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Al Comune di Merano si discute la rimozione di via Cadorna. Delle Donne: "Pur di centrare i propri obiettivi l'Svp si alleerebbe anche col diavolo"

Nei prossimi giorni, in Consiglio comunale a Merano, si discuterà la delibera che dà corso ad una mozione presentata 2 anni dal consigliere David Augscheller, con cui si propone la rimozione dell'intitolazione di una via al generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore del Regio Esercito italiano dal 1914 alla disfatta di Caporetto dell'ottobre '17. Quattro le candidate a sostituirlo, tutte donne. Insorge la destra italiana. Lo storico Delle Donne: "Sull'odonomastica e i simboli imbarazzanti bisognerebbe lavorare sia coi nomi italiani che con quelli tedeschi"

Di Davide Leveghi - 18 luglio 2020 - 16:22

MERANO. “Per portare a compimento i suoi piani l'Svp sarebbe in grado di appoggiare anche il diavolo o Maria Maddalena. Per questo si è alleata con Rifondazione comunista, accodandosi alla mozione presentata dal consigliere Augscheller”. Non le manda a dire, come sempre, Giorgio Delle Donne, storico che da anni si occupa della questione odonomastica in provincia di Bolzano. La scelta di rimuovere dal centro di Merano l'intitolazione di una via al generale Luigi Cadorna, in discussione nell'aula del Consiglio comunale cittadino, sarebbe a suo giudizio l'ennesima dimostrazione di un modus operandi preciso, volto a far trionfare la memoria collettiva dominante – quella sudtirolese, incarnata dal partito “unico e totale” della “Stella alpina” - su quella debole e divisa degli italiani.

 

Non è un caso, d'altronde, che il consigliere provinciale di Alto Adige nel cuore- Fratelli d'Italia e maggiore esponente della destra altoatesina, Alessandro Urzì, abbia tuonato contro l'iniziativa, paventando un effetto domino che porterebbe allo stravolgimento dell'odonomastica meranese. “Prima Cadorna, poi Marconi e il Piave. Questo vezzo ideologico di cambiare i nomi delle vie o di abbattere statue incrocia l'estrema sinistra con chi, da sempre, lavora per eliminare l'italianità, i separatisti”, ha dichiarato.

 

Giudicato da Urzì come “un atto di pulizia linguistica ammantata da idealismo”, l'iniziativa verrà discussa in Consiglio comunale dopo che due anni fa la mozione presentata da David Augscheller (Sinistra Ecosociale) era stata unanimamente approvata e accolta con giubilo. Trasformata in delibera, ora si discute sui possibili sostituti, tutte donne: dalla principessa Mathilde von Schwarzenberg all'artista Aliza Mandel, dalla piccola bambina ebrea uccisa ad Auschwitz Elena Stern De Salvo alla scrittrice meranese Anita Pichler, tra le penne più importanti della letteratura sudtirolese.

 

Se non si sarà in grado di decidere, Cadorna rimane dov'è. Se no, del celebre generale, passato alla storia per la disfatta di Caporetto dell'ottobre 1917 e per i metodi brutali nei confronti dei soldati, non vi sarà più traccia tra le strade della città del Passirio. Non una novità, per il capo di stato maggiore del Regio esercito tra il 1914 e il 1917, messo in discussione in diverse città ed eliminato dalle vie e dalle piazze cittadine di Udine, dove nel 2011 la commissione alla toponomastica decide di trasformare una piazza a lui intitolata in “Piazzale Unità d'Italia”.

 

“In questo caso non stiamo parlando di odonomastica fascista – spiega lo storico bolzanino – ma di un'intitolazione che voleva celebrare una figura considerata per molto tempo un eroe della vittoria italiana nella Grande Guerra. Cadorna, divenuto famoso nelle successive ricerche storiche per la scarsa considerazione della vita dei soldati, venne sostituito da Armando Diaz, che riorganizzò l'esercito dando vita agli uffici propaganda. Ma queste ricerche sono successive”.

 

Delle Donne, dunque, concorda in parte con quanto detto da Urzì, indicando nella scelta di rimuovere Cadorna dall'odonomastica cittadina il disegno coerente dell'Svp di incidere sul volto e i nomi della provincia, sfruttando spesso gli assist di altre forze politiche, anche diametralmente opposte (come in questo caso) – basti pensare alla scelta di sostituire il nome “Alto Adige” con la dizione “Provincia di Bolzano” (e così l'aggettivo “altoatesino”) nei documenti che regolano i rapporti fra Bolzano e Bruxelles (proposta della Süd-Tiroler Freheit), che nell'ottobre scorso arrivò (con gli automatici fraintendimenti della stampa nazionale) su tutti i media italiani.

 

L'odonomastica è uno dei settori in cui si crea identità collettiva, specie se nell'intitolare piazze o vie ci si basa sulla storia o su una presenta storia che ci si racconta – continua – la scelta, di per sé, non è mai neutrale. L'odonomastica, qui da noi in Alto Adige, è tanto più importante per le divisioni e le contrapposizioni nella popolazione della provincia, divisa in gruppi etnici e linguistici. Basti guardare a Piazza della Vittoria, a Bolzano, che per gli italiani rappresenta la loro ragion d'essere in Alto Adige mentre per i tedeschi è la sconfitta e la separazione dalla madrepatria”.

 

Rispetto allo specifico caso di via Cadorna a Merano, sono passati ormai decenni dall'intitolazione. Le persone si sono abituate. Essa stessa è diventata un fatto storico. L'odonomastica è una storia al quadrato, una stratificazione. Io sono convinto che un monumento possa essere abbattuto subito dopo la caduta di un regime, ma a decenni di distanza non ha più lo stesso significato. Lo stesso discorso vale per l'odonomastica. Anni fa proposi di creare un registro di tutta l'odonomastica provinciale, così da individuare le situazioni più problematiche. Alla proposta non si diede seguito”.

 

Nella grande ondata iconoclasta che ha percorso il mondo dopo l'uccisione dell'afroamericano George Floyd, con manifestazioni antirazziste diffuse dagli Stati Uniti all'Europa, nemmeno le piazze italiane erano state risparmiate. E se a Milano al centro delle azioni degli attivisti c'è finito il noto giornalista Indro Montanelli, il quale da giovane partecipò all'aggressione coloniale all'Etiopia e sposò una 12enne eritrea, a Bolzano, dove odonomastica, monumentalistica e toponomastica sono oggetto quotidiano del contendere, la zona del Monumento alla Vittoria è stata interessata da alcuni blitz volti a imbrattare i segni più scomodi del passato.

 

L'imbrattamento della colonna che celebra la partecipazione dei soldati sudtirolesi alle guerre fasciste (dalla Spagna all'Etiopia), posta dinnanzi al Monumento alla Vittoria, via Amba Alagi (dedicata alla battaglia persa contro gli inglesi con cui ebbe fine la dominazione italiana sull'Africa Orientale) e via Reginaldo Giuliani (cappellano delle Camicie nere) sono state definite dagli attivisti responsabili “un'azione diretta contro il razzismo e il vecchio-nuovo colonialismo - Casapound si è poi arrogata il diritto di ripulire i luoghi imbrattati, riuscendo a presentare una palese difesa della memoria fascista in un'operazione anti-degrado. 

 

Nella zona di Piazza della Vittoria – conclude Delle Donne – il fascismo nello stile e nell'odonomastica dimostrò una progettualità precisa e coerente. Non ha senso cancellare ora il nome di una o due vie, ma semmai pensare a un'iniziativa di più ampio respiro che contestualizzi e racconti la logica sottesa a certe scelte. Se vogliamo togliere in Alto Adige tutti i nomi e i simboli più imbarazzanti bisogna mettersi a un tavolo e discuterne: di certo ce ne sono di italiani come di tedeschi, basti guardare i simboli nazisti o della Wehrmacht presenti in molti cimiteri della provincia”.

 

Tra i tanti luoghi tornati in auge a fronte delle richieste di rimozione o delle azioni dimostrative, c'è infine il Monumento all'Alpino di Brunico, più conosciuto tra i sudtirolesi come il “Kapuziner-Wastl”, eretto nel 1938 a ricordo della partecipazione della Divisione Pusteria alla Guerra d'Etiopia e fatto saltare almeno tre volte con la dinamite fino a renderlo un busto. Lo stesso Delle Donne, in collaborazione con lo storico sudtirolese Stephan Lechner, redasse il testo di contestualizzazione che campeggia sotto il busto.

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