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Divisi dal plexiglas, senza abbracci e contatti, ma si torna a ridere e a piangere insieme: dentro le Rsa post Covid-19

Dopo la fase acuta dell'epidemia e la chiusura totale per circa 100 giorni, per gli anziani delle case di riposo, a Rovereto e Sacco, si sono conclusi i primi giri di parenti per tutti gli ospiti anche se con regole molto stringenti. Ecco cosa accade all'interno delle strutture. La presidente della Vannetti: ''Le visite sono un momento importantissimo per la Vannetti ed è grazie alla dedizioni dei nostri operatori che sono possibili, in questo modo così efficace e a ritmo continuo''

Di L.P. - 07 luglio 2020 - 12:31

TRENTO. Tutti gli ospiti sono riusciti a vedere almeno un proprio parente dopo oltre 100 giorni di isolamento e allontanamento forzato, dai propri cari. Nelle Rsa Vannetti di Rovereto e Kolbe di Sacco ogni giorno, da lunedì a venerdì, gli anziani stanno ricevendo, finalmente, i propri familiari per scambiare, dopo tanto tempo, dopo tanta paura per l'emergenza coronavirus, un sorriso, delle lacrime, qualche battuta, poche ma importantissime chiacchiere che restituiscono quel poco di quotidianità persa durante i mesi di lockdown.  

 

La Vannetti si è organizzata in maniera scrupolosa e precisa, nel rispetto delle norme anti-contagio, in occasione della riapertura delle visite agli esterni. Già tutti i residenti, che possono lasciare i loro nuclei, hanno incontrato loro parenti o famigliari, anche più di una volta, e gli incontri continuano. La Vannetti si è organizzata in modo che ogni nucleo, nel giro sette o otto giorni, possa completare per ognuno dei suoi componenti le visite. Ogni piano ha il suo spazio dedicato agli incontri, ricavato al piano terra della Rsa, sia nella sede di Sacco che in quella in via Vannetti. Per i residenti che non possono invece lasciare il nucleo assistenziale si dà invece la precedenza alle chiamate o alle videochiamate.

 

Dal lunedì al venerdì (divise in due blocchi, dalle 9 alle 11 e dalle 15 alle 17) si tengono 16 visite al giorno, altrettante a Sacco. I visitatori hanno un'ora da dedicare ai loro cari in Rsa. Lo schema è preciso: la Vannetti scandisce un calendario, chiama per gli inviti (non il contrario) e concorda un orario. Il congiunto si presenta all'entrata convenuta, c'è una fase di triage (con misurazione della temperatura e di igienizzazione) e poi si arriva al box ricavato all'interno della Rsa; dall'altra parte del tavolo c'è il caro residente.

 

 

La barriera di plexiglas in mezzo ai due parenti o la mascherina indossata da entrambi non impediscono alle emozioni, di trasparire, anche se certamente riducono la carica empatica che ci sarebbe con un abbraccio, con il contatto delle mani. E ancora, c'è un operatore della Vannetti a supervisionare il rispetto delle regole, ma, tenendosi in disparte, permette l'intimità tra le persone. Possono entrare massimo due persone, e non sono figure fisse: una volta può essere un figlio, un'altra la sorella, un'altra ancora i nipoti o amici.

 

 

L'inizio delle visite ha cambiato molto il clima nelle Rsa, fanno sapere dalla strutture: i residenti sono più distesi, lo stress, accumulato in mesi difficili, si è allentato, le tensioni stemperate. Nelle visite si è notato un nuovo linguaggio: mascherine e distanze magari occultano in parte il volto, ma non le emozioni, che vengono trasmesse con gli occhi, con la voce, con la gestualità. È nato un nuovo linguaggio delle emozioni, comunicano dalle due Rsa. “Le visite sono un momento importantissimo per la Vannetti – commenta la presidente Daniela Roner – ed è grazie alla dedizioni dei nostri operatori che sono possibili, in questo modo così efficace e a ritmo continuo”.

 

La Vannetti sta valutando, quando sarà possibile, di allargare gli spazi per le visite e anche la possibilità di estendere gli orari delle visite anche al sabato. Il tutto per ridurre al minimo i disagi e le criticità legate a queste importanti ma faticose regole di ''ingaggio''. Difficoltà (che pure, va detto, bisogna sopportare per garantire la salute e l'incolumità soprattutto degli ospiti delle strutture) che sono state raccontate da Silvia Ropelato in una lettera inviata a il Dolomiti (qui per leggere ''Mia mamma ha 88 anni e dopo 4 mesi di separazione ci dicono di aspettare ancora. Non so se lei potrà farlo e se potrà mai perdonarci''). 

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