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Il Merano wine festival ricorda il precursore della biodinamica: Rainer Zierock, il filosofo agricoltore che amava Dioniso e Goethe

A 10 anni dalla sua scomparsa il Merano Wine Festival lo ricorda con un convegno (curato da Angelo Carrillo uno dei più impprtanti giornalisti dell'enogastronomia regionale) che anticipa la kermesse più esclusiva tra le Alpi del mondo del vino. Impossibile sintetizzare in poche righe l’operato di Rainer Zierock, legato al Trentino. E’ stato Rainer il primo che m’ha suggerito di "vedere" il vino oltre il bicchiere

Di Nereo Pederzolli - 06 November 2019 - 20:29

MERANO. Un festival enoico per rievocare gli ideali di un filosofo agrario, uno che insegnò a tanti vignaioli un nuovo concetto di Natura, sa usare per imparare, ascoltandola e soprattutto rispettandola. Quel saggio è Rainer Zierock, istrionico innovatore enologico, origini germaniche, azioni in mezza Europa, con strettissimi legami col Trentino, personaggio apparentemente ostico, schietto come i suoi vini.

 

A 10 anni dalla sua scomparsa il Merano Wine Festival lo ricorda con un convegno (curato da Angelo Carrillo uno dei giornalisti più importanti dell'enogastonomia regionale) che anticipa la kermesse più esclusiva tra le Alpi del mondo del vino. Impossibile sintetizzare in poche righe l’operato di Rainer Zierock. Era giunto all’Istituto Agrario di San Michele a metà degli anni ’70, per "trasmettere nozioni linguistiche in piena sintonia con una filosofia enologica innovativa quanto austra". Agli studenti di allora trasmise saperi. Indimenticabili. Legandosi al Trentino anche sentimentalmente, sposando Elisabetta Foradori, con la quale ha progettato il Teroldego più esclusivo.

 

Era una fucina d’idee. Da sperimentare applicandole a concrete azioni vitivinicole. Nel massimo rispetto della Natura. Proprio come lui amava definirsi: filosofo agrario. "Si batteva per la conservazione del creato, per gli ideali di una cultura agraria con al centro l’uomo, per la libertà dei contadini, per la dignità del lavoro nei campi", ribadisce con affetto Elisabetta Foradori.

 

Formazione austera in quel di Germania, studi classici, la militanza nelle formazioni più marxiste dell’epoca, una continua ricerca per l’evoluzione agronomica di stampo naturale (quella che oggi molti conoscono come biodinamica) e un debole per la cultura ellenica, la Grecia con i suoi riti e miti enologici. A San Michele all’Adige creò una sorta di convivio. Con una sarabanda di giovani frequentatori. Io compreso.

 

E’ stato Rainer il primo che m’ha suggerito di "vedere" il vino oltre il bicchiere. Legandolo alla storia della vite, all’evoluzione del gusto. Alla mitologia, anzitutto. E su questo Rainer era davvero formidabile. Impossibile non citare il suo Manifesto. Quel pentagono che s’intravvede nel fascinoso kylix di Dioniso, una coppa vinaria attribuita al famoso ceramista greco Exekias, kylix o cantaro risalente a oltre 500 anni avanti Cristo, calice che tuttora non si riesce (metaforicamente) a riempire, lasciando spazio al fascino del mito, alla curiosità e leggende che rendono il vino quanto mai suggestivo.

 

Coppa da impugnare con entrambe le mani, due anse simmetriche verticali ai lati, per sorsi di sapere. Nel dipinto c’è la storia di Dioniso, il dio che trasforma in delfini i pirati che vogliono salire sulla barca per catturarlo. Dioniso, la nave con la vela legata all’albero trasformato in vite che naviga in un mare rubino come il mosto dell’uva, la sacralità del viaggio, omaggio ai riti dell’ebbrezza e dunque della gioia, i sensi appagati dal piacere vinoso. Rainer lo spiegava scientificamente, per ribadire l’intreccio vinoso basato non solo sul legame tra vite, terra e aria, ma anche e specialmente sull’impegno, l’intuizione etica ed estetica del viticoltore, del vignaiolo verace, quello che coltiva uva per fare vino.

 

Concetto legato alla biodinamica, anche se allora questa definizione era praticamente sconosciuta. Ricerca, studio e variegate occasioni conviviali, pure in momenti di baldoria. Che certo non erano sporadici. Allora a Faedo si tenevano dei piccoli ‘summit’ con la presenza di autorevoli produttori italiani e stranieri, un "senza frontiere" stimolato anche da Rainer.

 

Lui, a Faedo giocava in casa. Viveva a Maso Togn, in una struttura molto sobria, attorniata da vigneti sperimentali, enclave decisamente suggestivo, quasi affascinante. Dove per anni il 28 agosto riuniva una cerchia ristretta di amici vignaioli per un preciso motivo: ricordare la nascita di Johann Wolfgang Goethe. Di questo geniale scrittore di Francoforte, Rainer conosceva ogni aneddoto, tra citazioni filosofiche e affinità storiche.

 

Per onorarlo, allestiva una sorta di banchetto conviviale ai piedi di un secolare castagno, con scenografica illuminazione a candele. Sosteneva che Goethe, nel suo viaggio in Italia, sostò proprio a Faedo, vicino maso Togn, riposando ai piedi del grande castagno. Itinerario lungo il quale camminò sicuramente anche l’altro personaggio di fondamentale importanza nell’evoluzione della cultura germanica, ammirato da Rainer: Albrecht Duerer, che dipinse Trento e il castello di Segonzano, poco distante maso Togn.

 

Riscontri storici a parte, la ricorrenza del 28 agosto era davvero sentita. E ben onorata, tra dissertazioni e libagioni che finivano a notte fonda. Indomito quanto visionario riusciva a coniugare contemporaneamente progetti enologici vicino casa come quelli a lungo raggio. Tecniche colturali – mi ricordo una sua teoria su come tracciare i filari, seguendo l’andamento della luna – con pratiche di vinificazione.

 

Intuizioni geniali, tuttora d’avanguardia. Basti pensare alla sua proposta di realizzare fusti di legno leggermente più capienti della tradizionale barrique – 300 litri circa – assemblati però con doghe di legni diversi e diversa tostatura. Ottenendo vini insoliti, più complessi, vini a dir poco emozionanti.

 

Istrionico, bastian contrario, ma sempre in grado di stupire. Come quando portò a Merano un gruppo musicale greco, giunto al Merano Wine Festival a bordo di una barca fluviale, sulle acque dell’Adige, trainata da cavalli. Una rappresentazione legata ai riti dionisiaci, riproposizione del mitico ditirambo, melodia decisamente alcolica, l’ebbrezza, la gioia del vino. Ma di questo ne parleremo al convegno, il prossimo 8 novembre.

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