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Quella tregua di Natale che dimostra quanto De Gasperi avesse ragione nel cercare la Pace

L'allora giovane parlamentare a Vienna si recò pochi giorni prima di Natale da Papa Benedetto XV per fargli chiedere una tregua ai potenti d'Europa. Nulla si concretizzò, ma ci pensarono le truppe, a Ypres a trovare il coraggio di disobbedire abbracciandosi tra "nemici"

Di Tiberio Chiari - 24 dicembre 2017 - 16:56

TRENTO. Dicembre 1914, il Natale si avvicinava mentre l’Europa sprofondava inesorabilmente in quella sanguinosa palude che si rivelerà essere la prima guerra mondiale. L’Austria avrebbe voluto difendere ciò che rimaneva del suo Impero, ormai disgregato, mentre la Germania un Impero coloniale avrebbe voluto averlo e ossessionata da atavici complessi di inferiorità si sentiva schiacciata e oppressa da Inghilterra e Francia. La Russia, sul baratro della Rivoluzione, accelerava il proprio tracollo mandando al fronte centinaia di migliaia di contadini denutriti e male armati.

 

I complessi di inferiorità della Germania, la frustrazione e un’ansia epocale mai sopita si sarebbero infine incarnati qualche decennio più tardi nella persona di Adolf Hitler, un reduce deluso e mentalmente instabile che portava impresse proprio le stigmate della carneficina immane che fu la prima guerra mondiale. Ma in quei giorni che precedettero il Natale del 1914 l’Europa ebbe la possibilità di evitare tutto ciò: a credere più di tutti in questa ultima chance fu un giovane deputato trentino, Alcide De Gasperi. Nel 1914 gli Stati europei non avevano ancora nulla di propriamente moderno: mezzi regni, mezzi imperi, strascichi di mezza nobiltà e borghesia onnivora, capitani di industria, colonialismo dissennato, nessun diritto per le nuove classi operaie, bambini e donne in fabbrica dodici ore al giorno e cannoni nelle città contro gli scioperi, contadini che muoiono di fame se il raccolto è scarso, sfruttamento delle masse, carestie e una sola vera repubblica, la Francia.

 

Il Trentino allora era austriaco, lembo italiano di un impero che stava per implodere. Alcide De Gasperi era giovane parlamentare a Vienna in rappresentanza di questa terra contesa e divisa. Il giovane Alcide era stato eletto per il Partito Polare Trentino e dal 1911, deputato al Parlamento di Vienna. Temeva la guerra, temeva per il Trentino che ancora vedeva legato all’Austria e sapeva che se la guerra fosse continuata il Regno d’Italia sarebbe intervenuto e il Trentino si sarebbe trasformato in una tomba per migliaia di giovani soldati, il Trentino sarebbe diventato trincea. Intanto a Trento ogni mattina anziani e bambini, moglie e mamme dei ragazzi arruolati nell’Imperial Regio Esercito, la k.u.k. Armee, attendevano in via Roma, ammutoliti e immobili, la lettura dei bollettini dal fronte occidentale.

 

 

Morti e feriti iniziavano a prendere un volto e un nome e con loro il vero sapore della guerra. Attendere oltre sarebbe stato vano e Alcide De Gasperi si mise in viaggio verso Roma con una speranza: incontrarsi con l’allora Papa Benedetto XV per convincerlo a inviare un appello a tutti i capi di governo degli Stati coinvolti in quella guerra per chiedere una tregua umanitaria nel periodo di Natale, una tregua che permettesse alle centinaia di migliaia di soldati assestati nelle trincee scavate lungo tutto il fronte occidentale di festeggiare, una tregua per permettere anche a chi aveva la responsabilità di quello che stava accadendo di riflettere sulle decisioni prese e interrompere quella desolante carneficina.

 

Il giovane deputato trentino riuscì nel suo intento, incontrò Benedetto XV il 18 novembre 1914 e lo convinse a inviare il suo appello a tutte le cancellerie. Forse l’appello fu inviato troppo tardi. Forse fu inviato a chi ormai era sordo. Forse, più probabilmente la ragione era persa del tutto, evaporata dalle poltrone damascate delle cancellerie. In quei palazzi si sentiva solo l’eco dei mortai e delle mitragliatrici che insidiavano costantemente la carne congelata dei disperati in trincea e su quelle comode poltrone nazionalisti invasati e anziani generali ingobbiti perpetravano il loro mantra di odio e potenza, prigionieri di quella demenza senile che l’Europa iniziava allora a conoscere e della quale i giovani, a milioni, avrebbero dovuto pagarne i sintomi e le scelte dissennate.

 

Un uomo solo allora si prese in carico la disperazione delle famiglie che si apprestavano a celebrare un Natale drammatico. Nessuna risposta e nessuna apertura fu inviata alle sedi diplomatiche vaticane in risposta alle richieste fatte dal Papa, su proposta di De Gasperi. La guerra continuava inesorabile. Ma in realtà un fatto allora accade e lascia ancora più nello sconforto sapere che fu presto dimenticato e messo a tacere dalla censura, un fatto glorioso di disobbedienza e insubordinazione. La notte di Natale lungo le trincee che occupavano gran parte del Belgio e del Lussemburgo, nei pressi di Ypres, un gruppo di soldati tedeschi iniziò nella notte ad intonare canti natalizi. Cantavano per riscaldarsi e sentirsi a casa, per dimenticarsi del freddo e della morte. I canti continuarono, aumentarono e si accesero pure centinaia di candele lungo i bordi innevati delle trincee, luci accese con intento simbolico, luci che volevano essere luci semplicemente.

 

Queste furono notate dagli inglesi i quali a loro volta risposero intonando canti natalizi e accendendo a loro volta candele lungo le trincee. Poco a poco i soldati uscirono dalle trincee e iniziarono a fraternizzare scambiandosi piccoli doni e mostrando le foto dei loro cari proprio a quei presunti barbari che la propaganda nazionalista gli aveva descritto come esseri inumani. La tregua continuò qualche giorno, si organizzarono partite di calcio e ci si riposò, i soldati si sentirono per un attimo ancora uomini e godettero di quel limbo di normalità che il Natale concesse loro. La stampa inglese parlò di questo accadimento, ma prima che la storia potesse diventare esempio fu censurata. La censura mise tutto a tacere, i soldati e i battaglioni protagonisti di questa inattesa e evanescente pace furono ricollocati altrove e i comandi militari, i generali, gli ufficiali e i capitani, per tradizione condivisa iniziarono dal Natale del 1915 in avanti a intensificare i bombardamenti di artiglieria contro le linee nemiche nei periodi di festa per evitare che una tregua simile potesse accadere di nuovo.

 

 

Questo episodio lascia nel ricordo un grande rammarico per quanto allora Alcide De Gasperi avesse avuto ragione nell’immaginare la possibilità di una pace. Purtroppo si scelsero gli interlocutori sbagliati mentre chi avrebbe veramente dovuto beneficiare di questa tregua era pronto ad accoglierla. Raccontare oggi questa storia significa rendere il giusto tributo a chi in quelle ore di gelo e buio trovò il coraggio, a rischio della vita, di opporsi alla demenza nazionalista che soggiogava l’Europa, una demenza questa che avrebbe devastato il continente ancora per decenni e che rischia oggi, dimenticandone le miserie e i milioni di morti, di essere riabilitata senza alcun senso del pericolo. L’unico sapore che la guerra lascia nella bocca di chi l'ha vissuta è quello del sangue, l'unico odore quello della carne umana, putrida o bruciata, dilaniata e inferma. A Natale basterebbe rileggere le lettere dal fronte dei propri nonni e bisnonni per imparare a detestarla.

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