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Ventotto anni fa sbarcavano a Bari 20mila persone. ''Il viaggio durò sedici ore. Dallo stadio, poi, caricarono le persone sui treni. Ecco la storia di chi arrivò a Trento e Bolzano''

L'arrivo del mercantile Vlora trasformò di colpo l'Italia in un Paese di immigrazione per un popolo che fuggiva da un'Albania in disfacimento. Molto è cambiato da allora, non solo le nazioni di partenza dei profughi. Ma, ci racconta Klaudio Findiku, presidente e fondatore dell'associazione Shqipet Onlus Trentino-Alto Adige, ci sono delle costanti: la ricerca di una vita dignitosa e il miraggio dell'Occidente

Di Davide Leveghi - 08 agosto 2019 - 18:47

TRENTO. Per loro l'Italia era “l'America”, mutuando un titolo di un bellissimo film di Gianni D'Amelio, proprio come per migliaia e migliaia d'italiani v'era stato nei decenni precedenti un miraggio di una vita dignitosa e di fortuna là, oltreoceano, lontano dalla miseria della penisola. Era l'8 agosto 1991 quando al porto di Bari giungeva da Durazzo una nave carica all'inverosimile, chiamata Vlora (Valona in albanese).

 

20mila persone stipate su un mercantile, una richiesta di sbarco a Brindisi, la scelta di dirottare l'arrivo su un porto più grande, dove si sarebbe potuta allestire una primaria accoglienza. Non era il primo arrivo di immigrati dall'Albania, ma di certo fu il più eclatante. L'Italia, paese storicamente d'emigrazione, diveniva da quel momento un approdo per gli immigrati. Gli albanesi avrebbero aperto così la lunga e tragica stagione degli sbarchi.

 

Fuggiti dall'Albania comunista in disfacimento, ammaliati dalle prospettive di una vita agiata promesse dalla televisione italiana, i cui segnali venivano facilmente captati dal di là dell'Adriatico, furono migliaia gli albanesi che su chiatte e barche d'ogni sorta presero il largo tentando di raggiungere le coste della vecchia potenza coloniale, amata e odiata, desiderata quanto temuta, se è vero che ai tempi del (paranoico) dittatore Enver Hoxha il Paese venne riempito di bunker pronti all'uso in caso di invasione.

 

Quello della Vlora fu il più grande sbarco con una sola nave della storia italiana. La sua entità sorprese le autorità italiane, cogliendole impreparate ad accogliere un tale numero di migranti. Drammatiche furono le scene all'arrivo, con molti che si gettarono dalla nave sovraffollata raggiungendo a nuoto il porto, e soprattutto con la scelta delle autorità di raccogliere per una settimana (!) i 20mila profughi nello Stadio della Vittoria.

 

Raccontare le storie della Vlora è molto complesso - dice Klaudio Findiku, presidente e fondatore dell'associazione Shqipet Onlus Trentino-Alto Adige - io sono troppo giovane per averle vissute ma le vivo attraverso le storie delle generazioni che mi precedono. Sto scrivendo un libro ora, in italiano, che racconta attraverso 12 interviste i 28 anni che ci separano dall'arrivo della Vlora a Bari. Storie di persone arrivate in Italia sulle cosiddette “carrette del mare”, di cui 6 sulla Vlora”.

 

Storie di emigrazione vissute attraverso i racconti, dunque e ciò dovrebbe far riflettere molti tra quelli che sbraitano contro gli immigrati. “Tra queste storie mi hanno colpito quelle di due persone, una che vive ora a Torbole e l'altra che è attualmente presidente dell'Associazione albanese di Rovereto. Nel primo caso - racconta - mi è stato narrato che il giorno della partenza c'era nell'aria felicità per le notizie che giungevano dal porto. Si sapeva che qualcuno stava scappando e Ilir, così si chiama, prese la bici e percorse i 20 chilometri che lo separavano da Durazzo. Superate le barriere del porto e il cordone di militari, le migliaia di persone salite sulla nave convinsero il capitano a partire”.

 

Sedici ore durò il viaggio - continua - un giorno intero senza mangiare. A Bari venne accolto, poi portato allo stadio, e con un treno arrivò fino ad una caserma del Trentino. Ora lavora a Torbole, sposato con una donna italiana. La seconda storia, invece, segue sì lo stesso giro ma per arrivare a Bolzano, dove nonostante sia riuscito a trovar lavoro, dovette vivere in una baracca costruita nella zona industriale. Aiutato dalla Chiesa, ebbe modo di costruirsi una vita e si trasferì a Rovereto”.

 

Storie dal lieto fine, dunque, quelle raccontate da Klaudio, che anche nella sua famiglia conta uomini che decisero di fuggire dalla miseria e cercare la fortuna, dopo la pericolosa traversata in mare, in un altro Paese. Storie di immigrazione che nel 1991 cominciarono, per poi proseguire fino ai giorni nostri. “Io raggiunsi mio padre nel 2009 a Riva del Garda- racconta- e l'approccio non fu felice. Ho vissuto con dispiacere il razzismo, le difficoltà a integrarmi. Non ho mai capito perché gli italiani dopo tanti anni di immigrazione fossero ancora così ostili agli stranieri. Ma poi attraverso il volontariato sono riuscito ad avvicinarmi ai trentini e ora mi sento a casa”.

 

Sono attorno agli 11mila gli albanesi che vivono in Trentino-Alto Adige, di cui il 30%, dice Findiku, possiedono già la cittadinanza italiana. Uomini e donne giunti in questi trent'anni dall'altra sponda dell'Adriatico, mentre ora sono altri gli “itinerari” delle migrazioni via mare. “L'immigrazione di oggi è diversa da quella che interessò gli albanesi negli anni '90. Lì si scappava da una dittatura durata 46 anni salendo sulle carrette. Ora c'è un vero e proprio business che gioca sulla pelle di questa povera gente”.

 

“Questo business è la malattia del XXI secolo. I politici trattano come giocattoli le persone che fuggono da guerra e miseria, alimentando il razzismo- conclude- manca un linguaggio razionale per raccontare l'immigrazione. Per questo la gente comune non comprende a fondo la situazione”.

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