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Per Bruno Vespa fu Mussolini a istituire l'Inps e la settimana da 40 ore, ma non è vero. Il nuovo capitolo del revisionismo storico sulla Tv di Stato

Nella mattinata di martedì 17 novembre il noto giornalista Bruno Vespa ha presentato ad Agorà, su Rai Tre, il suo nuovo libro "Perché l'Italia amò Mussolini?", affermando che il "duce del fascismo" abbia avuto "grande consenso in Italia e all'estero per le sue opere sociali", come la settimana da 40 ore, l'Inps e i contratti nazionali. Niente di tutto questo, però, è vero

Di Davide Leveghi - 19 novembre 2020 - 17:13

TRENTO. Ci risiamo: nella mattinata di martedì 17 novembre, un noto programma d’approfondimento politico ha ospitato un nuovo penoso capitolo nella storia del revisionismo storico sulla televisione italiana. Protagonista, anche questa volta, un inossidabile giornalista, Bruno Vespa, da oltre 50 anni volto conosciuto e seguito del servizio pubblico italiano, nonché produttore seriale di libri di facile e rapido consumo.

 

Questa volta, però, al centro del racconto non ci sono né la storia di successo del “Cavaliere” né i retroscena dei grandi uomini del passato, bensì il rapporto fra gli italiani e il dittatore che ne decise le sorti per oltre vent’anni, il "duce del fascismo" Benito Mussolini. Argomento non nuovo, se vogliamo, nella nutrita produzione vespiana, ma di sicuro di particolare delicatezza, in un Paese che da più parti viene indicato come immaturo nel relazionarsi con la pagina più nera della propria storia recente – e proprio per questo, argomento che richiederebbe maggiore attenzione.

 

A scatenare la polemica, in questo caso, non è tanto il libro in sé, ennesimo prodotto “usa e getta” lanciato su un mercato editoriale saturo di pubblicazioni ma povero di lettori. Semmai è una frase, ripresa con un tweet dallo stesso programma (Agorà, condotto dalla giornalista Luisella Costamagna): “Nel libro racconto gli anni del consenso: Mussolini ha avuto un consenso enorme, all’estero e anche in Italia, per le sue opere sociali. Ha creato i contratti nazionali, l’Inps, la settimana di 40 ore”.

 

In men che non si dica, manco a dirlo, Vespa è stato subissato dalle critiche (e dalle levate di scudi). Come è possibile, si sono chiesti in molti, che un programma del servizio pubblico andato in onda in una fascia mattiniera (non che la fascia cambi qualcosa, ci si intenda) possa aver ospitato delle affermazioni simili, palesemente false e senza alcun “fact checking”?

 

L’influenza dell’ospite deve certo aver pesato, ma c’è una bella differenza tra l’offrire una marchetta (comprensibile, visto che la pubblicazione è edita da Mondadori e Rai) e riempirla di falsità che avvelenano ulteriormente un dibattito già abbastanza intossicato. Ma quali sono queste falsità?

 

Limitandoci alle affermazioni pronunciate da Vespa i punti più problematici riguardano sostanzialmente due aspetti: l’affermazione sul consenso “enorme, all’estero come in Italia” e le “opere sociali” di cui si sarebbe reso protagonista. A offrirci gli strumenti per smontare queste bufale basterebbe il fortunato volume dello storico levicense Francesco Filippi, Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, pubblicato in prima edizione nel marzo 2019 ma probabilmente estraneo alla biblioteca vespiana.

 

Partendo dalle “opere sociali”, vi leggiamo ad esempio che la settimana di 40 ore così come la conosciamo fu istituita nel 1997 (legge Treu), cioè 52 anni dopo la morte di Benito Mussolini. La lotta per le 8 ore di lavoro giornaliere fu invece una conquista del sindacato dei metallurgici (la Fiom) del 1919, cioè 3 anni prima dell’affidamento da parte di re Vittorio Emanuele III al capo del fascismo del compito di formare un esecutivo (compito ottenuto mediante pressioni non proprio democratiche - QUI e QUI gli approfondimenti).

 

Ciò che fece Mussolini, in questo caso, fu di ampliare la giornata lavorativa di 8 ore ad altre categorie (1923), salvo poi abolire le rappresentanze sindacali e istituire il sindacato unico fascista (1926). Da qui, nella totale mancanza di ogni diritto dei lavoratori, i contratti nazionali collettivi. Ultima opera sociale citata dal più noto “portinaio” d’Italia, è infine quella dell’Inps. In questo caso, ci affidiamo ad un passaggio del libro di Filippi, nel capitolo dedicato proprio al sistema previdenziale.

 

Quello delle pensioni è uno dei cavalli di battaglia dei nostalgici delle piazze reali e virtuali. L’idea, ancora piuttosto diffusa, è che Mussolini, una volta salito al potere, abbia costruito il sistema previdenziale italiano, dando a tutti la possibilità di godersi in serenità la vecchiaia attraverso un sistema di contributi […] Il governo italiano adottò ufficialmente un primo sistema pensionistico nel 1895, 27 anni prima della presa del potere da parte del fascismo, grazie al governo Crispi (tale copertura previdenziale interessò i lavoratori del settore pubblico e i militari che avessero raggiunti i limiti d’età o avessero malattie invalidanti, ndA)”.

 

Tre anni dopo il governo Pelloux emanò la legge n.350 del 1898 attraverso cui venivano garantite le coperture previdenziali per una serie di categorie lavorative. Venne fondata contestualmente la ‘Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai”, l’istituto che si occuperà di gestire i contributi ed erogare le prestazioni previdenziali spettanti ai lavoratori”. Dopo la Grande Guerra, nuove riforme avrebbero introdotto “ulteriori protezioni”. “Il settore pensionistico venne riformato radicalmente: la vecchia Cassa diventò ‘Cassa nazionale per le assicurazioni sociali’, e l’adesione al sistema di versamenti da volontario divenne obbligatorio”.

 

Quale fu dunque il ruolo del regime fascista? Con una legge del 1933, dà vita all’Infps, l’Istituto nazionale fascista di previdenza sociale, la cui unica novità (oltre all’inconfondibile nome) fu l’accorpamento del sistema delle varie casse previdenziali di categoria, processo già in atto prima dell’ascesa al potere del fascismo e, se vogliamo, assolutamente comprensibile nelle logiche di riforma delle istituzioni vigente operata da un regime nato con lo scopo di costruire una nuova Italia.

 

Riguardo al “consenso enorme all’estero come in Italia” giustificato dalle suddette opere sociali? Tale affermazione non è altro che una capziosità, impossibile da dimostrare nella misura in cui il consenso verso una dittatura difficilmente può essere calcolato. Come si possono infatti misurare il terrore, il conformismo, l’apatia, sentimenti che imperversavano in un Paese prostrato di fronte al tiranno? Come si può qualitativamente valutare l’adesione al regime se ogni forma di opposizione era bandita, ogni dissidente represso e ogni opinione sfavorevole marginalizzata e oppressa?

 

Per quanto riguarda il consenso all’estero, affermare che Mussolini avesse emuli e ammiratori non è certo una bestemmia, ma tale passione sollevata dallo spirito del fascismo italiano non può essere slegata dall’Europa degli anni ’20 e ’30, da un contesto dove le democrazie liberali vedevano il più grande spauracchio a sinistra, aprendo la strada o non opponendosi abbastanza strenuamente ai mostri autoritari che si sarebbero creati sull’onda di ciò che avveniva proprio a Roma: dall’Est Europa alla Penisola iberica, passando per la Germania, in cui il "Führer del nazismo" Adolf Hitler non nascose mai la sua ammirazione verso Mussolini.

 

Completamente decontestualizzata, un’affermazione del genere finisce quindi per fare il gioco di un senso comune diffuso secondo cui il fascismo in fondo non fu poi così male – non a caso la prosecuzione del primo libro di Filippi si intitola Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto. A essere scandaloso, pertanto, è il fatto che tali parole siano state pronunciate sul servizio pubblico senza che nessuno abbia fatto notare che sono completamente false.

 

Secondo di una annunciata trilogia, il libro Perché l’Italia amò Mussolini? dovrebbe essere, per bocca dell’autore, seguito da Perché Mussolini ha distrutto l’Italia?. Della serie: un colpo al cerchio, uno alla botte.

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