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Dalla guerra civile in Costa d'Avorio al salvataggio nel Mediterraneo, la storia di Mozon: "Oggi vado in meta con il Trento"

L'ivoriano si trova in Trentino da circa due anni, dopo la fuga dal proprio Paese attraverso Burkina Faso, Niger e Libia. Il giovane, aspirante pizzaiolo, rientra nel progetto 'Rugby for peace' avviato a maggio dal sodalizio presieduto da Luca Della Sala in collaborazione con Aps Lolobà, Cinformi, Atas onlus e Kaleidoscopio

Di Luca Andreazza - 08 aprile 2018 - 18:13

TRENTOPerché si parte? Perché si affronta il pericolo della traversata del Mediterraneo e si rischia la vita? "Per scappare dalla guerra civile, forse sarei morto lì", spiega senza tanti giri di parole Monzon, 24 anni, proveniente dalla Costa d'Avorio e oggi impegnato alle nostre latitudini tra il corso per diventare pizzaiolo e gli allenamenti in maglia Rugby Trento

 

Un ventennio sanguinoso quest'ultimo per la Costa d'Avorio, dopo il conflitto a fine anni '90 e quindi la prima guerra civile. Caos e disordini che ritornano dopo le elezioni del 2010, una crisi politica che si scatena dopo il rifiuto di Laurent Gbagbo di riconoscere la vittoria dell’avversario Alassane Ouattara. Sono morte oltre tremila persone.

"Nel mio Paese - aggiunge il 25enne - ero un bigliettaio, ma ho avuto problemi con le frange dei ribelli e quindi alcuni amici camionisti mi hanno aiutato a fuggire e mettermi in salvo". Una fuga attraverso Burkina Faso, Niger e l'arrivo in Libia. Da qui la rotta verso il Belpaese. 

 

"Devo ringraziare gli italiani - dice Monzon, che parla un buon italiano - perché mi hanno salvato in mare, sarò sempre riconoscente all'Italia. Anche al Trentino per l'ospitalità". Non ha voglia ricordare quei momenti, l'ivoriano ormai qui da due anni, dopo aver trascorso i primi quattro mesi al campo di Marco e quindi nel capoluogo tra le Residenze Fersina e Brennero".

 

 

E ora dopo circa un anno di allenamenti all'impianto di via Fersina tra le fila del Rugby Trento, Monzon ha fatto l'esordio in maglia Rotaliana del presidente Stefano Sighel per la prima uscita stagionale nel campionato Uisp. "Ho imparato - evidenzia il ragazzo - questo sport qui e mi piace tantissimo. Quando gioco mi sento bene, bene, bene".

 

Una vittoria all'esordio per l'ivoriano. "Mi piace allenarmi e stare con gli amici, il rugby è difficile, ma non è uno sport di forza: mi aiutano dalla panchina e cerco di usare la testa per riuscire dove mi mancano esperienza oppure tecnica. Inoltre guardo le partite su Youtube per imparare sempre qualcosa di nuovo".

 

Un progetto di Educazione alla Cittadinanza Globale 'Rugby for peace' avviato a maggio dell'anno scorso dal Rugby Trento in collaborazione con Aps Lolobà, Cinformi, Atas onlus e Kaleidoscopio.

 

 

L'obiettivo principale è quello di riuscire a inserire e integrare venti ragazzi, tutti richiedenti asilo in Trentino. "Non solo in ambito sportivo - spiega Luca Della Sala, numero uno del Rugby Trento - ma con attività volte al coinvolgimento di tutti i tesserati a incontrarsi e condividere del tempo insieme. Siamo riusciti a rifornire tutti i ragazzi di abbigliamento e materiale tecnico perché sono tutti uguali".

 

Banale dirlo, ma un modo anche per allontanare questi ragazzi dalla strada, ma soprattutto da certe situazioni a rischio. "E' un'esperienza formativa per tutti noi - evidenzia il presidente - se li conosci, si cominciano a cancellare i preconcetti e le loro storie sono incredibili, difficile raccontare le sofferenze e sacrifici per scappare dai loro Paesi. Tra attività, scuola e sport hanno tanta voglia di impegnarsi, ma devono essere messi nelle condizioni".

 

Simile a tante storie, in questo il caso il rubgy come spinta per abbattere barriere e pregiudizi. "Questa - commenta Della Sala - è una piccola vittoria: Monzon in pochi mesi si è integrato, si è divertito e ha intrecciato amicizie e relazioni. Dopo il riscaldamento con gli altri ragazzi, i richiedenti asilo si allenano e affinano la tecnica e la conoscenza del gioco per essere pronti a entrare in gruppo".

 

 

Ogni martedì questi venti ragazzi provenienti da dieci nazioni tra Malì, Costa d'Avorio, Nigeria, Guinea, Camerun, Senegal, Liberia, Ghana e Pakistan si allenano in via Fersina, seguiti da tecnici attenti e volenterosi, in attesa di vedere esordire qualcun'altro in qualche prima squadra.

 

"Un'esperienza bella - ammette l'allenatore Massimo Soldani - soprattutto dal punto di vista umano. Il rugby è uno sport tecnicamente difficile: stiamo avendo diverse soddisfazioni, ma l'obiettivo non è sfornare giocatori, quanto promuovere l'integrazione. La sfida è interessante per il mix di lingue e Paesi, ma il senso di responsabilità dei ragazzi è cresciuto tantissimo in questi mesi: sono sempre puntuali, accettano le decisioni degli arbitri, ridono e scherzano".


(Massimo Soldani, allenatore del Rugby Trento)

Non è la prima iniziativa targata Aps Lolobà. "Abbiamo diverse iniziative - conclude la responsabile Laura Battistata - per promuovere integrazione e inclusione, dai progetti musicali a quelli sportivi. E' necessario superare la diffidenza e riuscire a dare un'opportunità e una chance a questi ragazzi che scappano dalle situazioni più disparate".  

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