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Passato, presente e futuro dell'autonomia. La necessità di passare dalla storia alla pratica. Ferrandi (FMST): "C'è bisogno di nuovi approcci e metodi"

Insegnare l'autonomia ai più giovani rappresenta una delle sfide più importanti per l'esercizio di questa forma di governo nel futuro. Il mondo, infatti, sta cambiando, e l'autonomia trentina deve riuscire a stare al passo con questi cambiamenti. Per questo risulta necessario dare una svolta nei metodi e negli approcci coi ragazzi. Il direttore del Museo Storico di Trento Ferrandi: "Il mantra ‘insegniamo la storia locale per far imparare l’autonomia’ si è dimostrato fallace. C'è bisogno di nuove modalità"

Di Davide Leveghi - 10 luglio 2020 - 19:19

TRENTO. L’autonomia, come altre forme di governo, necessita di narrazioni capaci di riempirla di significato e di giustificarla. E mentre il mondo si evolve con il passare dei decenni, le fondamenta in cui questa trova la sua legittimazione rischiano di essere erose. Non è infatti cosa data per scontata o per assodata, l’autonomia, ma cantiere in costante evoluzione, insieme di pratiche che devono rispondere in quel momento alle esigenze particolari di un territorio e dei suoi cittadini.

 

Ogni identità territoriale, scriveva lo storico britannico Eric Hobsbawm, ha bisogno di “inventarsi una tradizione” per potersi raccontare e legittimare. La propria diversità o specificità deve essere pertanto “costruita” sulla base di particolari esigenze economiche, di caratteri culturali omogenei o assimilabili a una comune radice, di determinate forme di governo che garantiscano il mantenimento di questa stessa specificità. E allo stesso modo, tutto ciò dev'essere corredato da narrazioni che lo supportino. Ma la storia, da sola, non può esaurire le ragioni della propria peculiarità; servono nuove formule capaci di giustificarla nel presente, di renderla esercitabile e di alimentarne così il senso.

 

Le sfide imposte dalla contemporaneità, infatti, richiedono una capacità da parte dell’autonomia di mostrarsi dinamica e proattiva. Un territorio, con le sue specificità, deve essere in grado di mantenere il proprio ruolo nel mondo, cercando di rispondere ai bisogni delle persone che lo abitano. Per questo non è un atteggiamento corretto dare per scontato che la forma di governo “naturale” dei trentini debba essere l’autonomia. Esigenze della popolazione e particolari condizioni storiche hanno permesso al Trentino di ottenere questa avanzata forma di autogoverno, che in quanto tale deve essere esercitata e alimentata anche con nuove modalità e nuove pratiche.

 

“La stagione che stiamo vivendo – spiega il direttore del Museo storico di Trento Giuseppe Ferrandi sta cambiando in maniera epocale l’autonomia. Infatti, in quest momento, le narrazioni proposte sia dal punto di vista storico che da quello istituzionale si sono mostrate essere in crisi. Ciò che si poteva dire sull’autonomia nei decenni scorsi non è più possibile dirlo, né intellettualmente onesto. Per questo vanno valorizzati linguaggi e approcci diversi, con l’utilizzo di pratiche positive che riempiano di significato l’autonomia”.

 

Il progetto ‘Autonomamente’ lavora coi giovani proprio per ripensare i paradigmi narrativi. Questi, infatti, non hanno esperienza di carattere storico, ma un background di altro tipo, che permette in modalità laboratoriale di rimettere in discussione i presupposti dell’autonomia. Fino ad ora, ci siamo accorti che il mantra ‘insegniamo la storia locale per far imparare l’autonomia’ è miseramente fallito. La doppia esigenza di educare alla cittadinanza attiva e di coltivare un atteggiamento che produce l’autonomia ha bisogno dunque di metodi e approcci nuovi”.

 

La componente storica – prosegue – è sì fondamentale ma finisce anche per essere limitante se rimane di tipo politico-istituzionale. Così, infatti, finiamo per perdere gli elementi fondamentali dell’azione divulgativa e formativa. Dobbiamo cominciare a fare storia a dimensione locale più che storia locale, e ciò si può fare solo incrociando questa storia con i nodi decisivi di quella europea e quella regionale. Spalanchiamo le porte a suggestioni, immagini e narrazioni che collochino la nostra vicenda in quella più ampia dell’Europa”.

 

Raccontare l’autonomia ha significato per molti anni ripetere meccanicamente i passaggi storico-istituzionali che hanno portato alla definizione degli Statuti del 1948 e del 1972. L’autorappresentazione dei trentini ha così affondato le radici nelle rivendicazioni autonomistiche ottocentesche all’interno dell’Impero, nella loro frustrazione, nelle lotte nazionali che disgregano l’Austria e che si saldano, in alcuni casi, con queste stesse richieste di maggiori forme di autogoverno. E così ancora nella trasformazione, di contro al sentimento di larghi strati della popolazione, del Trentino in una normale provincia del Regno d’Italia, dell’annientamento della specificità locale durante il regime fascista e nella rinascita, a cavallo della fine della Seconda guerra mondiale, di concrete proposte per l’esercizio in questo territorio dell’autonomia, fino ai tre passaggi, decisivi, del patto De Gasperi- Gruber del settembre 1946, dello Statuto autonomistico del 1948 e di quello, ancora più avanzato, del 1972, con cui ancora oggi si governa il territorio.

 

Inevitabilmente la storia è stata dominante nel giustificare l’autonomia – continua Ferrandi – ogni comunità che si percepisce o si rappresenta come autonoma deve attingere a una tradizione o deve inventarsela. La legittimazione si trova così nella re-interpretazione del passato e i trentini non sono stati né i primi né gli ultimi a farlo. Al di là dell’uso politico della storia, dunque, c’è un elemento identitario forte: perché siamo giunti ad essere autonomi?”.

 

La storia dell’autonomia trentina diventa così lo sfondo su cui costruire il presente e il futuro dell’autonomia. “La prima fase potremmo definirla ‘rivendicativa’. La questione trentina si porta alla luce e si fonda nella seconda metà del XIX secolo. Dal 1848 in poi un’elite culturale, politica ed economica che fa riferimento soprattutto ai centri urbani, sulla base di esigenze economiche particolari, definisce e denomina il Trentino differenziandolo dal resto del Tirolo. Esso è infatti un territorio dell’Impero in cui gli abitanti parlano italiano. Se c’è però un elemento polemico o comunque di differenziazione rispetto al resto del Tirolo, non c’è ancora alcune forma di rivendicazioni irredentistica. La rivendicazione è semmai limitata all’identità diversa all’interno del Tirolo e dell’Impero”.

 

E’ il primo decennio del ‘900 che infiamma definitivamente la questione nazionale, portando il sentimento autonomistico ad avvicinarsi all’irredentismo. Con la fine della Grande Guerra la questione diviene così diversa, perché un conto è rivendicare l’autonomia essendo minoranza linguistica in un Impero multilingue e un’altra farlo in un Regno d’Italia che di lì a breve diventerà ancora più centralista in virtù dell’ascesa al potere del fascismo. Nel Ventennio, la questione trentina rimane così irrisolta”.

 

“La seconda fase comincia pertanto nel secondo dopoguerra, con il ritorno in auge nel ’45 delle ambizioni autonomistiche, concretizzatesi nel patto De Gasperi-Gruber del 5 settembre 1946. Per questo si può parlare di una fase di concretizzazione, in cui il Trentino acquisirà una fisionomia istituzionale particolare con lo Statuto del 1948 approvato dall’Assemblea Costituente divenendo parte di una Regione autonoma mano mano entrata in crisi per l’esplosione della questione sudtirolese e passata ad essere svuotata con lo Statuto del 1972 e la creazione di due province autonome”.

 

Il modello tripolare dello Statuto del 1972, con la Regione da una parte e due Province autonome dall’altra, si evolve verso un esaurimento e uno svuotamento progressivo della Regione e delle sue competenze a favore delle due Province. Si pone così il problema della possibile evoluzione dell’autonomia. Possono infatti sopravvivere due autonomia provinciali se proseguono separatamente? Esistono ancora o andranno pensati degli spazi comuni e di governance per riuscire a stare nel mondo?”.

 

Se guardare indietro diviene necessario per comprendere le esigenze che ci hanno portato ad essere autonomi, interrogarci sul futuro diviene invece fondamentale per poterci mantenere al passo e ritagliare il nostro spazio nel mondo di domani. E se i cittadini hanno possibilità di esprimersi ogni 5 anni su chi la esercita (bene o male), saperla raccontare, anche nella quotidianità delle pratiche, diviene questione centrale per chi ne beneficerà in futuro.

 

Questo articolo rappresenta un corredo al progetto "Autonomamente", organizzato da Fondazione Museo Storico in collaborazione con Iprase, in cui Euregio Media Group svolge il ruolo di media partner. Immaginato per raccontare e insegnare l'autonomia ai ragazzi delle scuole superiori tramite le pratiche quotidiane che formano e sostanziamo l'autonomia, il progetto è stato per ora raccontato attraverso due puntate (QUI la prima e QUI la seconda), a cui se ne aggiungeranno altre, riferite ai singoli progetti, una volta ripresa la scuola dopo le vacanze estive. 

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