Aletta sarebbe, di fatto, del tutto automatizzato: “Il dispositivo guida il paziente nel corretto posizionamento del braccio, dopodiché il paziente o il supervisore preme un pulsante per avviare il prelievo. Aletta utilizza quindi luce nel vicino infrarosso ed ecografia Doppler per individuare una vena idonea e distinguerla dalle arterie. Se non viene individuata una vena appropriata, il dispositivo non procede con il prelievo. Una volta identificata la vena, Aletta esegue autonomamente le fasi successive: applica il laccio emostatico, prepara la pelle, inserisce e rimuove l'ago, sostituisce le provette per la raccolta e applica un cerotto”.
Per quanto riguarda la sicurezza del paziente, il dispositivo applica continuamente un disinfettante sulla pelle durante la scansione ecografica – venendo inoltre pulito da un professionista qualificato tra un paziente e l'altro – e se il paziente si muove eccessivamente durante la procedura, l'ago si sgancia automaticamente e il prelievo viene interrotto.
Quello statunitense, aggiungono ancora gli Infermieri trentini, non è poi l'unico esempio: “In parallelo – scrivono – è particolarmente interessante quanto sta avvenendo a Verona, dove è in corso la sperimentazione clinica di un diverso sistema robotizzato per il prelievo venoso, coordinata dal professor Giuseppe Lippi. Lo studio mette a confronto la procedura robotizzata con il prelievo tradizionale eseguito dall'operatore sanitario. È proprio questo l'approccio che riteniamo necessario: valutare le innovazioni attraverso la ricerca e le evidenze, senza entusiasmi prematuri, ma anche senza atteggiamenti difensivi. Una nuova tecnologia deve dimostrare di essere sicura, efficace, realmente utile per le persone e capace di migliorare la qualità dell'assistenza”.
Il nodo però, naturalmente, è legato all'aspetto lavorativo e al personale che rischierebbe, di fatto, di venire sostituito dal processo di automazione: “Se in futuro – continua infatti l'ordine – una tecnologia sarà in grado di svolgere in sicurezza alcune procedure ripetitive, non dovremmo interpretarlo semplicemente come la possibilità di avere meno professionisti. Dovremmo piuttosto chiederci come utilizzare meglio le loro competenze e il loro tempo, destinandoli alle attività nelle quali il contributo infermieristico produce maggior valore: valutazione dei bisogni di salute, progettazione nell'assistenza, educazione, relazione, presa in carico e gestione della complessità. ”.
La prospettiva aperta dalla Fda nell'annunciare l'approvazione del sistema, in altre parole, dovrebbe essere accompagnata da un principio molto chiaro sul fronte della gestione del personale: “L'innovazione tecnologica – dice infatti Pedrotti – può certamente contribuire a rendere più sostenibile l'organizzazione del lavoro e ad affrontare alcune criticità legate alla disponibilità delle risorse professionali. Non può, tuttavia, diventare una risposta alla carenza di personale, né può sostituire la necessità di garantire professionisti qualificati e in numero adeguato”.
Una posizione che, a livello nazionale, sottolinea anche il segretario nazionale di Ugl Salute, Gianluca Giuliano: “La tecnologia può rappresentare un valido strumento di supporto, ma non può diventare l'alibi per continuare a non affrontare il problema strutturale della carenza di personale sanitario, soprattutto infermieristico”. Se un dispositivo consente a un solo supervisore di controllare più macchine, continua Giuliano: “La domanda sindacale da porsi è molto semplice. Cosa succederà agli operatori liberati da quelle attività? La nostra risposta è chiara: dovranno essere reimpiegati per rafforzare l'assistenza, ridurre i carichi di lavoro, abbattere le liste d'attesa e migliorare la qualità del servizio”.
L'introduzione di sistemi robotici, aggiunge l'Ordine delle professioni infermieristiche trentino, richiederà inoltre di definire con chiarezza competenze, formazione, supervisione e responsabilità: “La tecnologia può acquisire autonomia nell'esecuzione di un atto tecnico, ma non può sostituire l'autonomia professionale, la capacità decisionale e la responsabilità nei processi di cura del professionista sanitario. La valutazione della persona, le decisioni clinico-assistenziali, il riconoscimento delle criticità e la responsabilità professionale restano dimensioni che richiedono competenza, esperienza e capacità di giudizio. Questo vale anche per una procedura apparentemente semplice come il prelievo venoso. Non tutte le persone arrivano davanti a un ago nelle stesse condizioni: vi sono pazienti fragili, persone con accessi venosi difficili o particolarmente ansiose, persone che hanno bisogno di essere informate, rassicurate e accompagnate. Automatizzare una procedura non deve significare automatizzare la relazione”.
In altre parole, la tecnologia – e in particolare la robotica, in questo caso – può rappresentare un'opportunità se adeguatamente governata, ma per questo è importante avviare fin d'ora un confronto tra professionisti, istituzioni, Università e organizzazioni sanitarie per farsi trovare pronti.
“La prospettiva più interessante – conclude Pedrotti – non è quella dell'uomo contro la macchina, ma dell'uomo con la macchina. La sfida non sarà scegliere tra tecnologia e professionisti, ma governare la tecnologia affinché aumenti il valore che i professionisti possono offrire alla salute delle persone”.














