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Il mondo dopo il Muro: tra equilibrismi e cadute. La Storia ritorna, con tutto il suo carico di (dis)illusioni

Puntata 7: I “luoghi” della caduta: miti, conseguenze e illusioni di un evento che cambiò il corso della Storia. Per il settimo e ultimo approfondimento analizziamo 4 frammenti del mondo scaturito dalla fine della Guerra Fredda. Al Muro di Berlino ne sono seguiti tanti altri, muri di incomprensione e ignoranza, di diffidenza e di intolleranza. La Storia, come spesso si dice, si ripete

Di Davide Leveghi - 09 novembre 2019 - 12:13

TRENTO. Attraverso il muro di Berlino: al di qua e al di là, nel tempo e nello spazio, della barriera più famosa della Storia. Approfondimento in vista del trentennale della caduta.

Puntata 7: I “luoghi” della caduta: miti, conseguenze e illusioni di un evento che cambiò il corso della Storia

Il fatto. Quando il Muro venne eretto, nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, le ragioni ufficiali venivano scolpite dalle autorità della Ddr nell'altisonante nome di “Antifaschistischer Schutzwall”, la 'Barriera di protezione antifascista'. Le reali motivazioni non potevano certo essere annunciate al mondo intero, che, una volta svegliato quella mattina d'estate, si trovò incredulo davanti alla barriera di mattoni che circondava per 155 chilometri di lunghezza i quartieri della parte occidentale della città.

 

Quella barriera sarebbe rimasta in piedi per 28 anni, meccanismo via via perfezionato per separare le persone, per impedire lo smacco delle emigrazioni, per sancire la divisione tra due mondi in conflitto. Partito come filo spinato, il Muro acquisiva una forma sempre più compiuta, sempre più efficace nel serrare la comunicazione, nell'ostacolare, pena la morte quasi certa, ogni tentativo di superamento. Si stima che in quei quasi 30 anni di "attività" il tentativo di oltrepassarlo sia costato la vita a circa 200 persone.

 

Ci fu perfino chi se ne fece beffa. L'attivista non violento John Runnings, in occasione del suo 25º anniversario, ci camminò sopra in equilibrio per 500 metri. Un'altra volta ci salì a cavalcioni, fingendo simbolicamente di martellarlo. Erano attacchi alla sua insensatezza, alla sua disumanità. Crepe in un muro che, fatalità della Storia, sarebbe crollato a seguito di un errore burocratico di un ministro, lasciatosi andare in diretta televisiva ad una dichiarazione che diede il via libera all'assalto dei posti di blocco e alla distruzione di quell'odiato simbolo di divisione.

 

La memoria che ritorna. Il 10 aprile 2010 l'aereo presidenziale con a bordo il premier Lech Kaczyński e numerose autorità polacche si schianta nei pressi della città russa di Smolensk uccidendo 96 persone. La comitiva era attesa per il 70º anniversario del massacro di Katyń, in cui i sovietici, a seguito della spartizione della Polonia, trucidavano tra Ucraina, Bielorussia e Russia circa 22mila soldati polacchi. L'inimicizia storica tra questi due Paesi si nutriva di una nuova tragedia.

 

Le cause dell'incidente finirono infatti immediatamente per alimentare le più svariate teorie. I rapporti russi e quelli polacchi divergevano, i resti dell'aereo non vennero restituiti dalle autorità di Mosca a quelle di Varsavia, le investigazioni vennero riprese ad anni di distanza mentre lo spettro del sospetto di un attentato o di un sabotaggio russo si insinuava come un virus nella società polacca. Di fronte al palazzo presidenziale comparve un altarino votivo costantemente ravvivato. Il corpo del presidente Kaczyński venne sepolto nella Cattedrale del Wawel di Cracovia, santuario della Nazione polacca. Suo fratello Jarosław guida il partito al governo dal 2015, accumulando truppe - sotto l'egida della Nato - ai confini orientali.

 

L'arroganza dell'Occidente. In una scena del film di Steven Spielberg Il ponte delle spie il protagonista, interpretato da Tom Hanks, osserva pensieroso l'orizzonte mentre viaggia sulla metropolitana di superficie di Brooklyn. Un'immagine gli salta all'occhio mentre con la mente torna alle scene a cui assiste nella Berlino divisa, di un muro che divide la città, che semina morte tra chi cerca di superarlo. Dei bambini, giocando, scavalcano infatti delle staccionate.

 

È la libertà a stelle e strisce quella che esalta la retorica spielbergiana, la superiorità della civiltà occidentale sulla barbarie orientale. Ma come sempre la realtà, in quanto tragica, è sempre ben più complessa e contraddittoria del complesso di superiorità tutto americano dell'asso del cinema hollywoodiano. Le barriere non solo fisiche che attraversano la società del Paese più avanzato del mondo sono numerose. Ce n'è una di oltre 3000 chilometri al confine col Messico.

 

Il mito crolla. Nell'Est europeo post-1989 ogni prodotto della cultura occidentale diviene oggetto di euforica ammirazione. Per le strade di Budapest, Praga o Varsavia proliferano i grattacieli, i centri si riempiono di marchi diffusi in tutto il mondo, il processo di allargamento verso Est della Comunità economica europea s'incammina verso l'entrata dei primi Paesi dell'ex-blocco sovietico nel 2004. L'euforia sbatte ben presto contro la realtà, il passato non si supera con uno slancio improvviso mentre presente e futuro si costruiscono per gradi.

 

La profonda crisi economica ha effetti pesantissimi su società e sistema politico, che faticano a liberarsi dai fardelli del regime precedente e vengono travolti da un'economia che crea problemi prima inesistenti, come la disoccupazione. Il mito liberale si scontra con il ritorno della Nazione, soffocata durante gli anni del Patto di Varsavia. I valori occidentali vengono rivalutati, l'Est e l'Ovest tornano a scontrarsi su diversi campi. Il gruppo di Visegrád forma il nucleo della “democrazia illiberale” del premier ungherese Orbán e rifiuta la redistribuzione dei migranti. D'altro lato Romania e Bulgaria, i Paesi più poveri dell'Unione, vengono esclusi da Schengen. Mancano i requisiti, dicono da Bruxelles, ma la sensazione è che in Europa ci siano europei di serie b.

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