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Il mondo secondo Woodrow Wilson: 104 anni fa il discorso dei “14 punti”, fra autodeterminazione e futuro dell’Europa

L’8 gennaio 1918, di fronte al Congresso, il presidente statunitense Woodrow Wilson pronunciò il famoso discorso dei “14 punti”, con cui si prefiguravano i principi regolatori per l’immediato dopoguerra. La realtà, però, finirà per smentire ogni buono proposito, preparando il continente ad un altro e più drammatico conflitto

Di Davide Leveghi - 08 gennaio 2022 - 11:51

TRENTO. L’8 gennaio 1918, di fronte ai deputati riuniti nel Congresso, il presidente degli Stati Uniti d’America Woodrow Wilson enunciò i cosiddetti “14 punti” su cui si sarebbe dovuto fondare l’ordine globale una volta concluso “l’inutile massacro” della Grande Guerra. Imperniati sui principi liberali, liberisti e di moderazione verso le potenze responsabili dello scoppio del conflitto – in particolare la Germania – i “punti wilsoniani” si scontrarono con ostacoli non indifferenti, in Europa come negli stessi Usa. 

 

Principio cardine attorno a cui ruotavano le proposte del presidente democratico fu quello dell’autodeterminazione, risposta alla necessità una volta finita la guerra di ridefinire una cartina politica europea (e non solo) orfana dei grandi imperi multinazionali. Tale tentativo, a posteriori, non poté che risultare fallimentare, visto il palese scollegamento fra la teoria e la pratica di terre profondamente mistilingui e multinazionali, specie nell’Est europeo.

 

Scrive lo storico britannico Eric Hobsbawm nel suo imprescindibile volume Il Secolo breve: “Bisognava ridisegnare e ridefinire la cartina geopolitca dell’Europa, sia per indebolire la Germania sia per riempire quei larghi spazi vuoti che si erano formati in Europa e nel Medio Oriente, in seguito alla sconfitta e al tracollo simultaneo degli imperi russo, absburgico e ottomano. I principale pretendenti, almeno in Europa, erano diversi movimenti nazionalistici, che i vincitori tendevano a incoraggiare almeno finché essi si dimostravano antibolscevichi. Il principio fondamentale per riordinare l’assetto politico europeo fu quello di creare stati nazionali su base etnico-linguistiche, secondo l’idea che le nazioni hanno il diritto all’«autodeterminazione»”.

 

“Il presidente americano Wilson – prosegue Hobsbawm – le cui opinioni erano considerate l’espressione della volontà di quella potenza senza di cui la guerra sarebbe stata persa, era un appassionato e convinto assertore di questo principio, che era (ed è) facilmente abbracciato da coloro che non conoscevano da vicino le realtà etniche e linguistiche delle regioni che dovevano essere divise in precise entità nazionali. Quel tentativo si rivelò disastroso, com’è facile vedere nell’Europa degli anni ’90”. Secondo Hobsbawm, dunque, dalla guerra civile jugoslava degli anni ’90 alla secessione slovacca, passando per i contrasti fra ungheresi e romeni in Transilvania o per il separatismo in Moldavia o nel Caucaso, “i nodi di Versailles” continuarono a venire al pettine.

 

Tornando indietro con un salto cronologico, dalle trattative di pace del 1919 al pronunciamento del discorso di Wilson, risulta possibile, nondimeno, comprendere quale fosse la strada indicata dal presidente statunitense per l’imminente futuro. Ben più spazio servirebbe per vagliare ognuno dei 14 punti, vertenti la pubblicità dei trattati – erano stati i bolscevichi, una volta conquistato il potere, a denunciare i patti segreti stabiliti senza consultazione delle popolazioni interessate, dalle potenze in campo, tra cui il Patto di Londra con cui l’Italia si era assicurati in caso di vittoria territori come l’Istria, la Dalmazia ed il Sudtirolo, a maggioranza non italofoni – o la libertà sui mari.

 

Alcuni punti, qui, meritano un’analisi più approfondita. Due furono quelli che interessarono ad esempio il territorio regionale dell’attuale Trentino-Alto Adige: il 9 ed il 10. In quest’ultimo, riguardante i popoli dell’Austria-Ungheria, Wilson prefigurava la soddisfazione di ogni desiderio di autodeterminazione. Dalla dissoluzione dell’Impero, effettivamente, diverse furono le nazioni sorte nel cuore dell’Europa. Dalla Cecoslovacchia alla Polonia, nata dall’unione di territori sottratti alla Russia, alla Prussia e appunto all’Impero, passando per il neonato Regno di Jugoslavia, la cartina dell’Europa centrale fu completamente ridisegnata in sede di negoziati.

 

Ciò non tolse affatto ogni motivo d’attrito, alimentando revanscismi ed aggressivo nazionalismo. E fu così che per decenni questa zona d’Europa finì per essere interessata da movimenti coatti di popolazioni, guerra e violenza. La stessa nascita del nuovo Stato jugoslavo irritò non poco Roma, che si vide “privata” di territori promessi dall’Intesa nel Patto di Londra, con cui l’Italia diede il proprio appoggio contro gli Imperi centrali (QUI l’articolo). Da qui nacque, pertanto, il mito della “vittoria mutilata”, benzina indispensabile per il rafforzamento del nazionalismo e del nascente fascismo (QUI l'articolo).

 

Nel punto 9, invece, Wilson proponeva la rettifica delle frontiere italiane secondo linee di demarcazione chiare – una soluzione, come sostenuto da Hobsbawm, più astratta che reale. E così, Trento e Trieste avrebbero dovuto essere annesse al Regno d’Italia. Ben più complicata, invece, si faceva la situazione nell’Alto Adriatico, dove non esisteva alcuna linea netta di demarcazione fra le popolazioni di lingua e cultura diverse. Discorso ancora differente, infine, per quel pezzo di Tirolo tedesco fra Brennero e Salorno, che il governo italiano chiese all’Intesa in funzione meramente strategica.

 

In Italia, a parte in certi ambienti nazionalisti, convinti dalle – spesso strampalate – teorie di Ettore Tolomei (QUI un approfondimento), era infatti chiaro come il futuro Sudtirolo fosse compattamente tedesco. Anche Wilson, da parte sua, non ignorava la cosa. Ma fra quanto detto nel gennaio del ’18 e quanto deciso in sede di pace nel 1919, il presidente americano – nonostante le diverse sollecitazioni, anche disperate, della classe dirigente locale (QUI un approfondimento) – preferì sostenere la causa italiana, già piuttosto infastidita da quanto stava avvenendo in riferimento al confine orientale.

 

La smentita nei fatti di alcuni principi dei 14 punti, nondimeno, fu questione che riguardò il dopoguerra. Ma perché, invece, Wilson decise di tenere questo discorso, sostenendo tali cause? Ancora una volta, per offrire un’interpretazione, ci rivolgiamo a Hobsbawm, che nel delineare i passaggi finali della Grande Guerra scrive: “In ottobre la monarchia absburgica andò in frantumi dopo le ultime sconfitte sul fronte italiano. Vennero proclamati diversi nuovi stati nazionali nella speranza giustificata che gli alleati vittoriosi avrebbero preferito riconoscerne l’esistenza di fronte ai pericoli della rivoluzione bolscevica. E infatti la prima reazione occidentale all’appello che i bolscevichi avevano rivolto ai popoli perché si ponesse fine alla guerra furono i «Quattordici punti» del presidente Wilson, con i quali si giocava la carta nazionalista contro l’appello internazionalista di Lenin. Un’area di piccoli stati nazionali doveva formare una sorta di cordone sanitario contro il virus comunista”.

 

Secondo Hobsbawm, dunque, l’autodeterminazione non fu che la risposta occidentale all’internazionalismo comunista. Internazionalismo, tra l’altro, destinato a spegnersi nel dopoguerra di fronte alla diffusa repressione dei movimenti rivoluzionari e all’arenarsi della rivoluzione russa. La stessa Unione sovietica finì nondimeno per diventare essa stessa un insieme di stati nazionali.

 

Un ultimo punto, infine, merita attenzione. Come strumento per risolvere pacificamente i conflitti, infatti, Wilson propose l’istituzione di una Società delle Nazioni, un consesso internazionale che in principio aveva lo scopo di offrire mutue garanzie d’indipendenza e di integrità territoriale a prescindere dalla grandezza e dall’influenza degli Stati. Paradossalmente, la più pesante assenza, una volta fondata nel giugno ’19, fu proprio quella degli Stati Uniti. Il Congresso, infatti, bocciò la proposta d’adesione alla Società delle Nazioni, riportando la potenza statunitense al suo tradizionale isolazionismo.

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