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Coronavirus, fare tanti tamponi è una garanzia nel contrasto della pandemia? L'ex rettore Bassi: "Bisogna farli alle persone giuste"

Davide Bassi, ex rettore dell'Università di Trento, di fronte alla crescita dei contagi in Regione nelle ultime settimane, si è interrogato sulle modalità di somministrazione dei tamponi. Farne tanti è infatti sempre una garanzia di una più efficace strategia di contenimento del virus? La risposta è scettica e fa riflettere sul modo con cui la Giunta Fugatti ha comunicato in questi mesi di emergenza. "Non serve farne tanti ma alle persone giuste"

Di Davide Leveghi - 27 settembre 2020 - 18:22

TRENTO. “Parlare del numero totale dei tamponi non è sufficiente per valutare l'efficacia dell'azione di ricerca e prevenzione del contagio”. Di fronte all'importante crescita segnata dalla curva dei contagi da Coronavirus in Regione (di oggi la notizia per cui il Trentino, secondo l'Iss, sarebbe il peggior territorio per incidenza del virus in Italia), riflettere sull'utilità di un numero molto alto di tamponi effettuati potrebbe sembrare un controsenso. Se infatti l'alto numero di tamponi analizzati produce un automatico aumento dei positivi, si potrebbe pensare che la strategia dei “tamponi a tappeto” non possa che essere l'unica via per mantenere sotto controllo la circolazione del virus.

 

Eppure, ciò che appare non è necessariamente ciò che è. Il punto su cui riflettere, infatti, concerne le modalità con cui vengono somministrati i tamponi. Quanto potrebbe crescere la curva dei contagi se i tamponi venissero effettuati su soggetti precisi e non in forma (in parte) casuale? Entrare in questo tipo di argomento, nondimeno, ci catapulta in un discorso dove propaganda, comunicazione e gestione politica dell'emergenza si intrecciano, ponendo non pochi interrogativi, nel nostro piccolo Trentino, sulle modalità con cui la Giunta provinciale ha affrontato la pandemia.

 

Se infatti ancora a fine marzo il Trentino si distingueva per un basso numero di tamponi – a fronte, di contro, ad un'alta densità di decessi (QUI l'articolo) – nei mesi successivi la retorica della Giunta leghista non ha mai smesso di evidenziare la rilevante crescita nel numero di tamponi effettuati. Un'altisonante ritornello che non equivale però, necessariamente, ad una garanzia di contrasto della diffusione del virus.

 

D'altronde la stessa strategia comunicativa utilizzata da Piazza Dante rispetto alla lotta al virus, come dimostrato anche da alcuni nostri articoli (QUI e QUI), non si è certo caratterizzata per una comunicazione molto limpida, se è vero che a maggio, da Roma, segnalavano un errore piuttosto grossolano nella conta dei contagi riferiti al Ministero della Salute. Errore con cui, la stessa Giunta, non si risparmiava nel rassicurare i trentini di come la provincia si fosse trasformata da uno dei territori più colpiti dall'epidemia in uno di quelli con l'indice di contagio più basso.

 

Fin dall'inizio della pandemia di Covid-19 uno dei temi più dibattuti è stato quello dell'utilizzo dei cosiddetti tamponi e del loro numero ottimale – spiega l'ex rettore dell'Università di Trento Davide Bassi in un post sul proprio blog – in linea di principio siamo tutti d'accordo sul fatto che più tamponi si fanno più persone virologicamente positive si trovano, ma la relazione esistente tra il numero di tamponi fatti e il numero di tamponi accertati è tutt'altro che lineare. In altre parole, non basta fare molti tamponi, ma bisogna farli alle persone giuste. Se si fanno tamponi a caso si può tranquillizzare l'opinione pubblica sostenendo che si fanno molti tamponi, ma si rischia di non trovare molte delle persone contagiate, impedendo una ulteriore crescita dei contagi”.

 

Per meglio argomentare la propria tesi, Bassi ricorre così all'individuazione di una “grossolana” divisione in categorie dei tamponi, come visibile anche nel grafico: “tamponi utilizzati per verificare le condizioni delle persone attualmente positive”, “tamponi alle persone che manifestano sintomi”, “tamponi a livello concentrico per l'individuazione dei focolai”, “tamponi positivi di importazione” e “tamponi fatti a persone che, anche se positive, sono comunque asintomatiche”.

 

 

Se nel primo caso, l'analisi di questi tamponi non porta a scoprire alcun nuovo positivo, diverso risulta il discorso sulle 4 categorie rimanenti. Sui sintomatici il numero dei tamponi da fare “è ben preciso e pari al numero di persone che manifestano sintomi”. Probabilmente crescerà con l'arrivo dell'inverno e lo ha già fatto con la riapertura delle scuole. Nel caso dei focolai, invece, il numero dei positivi tenderà a saturarsi mano a mano che si procede nell'analisi dei tamponi. “Oltre un certo livello di tamponi – spiega Bassi – ulteriori tamponi non portano all'individuazione di nuovi positivi. Solo a questo punto possiamo ragionevolmente pensare di aver circoscritto il focolaio”.

 

Per quanto riguarda “i tamponi positivi di importazione”, il numero dei positivi non può che fluttuare sulla base degli spostamenti (ferie estive, arrivo dei lavoratori stagionali, ecc.), riferendosi in ogni caso a soggetti in particolare asintomatici che tornano da luoghi in cui il virus circola con particolare intensità. V'è infine la “categoria più insidiosa”, quella degli asintomatici. Ed è su questi che Bassi punta il dito per riflettere sulla validità della strategia dei tamponi a tappeto.

 

Se si scelgono le persone a caso (a differenza di coloro che sono collegabili ad un focolaio) la probabilità di trovare casi positivi è piuttosto bassa – spiega l'ex rettore – nell'esempio mostrato in figura se passassimo da 5000 a 10mila tamponi estendendo in modo non mirato il gruppo di persone analizzate passeremmo da un totale di 72 nuovi contagi a 75 nuovi contagi. Quindi gli ulteriori 5000 tamponi servirebbero per trovare meno del 5% del totale di positivi. Un chiaro spreco di tempo e denaro. Fare tamponi 'a tappeto' ha senso solo per scopi preventivi. Parliamo ad esempio del personale delle Rsa e della Sanità o delle persone che si devono ricoverare in ospedale per cause non Covid”.

 

In questi casi – continua – eventuali positivi asintomatici potrebbero fare grossi danni portando il virus all'interno di comunità particolarmente fragili. Un altro esempio riguarda alcuni settore lavorativi conosciuti come 'ad alto rischio di focolaio' come, ad esempio quello delle carni. Solo in estate in Trentino se fossero stati fatti adeguati controlli di prevenzione in tali aziende sarebbe stato possibile ridurre in maniera drastica l'incidenza dei focolai recentemente trovati e che sono la vera ragione per cui il Trentino è attualmente segnalato a livello nazionale ed europeo come uno dei territori italiani a circolazione più elevata del virus”.

 

Ha quindi molto senso – conclude – fare tamponi 'preventivi' che talvolta ci permettono di individuare delle persone asintomatiche purché siano finalizzati ad uno scopo ben preciso. Non avrebbe invece molto senso mettersi all'uscita dei supermercati per sottoporre a tampone un campione casuale della popolazione”.

 

Esiste, nella comunicazione fatta da Regioni e Province autonome, una suddivisione dei tamponi simile? No e questo rende la percezione sicuramente più incerta. La scelta di incrementare il numero dei tamponi verso una o l'altra di quelle categoria, tuttavia, ha un'incidenza piuttosto rilevante, riflettendosi anche nelle cifre dei contagi. Per questo, conclude Bassi, “parlare del numero totale dei tamponi non è sufficiente per valutare l'efficacia dell'azione di ricerca e prevenzione del contagio”.

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