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Fabbriche e siti industriali abbandonati delle Dolomiti tornano a vivere grazie all'arte. Il curatore: "Arrivo in un posto morto e convinco tutti che non lo è"

Il progetto Dolomiti Contemporanee individua siti e spazi dal forte potenziale, siti trascurati, depressi, inutilizzati (come siti industriali, fabbriche abbandonate, complessi d’archeologia industriale dismessi, ai piedi delle guglie dolomitiche) e li rigenera. Il curatore, Gianluca D'incà Levis: "E' un circolo dove tutto torna: il territorio condivide l'obiettivo della rigenerazione di una parte di se stesso. L’arte è utile, e nutre"

Foto di Giacomo de Dona
Di Arianna Viesi - 05 luglio 2020 - 21:12

BELLUNO. Dolomiti Contemporanee è un progetto (anche se, in questo caso, la parola "progetto" non è una scelta felice, perché Dolomiti Contemporanee è molto, molto di più) nato ad agosto 2011. Le Dolomiti erano da poco diventate bene Unesco, Patrimonio dell’Umanità.

 

In cerca di una definizione più adatta, precisa, attenta, che sappia delineare i confini di ciò che è (e non è) Dolomiti Contemporanee, prendiamo a prestito le parole con cui questa grande "cosa/casa" ("progetto" lo lasciamo da parte, per ora, abbiam detto) viene descritta da chi, Dolomiti Contemporanee, l'anima: "Dolomiti contemporanee è un riconfiguratore spaziale, e concettuale, che opera attraverso l’arte e la cultura contemporanea. Le Dolomiti sono lo spazio, fisico e concettuale, a cui si è deciso di applicare uno sguardo critico, riattivatore (l’approccio critico è riattivatore)" (QUI SITO).

 

Dolomiti Contemporanee parte da lontano. Era il 2011, appunto, e Gianluca D'incà Levis faceva il curatore, a Venezia. Sì, in laguna, a più di 100 chilometri dalle Dolomiti. In quell'anno i "Monti pallidi" venivano dichiarati Patrimonio dell'Umanità. Ma cosa vuol dire patrimonio? Gianluca è partito proprio da qui, da una domanda (ché le domande son sempre da tener care perché son loro che muovono il mondo, e che lo salvano).

 

"Il concetto di patrimonio - ci spiega Gianluca - non ha sempre un'accezione positiva. La memoria, se non addomesticata, rischia di scatenare agenti patogeni".

 

Patrimonio, memoria, luogo: Gianluca parte da qui per raccontarci Dolomiti Contemporanee. "Memoria è una parola molto importante. Con Dolomiti Contemporanee affrontiamo siti andati 'a remengo', come il Villaggio Eni a Borca di Cadore o il Nuovo Spazio di Casso. Siti, troppo spesso, paralizzati in una memoria che non aiuta a rigenerarli".

 

Gianluca e Dolomiti Contemporanee cercano di capire, avendo cura di questi siti andati "a remengo", se l'arte contemporanea (e altre forme d'arte) possa essere realmente salvifica, utile. "Se non è utile, è solo arte esornativa".

 

"Ci muoviamo all'interno di siti abbandonati o sottoutilizzati - continua -. Se un sito ha molto valore, quel valore non è un contenitore ma un contenuto. Il punto è questo: vige ancora, troppo spesso, un'idea, una mentalità distorta, sbagliata che vede questi siti come uno spazio vuoto da riempire. Ma se si ha in mano un valore, un patrimonio, si deve capire e sapere che quello è già contenuto, e non mero contenitore, e conseguentemente trovare modalità di pratica compatibili con quel contenuto. Noi, per farti capire, non facciamo, o molto raramente, mostre dentro quelle scatole vuote".

 

Ma quindi, in sostanza, Dolomiti Contemporanee che fa? "Riprendiamo in mano siti sparsi nelle Dolomiti. Alcuni di questi siti sono a più alto potenziale residuale. Prima del loro nome c'è la particella "ex", come nel caso dell'ex Villaggio Eni. Sono  tutti luoghi che hanno avuto una vita, luoghi importanti per la costruzione del paesaggio-territorio e quindi anche delle genti che, quel paesaggio-territorio, lo vivono. Sono luoghi che, poi, si sono fermati, per vari motivi. E quindi si prospettano due possibilità: o vengono lasciati lì e diventano crateri del paesaggio, oppure devono diventare qualcos'altro".

 

Insomma vengono individuati, misurati, selezionati siti e spazi dal forte potenziale, siti trascurati, depressi, inutilizzati (come siti industriali, fabbriche abbandonate, complessi d’archeologia industriale dismessi, ai piedi delle guglie dolomitiche). Questi siti, risorse frustrate, vengono riattivati, attraverso processi incentrati su arte e cultura. Un programma strategico d’azione, poi, consente di sviluppare e implementare sistemi articolati di reti che fungono da ossatura di sostegno al progetto, che (ad oggi) è supportato da oltre un centinaio di soggetti pubblici e privati (oltre 400 i soggetti che hanno collaborato con dc dal 2011).

 

Gianluca D'incà Levis, di questo "progetto", ne è il curatore ed è proprio lui a spiegarci il delicato e rivoluzionario nodo che lega artista e spazi. "Un'artista arriva in un posto e ha un'idea. Gli artisti sono disseminatori di spore, sono antenne, leggono il potenziale di un luogo, anche "irrisolto". Per questo i luoghi, soprattutto "irrisolti", hanno spesso bisogno di forze nuove, esterne. L'arte contemporanea, in particolare, è un'idea non stanca, che non s'accontenta di sentenze".

 

Proprio per questo Dolomiti Contemporanee ha portato (e continua a portare) in uno spazio, quello delle Dolomiti, sguardi altri. Il programma infatti prevede l’occupazione temporanea dei complessi individuati, che vengono trasformati in motori culturali e centri espositivi. Al loro interno si attivano le residenze, in cui vengono ospitati gli artisti. Oltre 200, nei primi quattro anni di attività. Le fabbriche, chiuse da anni o decenni, riaprono dunque come centri di produzione culturale ed artistica (soprattutto durante la stagione estiva e autunnale). Qui, all’interno delle fabbriche, o di altri siti peculiari, gli artisti lavorano in rete con le decine di aziende partner, che forniscono loro i materiali, i supporti alle lavorazioni, l’assistenza, per realizzare le opere. "Definiamo produttivo culturale - spiega Gianluca - questo rapporto osmotico. L’attività espositiva rigenera e rifunzionalizza dunque la fabbrica (il suo spettro), che torna a vivere".

 

Quando, dopo averla abitata per alcuni mesi, e avervi realizzato alcuni cicli espositivi, a fine stagione, il sito viene abbandonato dagli artisti, è diverso da prima. L'azione degli artisti lo ha resto nuovamente appetibile, anche a livello commerciale. In questo modo, l’arte ha dato prova di poter fornire impulsi concreti al territorio, riattivando aree dal grande potenziale, che giacevano in stato necrotico. "L’arte è utile, e nutre. Con l’arte si mangia (per chi ha fame, e sa masticare)", aggiunge Gianluca.
Altri spazi, dotati di un’inerzia maggiore, vengono affrontati con progetti e programmi a medio-lungo termine.

 

"Abbiamo lavorato in una ventina di siti in questi dieci anni - racconta Gianluca -. La prima cosa che faccio quando vado nel Comune dove il sito si trova, cerco di creare una rete di partnership con il territorio: sindaco, persone, persone che hanno aziende su territorio".

 

"Il metodo che uso? - continua - Arrivo in un posto morto, convinco tutti che quel posto non è morto, perché forse le persone avevano solo perso speranza, e creando reti mi pago anche i costi: ad oggi ho 500 partner. E' un circolo dove tutto torna: il territorio condivide l'obiettivo della rigenerazione di una parte di se stesso. Per la parte necrotica, si affida ad un curatore".

 

Da circa dieci anni, quindi, Dolomiti Contemporanee si occupa di una ventina di siti attraverso piattaforme più o meno strutturate e strutturali. Ad alcuni siti è dedicato un focus veloce, una mostra magari "per dire a quel territorio: occhio che questo sito è straordinario", spiega Gianluca. In altri siti, più importanti e più difficili, non ci si può limitare ad un passaggio estemporaneo (si pensi a siti come quello del Vajont, a Casso, oppure all'ex Villaggio Eni di Borca). "In questi secondi siti - continua -devi andarci a vivere. Sono siti così pesanti nella storia e paralizzati ed è per questo più difficile farli uscire dall'inerzia. Dentro ad ogni sito c'è una  residenza che accoglie un sacco di gente (artisti, filosofi, scienziati ecc.). Chi viene sta lì, per un po' di tempo o più a lungo. E' il solo modo per comprendere i siti, dall'interno. Non importa se in una settimana o un mese ma è solo vivendo un luogo che lo si può comprendere. Vivendo in questi siti, un'artista capisce il territorio e quindi farà un buon lavoro".

 

Uno degli ultimi siti di cui Gianlusa e Dolomiti Contemporanee si sono presi cura (parola, questa, scelta non a caso) è a Pieve di Cadore. Qui, Gianluca, ha riaperto e gestito il Forte di Montericco, un forte chiuso da cent'anni. "Tratto i valori del territorio - racconta - e ne amplifico la portata. Pieve di Cadore vuol dire, anche ma non solo, Tiziano Vecellio e Tempesta Vaia. Nell'ottobre 2018 avevo già in mente un'idea: non si frigna perché vengono giù gli alberi. Quando è arrivata Vaia, moltissimi si sono messi a fare i solidali ma io volevo un progetto: cospicuo, grosso, che verrà processato nel giro di cinque anni".

 

Nasce così il Cantiere di Vaia. "Ho iniziato a lavorare con molti forestali, rappresentanti del mondo universitario ecc. All'inizio ho lavorato con loro. Un conto, però, è la solidarietà (che va sempre benissimo), ma un altro conto è l'arte che deve essere sempre tellurica e deve sempre rinnovare".

 

Cos'è quindi il Cantiere di Vaia? "Più di trenta artisti hanno fatto, e stanno facendo, un lavoro su Vaia. Gli artisti, comunque, parlano sempre con un tecnico perché l'artista non sa niente del bosco, tecnicamente. Dopo un lungo lavoro, il Cantiere di Vaia è diventato un'opportunità di studio e così ho potuto affrontare, con enti territoriali, altri temi connessi a Vaia. L'arte non è una passeggiata ma un meccanismo di ricerca. A Pieve di Cadore nasce Tiziano e riapro il Forte di Montericco. Così lancio Tiziano contemporaneo, un progetto che durerà degli anni. Ci sono più di trenta artisti da tutto il mondo che vengono nella terra natale di Tiziano e fanno opere su Tiziano stesso. E' una cosa intelligente anche strategicamente".

 

Come può, un "progetto" grande, radicato e complesso come quello di Dolomiti Contemporanee, sostenersi, sostentarsi? "Dolomiti Contemporanee - spiega Gianluca - costa quasi un milione di euro all'anno, la maggior parte dei costi viene coperta in virtù delle partnership. Le persone del territorio mi danno la loro fiducia, per quello riesco ad andare avanti".

 

"L'arte è una cosa importante, insieme alla cultura. Non basta visitare le mostre. Bisogna capire se l'arte serve anche a qualcosa. L'arte può, deve, essere uno degli strumenti di valorizzazione del territorio. Un progetto come il mio è eversivo. Io voglio vivere in montagna. Il fulcro di tutto è una residenza: i primi in residenza siamo noi del gruppo di lavoro. Dolomiti Contemporanee potrebbe definirsi così: un progetto di alpinismo culturale. Voglio arrampicare con le mani ma anche con le idee".

 

"Non vogliamo propagare stereotipi della montagna - conclude Gianluca -. La montagna non è bella perché 'non c'è più'. La montagna o la elabori continuamente o rimane ferma, è un fossile. C'è questa retorica manichea per cui da un lato c'è la natura, che è bella, e dall'altra l'uomo che la rompe. L'uomo sa fare cose pessime ma anche cose eccelse. Sono passati più di 1000 artisti da tutto il mondo, nei nostri siti. Noi viviamo qua. E' una scelta esistenziale, quella di stare in montagna, perché mi piace com'è ma non come viene è trattata. Ho scelto fabbriche e luoghi abbandonati perché sono luoghi ideali per lavorare sull'idea che la montagna è abbandonata dalle idee".

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