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C'era una volta la Padania: mentre Bossi dichiarava l'indipendenza, i meridionalisti del pluripregiudicato Cito "marciavano" su Mantova

Il 15 settembre 1996, Umberto Bossi, di fronte a migliaia di persone riunite a Venezia, proclamava la secessione della Padania. Contemporaneamente a Chioggia, la Lega d'azione meridionale, partito nato a Taranto proprio in contrapposizione con il partito indipendentista, si trovava per "marciare" su Mantova, "capitale del Nord". A 24 anni, cos'è rimasto dei protagonisti di quel giorno?

Di Davide Leveghi - 15 settembre 2020 - 13:22

TRENTO. “Noi popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana. Noi offriamo, gli uni agli altri, a scambievole pegno, le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore”. Era il 15 settembre 1996, quando il leader della neocostituita Lega Nord Umberto Bossi, fusione di una serie di forze autonomiste dell'Italia settentrionale, proclamava l'indipendenza della Padania.

 

In un tripudio di simbolismo, con centinaia di persone lungo il corso del “sacro fiume”, l'acqua del Po veniva prelevata in un'ampolla alla sua sorgente per poi essere svuotata a Venezia. Nel capoluogo veneto, il capo politico della Lega, tra le bandiere del partito e quelle dei territori, proclamava la secessione della Padania dal resto del Paese. Mantova diveniva la nuova capitale elettiva dei popoli del Nord, via da un'Italia che nel corso del Risorgimento se li era annessi “contro la loro volontà”.

 

Pochi ricordano però, che a Chioggia, a qualche chilometro da Venezia, un'altra manifestazione vedesse scendere in piazza i meridionalisti della Lega d'azione meridionale, partito fondato dall'imprenditore televisivo Giancarlo Cito, già militante storico del Movimento sociale italiano. L'obiettivo? Marciare su Mantova. Divenuto sindaco di Taranto, il novello “Berlusconi del Sud”, salito allo scranno dell'importante porto pugliese, cercava di raggiungere la ribalta nazionale presentandosi come difensore di un'Italia meridionale che sarebbe stata solo danneggiata dalla secessione del Nord.

 

Cito, che l'anno successivo si sarebbe candidato a sindaco di Milano, già nel maggio del '96, seguito da qualche adepto, aveva provato l' “assalto” alla neoproclamata capitale del Nord. Arrivato con un treno dal Sud nella città virgiliana, nell'indifferenza della popolazione locale, aveva arringato i suoi tra le bandiere del partito e i tricolori, al grido di “Bossi in galera” e senza che mancassero gli immancabili saluti romani.

 

Il viaggio di mille chilometri di Cito e i suoi fino a Mantova, città deputata da Bossi per ospitare il Parlamento della Padania, eletto poi nell'ottobre dell'anno successivo, assomigliò più ad una sparata elettorale, visto che nei cuori dei cittadini della città virgiliana, così come in quelli del Nord, il “pugliesissimo” patron di Antenna Taranto 6 non fece breccia – a differenza che in quello dei tarantini, che l'avevano appena eletto al Parlamento. La promessa di “prendere a calci in culo” Bossi si concluse quindi con un nulla di fatto.

 

Se è vero che la politica rappresenta un teatro in cui i personaggi entrano ed escono di scena, ciò che è certo è che i protagonisti di quel 15 settembre 1996 seguirono percorsi per certi versi analoghi. Se infatti Umberto Bossi vide la sua stella cadere sotto i colpi della malattia e della giustizia, anche per Giancarlo Cito non andò tanto meglio. Condannato in primo grado già nel 1997 per concorso esterno in associazione mafiosa, sconterà 4 anni di carcere tra il 2003 e il 2007.

 

Le sue noie giudiziarie, nondimeno, non si fermarono lì: altre condanne, nel 2011 per corruzione, nel 2012 per violenza privata, tentata concussione, abuso d'ufficio e falso ideologico e di nuovo nello stesso anno per corruzione, marcarono gli anni precedenti, senza questo impedisse che Cito facesse (e faccia) comparsate saltuarie in diversi programmi televisivi.

 

E l'altra grande protagonista di quel giorno, la Lega Nord per l'Indipendenza della Padania? Anche di quella, nel teatro (o per meglio dire nel "teatrino") della politica italiana, non è rimasta che l'ombra. Un anno fa, in una Pontida trasformata in un raduno nazional-popolare italiano, adagiati nei cassetti i copricapi vichinghi e il folklore celtico, Matteo Salvini sanciva la fine simbolica della comunione tra il partito fondato da Bossi e il desiderio d'indipendenza dei popoli del Nord – il partito continua a esistere, per questioni giudiziarie (è stato condannato alla restituzione allo Stato di 49 milioni di euro), anche se ormai svuotato di ogni contenuto – mentre i secessionisti, orfani di un sogno, cercano disperatamente di rilanciarsi (QUI e QUI degli esempi). 

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