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Vinitaly, un Trentino sconnesso e poco coeso si salva (come sempre) per il TrentoDoc

Tutte le regioni avevano una precisa collocazione. Tutte, tranne il Trentino. Perché nel padiglione 3 – nonostante l’enorme gigantografia di un vigneto all’ingresso, con pali di cemento in primissimo piano e la scritta green di stridente contrasto – molte cantine non avevano nulla a che spartire con il vino delle valli attigue l’Adige

Di Nereo Pederzolli - 11 April 2019 - 17:55

VERONA. La tempesta nel bicchiere, il giorno dopo. Vinitaly appena concluso e già s’inizia a progettare il futuro, con il comparto vitivinicolo trentino sconnesso: pochissima coesione tra i produttori, immagine enologica frastagliata, tra qualche ripicca, campanilismi e l’assoluta mancanza di una "visione", di una regia che metta d’accordo le  - seppur valide – anime del bere bene dolomitico. Nonostante questo a Verona sono emerse alcune chicche d’assoluto pregio: spumante classico,  grappe e olio extravergine d’oliva compreso.

 

Girovagare tra gli stand quasi senza meta. Perdersi nel bailamme di una fiera sempre più autorevole e nel contempo rassegna frequentata da vere e proprie orde di enocuriosi, in una gamma che forse per la prima volta (fortunatamente) non evidenzia i "tracannatori", quanti si rifugiano nel vino senza alcun ritegno. Merito dell’ente fiera veronese che – aumentando il prezzo d’ingresso a 80 euro – ha decisamente scoraggiato i più facinorosi. Così il vino è stato (in parte) rispettato.

 


Un bene prezioso, con un valore di tutto rispetto. Ogni anno in Italia si beve vino per un valore che sfiora i 15 miliardi di euro. Si beve meno, ma meglio. Cercando nel bicchiere stimoli che rievochino il logo d’orige di quanto si sorseggia. Nelle indagini di mercato e in base al fatturato delle grandi aziende enologiche, il Trentino è messo più che bene. Alcuni suoi brand sono ai vertici della classifica, grazie alla capacità imprenditoriale nella commercializzazione internazionale di vini competitivi per qualità e prezzi, anche se sul mercato vengono proposti vini quasi privi di particolari legami dolomitici. Distribuiti sul doppio binario, con ripercussioni sull’immagine, sull’identità stessa dei vini autenticamente Made in Trentino. Per constatare questa dicotomia, ancora una volta, bastava aggirarsi per Vinitaly.

 

Tutte le regioni avevano una precisa collocazione. Tutte, tranne il Trentino. Perché nel padiglione 3 – nonostante l’enorme gigantografia di un vigneto all’ingresso, con pali di cemento in primissimo piano e la scritta green di stridente contrasto – molte cantine non avevano nulla a che spartire con il vino delle valli attigue l’Adige. C’erano i marchi più conosciuti – Cavit, Mezzacorona, Ferrari e La Vis – alcune rinomate aziende agricole, ma gran parte dei vignaioli, quelli che hanno conquistato il palato dei più esigenti bevitori, erano dislocati altrove. Quasi impossibile rintracciarli, nel marasma di proposte, messaggi promozionali, offerte di degustazioni di ogni sorta e in ogni abbinamento.

 

Trentino che subisce suo malgrado le incomprensioni – spesso assurde – tra produttori. Rischiando di finire – per appeal e una certa bramosia vinosa - a fondo classifica tra le regioni italiane. Proprio così. Ancora si salva (bene) grazie e solo allo spumante classico. Il Trento Doc con le sue 9 milioni di bottiglie e una qualità indiscutibile, percepita da tutti coloro che scelgono le bollicine più intriganti. Lo hanno dimostrato alcune degustazioni riservate agli importatori e le annate di riserve speciali proposte come tangibile esempio di spumantistica d’altissimo livello. E’ il caso di Maso Martis, che ha stupito un parterre d’esperti con una sequenza di vecchie annate decisamente da guinness, con il Trento Doc Madame Martis diventato un cult.


Encomi ed elogi sperticati alle grappe marchiate col Tridente, a dimostrazione che il Trentino rimane leader del settore degli spiriti. Applausi a scena aperta anche a Sol, il salone dell’olio extravergine, con l’Agraria di Riva del Garda che ha conquistato premi di stampo internazionale e promosso una serie d’incontri – esclusivamente in lingua inglese – riservati al mercato estero, Usa in primis.

 

Ma torniamo alla sistemazione fieristica. Hanno disertato il padiglione 3 quasi tutti i Vignaioli Indipendenti, che hanno aderito al salone Fivi, con piccole postazioni inserite tra quelle dei quasi 200 vignerons. Difficile – anche se non impossibile – riuscire a trovarli, abbinare il nome della cantina alla terra d’origine. 

 

Altrettanto estrema la scelta di altri piccoli produttori di deviare da Verona per esporre a Cerea o a Gambellara le loro bottiglie di vino biologico, biodinamico o in sintonia con le pratiche estreme di vinificazione al naturale. Scelte rispettabilissime, ma che certo creano qualche confusione tra i consumatori meno attenti, pure tra operatori esteri oltre che tra la ressa dei curiosi di Vinitaly.

 

Confusione e scoordinamento: che fare? Se lo sono chiesti anzitutto gli amministratori pubblici, con la giunta provinciale quasi al completo presente tra gli stand trentini. Chiedendo, ascoltando i pareri dei colossi come degli artigiani del vino.  Stimolando i vertici – appena rinnovati – del Consorzio vini a promuovere un tavolo di concertazione, per cercare soluzioni condivise. Progetti, per ora, ancora da definire. Intanto si punta sulla Mostra Vini di metà maggio. Che potrebbe diventare una prima piattaforma in vista del Vinitaly 2020. Prosit.

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