Contenuto sponsorizzato
| 18 ago 2021 | 19:59

Dal Vietnam al Trentino, quando la Marina italiana salvò i “boat people” dopo la fuga precipitosa degli Stati Uniti. L’ex ufficiale: “Oggi, abbiamo il dovere morale di aiutare gli afgani”

Una storia spesso dimenticata ma che parla di coraggio, umanità e solidarietà, come quella ricevuta dalla famiglia Nguyen che dal Vietnam trovò rifugio in Val di Ledro. Era il 1979 quando la Marina militare portò a termine un’impresa straordinaria salvando centinaia di persone in fuga dalla guerra. Oggi sono gli afgani a chiedere aiuto dopo che l’Italia è stata per anni coinvolta direttamente nel conflitto armato che ha devastato il Paese e si è concluso con il ritorno al potere dei talebani. L’ex ufficiale di Marina che partecipò al soccorso dei “boat people”: “Come Stato democratico dobbiamo farcene carico”

In alto a sinistra l’evacuazione di Saigon (1975), sotto Kabul (2021)
In alto a sinistra l’evacuazione di Saigon (1975), sotto Kabul (2021). Al centro l’ex ufficiale Paolo Mele. In alto a destra Venezia (1979), sotto profughi afgani imbarcati su un aereo (2021)
di Tiziano Grottolo

TRENTO. “Il presidente del Consiglio, Mario Draghi ringrazia le forze armate per le operazioni che stanno permettendo di riportare in Italia i nostri concittadini di base in Afghanistan. L’impegno dell’Italia è proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione”. È questo lo stralcio di un comunicato diramato dal Governo Italiano per commentare la caotica situazione in Afghanistan dove i talebani sono tornati al potere dopo vent’anni di guerriglia.

 

L’Italia, anche in queste ore, è impegnata nelle operazioni di evacuazione del personale amministrativo. Intorno alle 14e30 del 16 agosto scorso, è atterrato a Roma il primo volo con a bordo circa 70 persone. Si trattava soprattutto di personale diplomatico ma fra i passeggeri c’erano anche una ventina di cittadini afgani, ex collaboratori dell’ambasciata e di altri uffici governativi. Al momento però, non è chiaro quanti siano gli afgani che potranno fare rotta verso Roma e nemmeno quali saranno i criteri per l’evacuazione. Sempre nei giorni scorsi la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese aveva fatto sapere che finora erano state accolte 228 persone, ammettendo però che l’evoluzione degli eventi avrebbe comportato “un’accelerazione dell’accoglienza”.

 

Il tempo stringe. A poche ore dall’ingresso nella capitale Kabul, i talebani si sono già sostituiti alle forze di sicurezza e di fatto si stanno comportando come se la transizione al potere fosse già stata completata. I più esposti a violenze e rappresaglie sono le donne e in generale chi ha collaborato con gli occidentali. Come spiegava a Il Dolomiti, Laura Quagliuolo, tra le fondatrici del Coordinamento italiano sostegno donne afghane onlus (Cisda), è probabile che i talebani una volta consolidato il potere incomincino a colpire i gruppi di opposizione. “Chi ha collaborato con gli occidentali rischia di subire vendette e ritorsioni. Rischiano la vita anche le attiviste con cui collaboriamo, molte di loro sono già entrate in clandestinità”. Proprio per questo l’Italia e gli altri Stati occidentali, devono fare in fretta, perché di tempo se ne è già perso abbastanza e la situazione potrebbe precipitare a breve.

 

In questi giorni le immagini di Kabul sono spesso accostate alla caduta di Saigon, avvenuta nel 1975 quando l’Esercito Popolare del Vietnam del Nord e i Viet Cong entrarono nella capitale costringendo gli Stati Uniti a una precipitosa evacuazione. Militari e diplomatici vennero evacuati ma migliaia di sud-vietnamiti, ex collaboratori della superpotenza, furono abbandonati al loro destino. Proprio come gli afgani, che in questi momenti stanno vivendo ore di angoscia e in certi casi trovano la morte aggrappati agli aerei in viaggio fuori dall'Afghanistan. Insomma, scatti simili, Paesi diversi, ma la stessa disperazione nelle persone.

 

Eppure, nel 1979 quando il fenomeno dei cosiddetti “boat people”, cioè quei vietnamiti che per fuggire dal Vietnam comunista prendevano la via del mare a bordo di barche fatiscenti, raggiunse l’apice, il Governo italiano decise di intervenire. Il presidente della Repubblica in carica era l’ex partigiano Sandro Pertini, il capo del Governo Giulio Andreotti, della Democrazia Cristiana. Entrambi capirono che non c’è tempo da perdere e organizzarono quella che tutt’oggi è ancora l’operazione di salvataggio più incredibile della storia italiana.

 

È il 4 luglio 1979 quando agli incrociatori Vittorio Veneto e Andrea Doria, supportati dalla nave appoggio Stromboli, arriva l’ordine di partire (rientreranno il 20 agosto). Fu una missione del tutto particolare” ricorda Paolo Mele, ex ufficiale di marina che ora fa l’avvocato ma è anche molto attivo sul fronte del volontariato: “Una delle tante cose che mi ha lasciato l’esperienza in Marina”, sottolinea. Mele, aveva 26 anni ed era imbarcato come sottotenente di vascello sul Doria.Accogliemmo la notizia con grande entusiasmo e positività, si trattava di andare in soccorso a una popolazione in grave difficoltà. Certo non mancavano le preoccupazioni visto che avevamo ben impresse nelle mente le immagini della guerra che erano arrivate da televisione e giornali. Inoltre sapevamo di dover affrontare un viaggio lunghissimo”.

LE FOTO. Nel 1979 tre navi della Marina militare italiana fanno rotta verso il Vietnam per una delle più grandi operazioni di salvataggio di sempre
Foto su gentile concessione di Pasquale Loprete – alcune di queste sono state pubblicate nel notiziario della Marina militare
Foto su gentile concessione di Pasquale Loprete – alcune di queste sono state pubblicate nel notiziario della Marina militare
Foto su gentile concessione di Pasquale Loprete – alcune di queste sono state pubblicate nel notiziario della Marina militare
Foto su gentile concessione di Pasquale Loprete – alcune di queste sono state pubblicate nel notiziario della Marina militare
Foto su gentile concessione di Pasquale Loprete – alcune di queste sono state pubblicate nel notiziario della Marina militare
Foto su gentile concessione di Pasquale Loprete – alcune di queste sono state pubblicate nel notiziario della Marina militare
Foto su gentile concessione di Pasquale Loprete – alcune di queste sono state pubblicate nel notiziario della Marina militare
Foto su gentile concessione di Pasquale Loprete – alcune di queste sono state pubblicate nel notiziario della Marina militare
Foto su gentile concessione di Paolo Mele
Foto su gentile concessione di Paolo Mele
Foto su gentile concessione di Paolo Mele
Foto su gentile concessione di Paolo Mele
Foto su gentile concessione di Pasquale Loprete – alcune di queste sono state pubblicate nel notiziario della Marina militare

 

In poco meno di un mese, procedendo senza soste, le tre navi italiane arrivano nelle acque del Mar Cinese Meridionale. “Il primo incontro con i ‘boat people’ fu un momento drammatico e indimenticabile. Intercettammo una di queste imbarcazioni alla deriva. Erano vere e proprie carrette del mare come quelle che oggi si vedono nel Mediterraneo, forse persino più malconce”. Ai profughi veniva offerta la possibilità di ricevere assistenza e ripartire o di salire a bordo per poi essere trasferiti in Italia. Ovviamente tutti sceglievano la seconda opzione. Le condizioni del mare non davano scampo a queste imbarcazioni, inoltre a bordo non c’erano mezzi di sostentamento, avremmo raccolto circa un migliaio di profughi”.

 

Le persone soccorse in mare trovarono rifugio in Italia, prima a Venezia e in Friuli, poi smistate in diverse zone d’Italia. Alcune famiglie grazie ai corridoi umanitari sono arrivate anche in Trentino. La storia della famiglia Nguyen ha seguito un percorso diverso ma in sé racchiude lo stesso dramma che accomuna chi fugge da guerra e persecuzioni. Della famiglia si ricorda benissimo Don Francesco Micheli, al tempo sacerdote della Val di Ledro: La proposta alle parrocchie arrivò dalla Caritas, interpellammo il Consiglio pastorale e decidemmo di accogliere questa famiglia in un appartamento di Tiarno. Poi il secondo passo fu quello di trovare un lavoro per il padre, e inserirli un po’ alla volta nella comunità. È passato molto tempo ma ancora oggi siamo rimasti in contatto”.

 

Quando la famiglia Nguyen arriva in Valle di Ledro è composta dal Van Chau di 21 anni, la moglie Tran thy my Hoa e il piccolo Teo che non ha nemmeno un anno. “Mio padre – spiega Paolo Nguyen, terzogenito, nato in Italia come la sorella Anna – fuggì dal Vietnam nel 1978, in barca, riparando in un campo profughi in Malesia. Tramite la cooperazione internazionale scelse l’Italia perché era la prima destinazione disponibile. Voleva mettere al sicuro mia madre e mio fratello che era appena nato”. Tramite la Caritas la famiglia vietnamita arrivò a Tiarno il 26 agosto 1980, da allora vivono in Val di Ledro dove sono conosciuti da tutti. Van Chau, oggi 62enne, per oltre 40 anni ha lavorato nella segheria della famiglia Cellana, che a suo tempo aveva messo a disposizione il primo appartamento.

 

Non tutti però sono stati così fortunati. I “boat people” hanno vissuto momenti drammatici. Tragici. Sono decine di migliaia le persone che cercarono di raggiungere Thailandia, Malesia e Indonesia, spesso però vennero respinte in certi casi vennero prima spogliate dei pochi averi. In altre situazioni le navi furono rimorchiate al largo prima di poter raggiungere la terra ferma e poi abbandonate al loro destino. In migliaia annegarono, altri morirono per fame e malattie o caddero preda dei pirati. Molte donne sono state vittime di stupri. Il direttore della Divisione protezione internazionale dell’Unhcr, Michel Moussalli, parlava di “scene al di là di ogni immaginazione […] Diciotto persone partono in una piccola imbarcazione e, nella traversata del golfo di Thailandia, sono attaccate dai pirati; una ragazza che resiste allo stupro è uccisa e un’altra ragazzina di 15 anni è rapita. L’imbarcazione viene poi ripetutamente speronata e gli altri 16 passeggeri, che non sono di alcuna utilità per i pirati, muoiono tutti in mare”.

 

Quella portata avanti dalle tre navi della Marina militare in soccorso dei “boat people” è a tutti gli effetti la missione umanitaria più distante che sia mai stata compiuta dall’Italia. La prima di una lunga serie di operazioni di protezione civile che hanno impegnato anche le forze armate. Ora la stessa richiesta arriva dall’Afghanistan, dove peraltro l’Italia è stata coinvolta direttamente nel conflitto pagando un prezzo anche in termini di vite umane. Sull’opportunità che Roma si faccia carico di questa incombenza l’ex ufficiale della Marina, Paolo Mele non ha dubbi: “Ritengo sia doveroso anche dal punto di vista morale, il nostro Paese deve assolutamente aiutare le persone che sono state al nostro fianco. Sono persone che si sono opposte al regime dei talebani e in questo momento rischiano di cadere vittima della vendetta dei fondamentalisti. Non possiamo ignorarlo. Come Stato democratico dobbiamo farcene carico”.

Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Cronaca
| 09 agosto | 06:00
L'assessora provinciale alla cultura prova a spegnere la polemica, richiama "all'ordine" (perché di questo si tratta) il Consiglio [...]
Cronaca
| 09 agosto | 06:50
Sono 110 i detenuti per 88 posti in una struttura ormai fatiscente e tra le più sovraffollate del paese. E intanto gli agenti, sempre troppo [...]
Economia
| 09 agosto | 06:50
Tra le conseguenze della situazione geopolitica in atto si fa sentire per famiglie e imprese anche il caro energia. A intervenire è [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato