La storia di una famiglia veneta: Pietro e Domenico, due vite spezzate in pochi mesi dalla Grande Guerra
La scoperta in un orto di Pilcante di Ala di alcuni cippi della Grande Guerra ha permesso ancora una volta di far emergere una storia, questa volta familiare. Grazie alle ricerche dei parenti di uno dei caduti i cui nomi sono riportati sulle lapidi ritrovate, è stato possibile tracciare la vicenda della famiglia Magnarello, originaria di Rottanova di Cavarzere

TRENTO. Per scavare nel passato, aprendo uno squarcio su vite e vicende familiari apparentemente lontane, talvolta basta zappare un orto. Così è avvenuto, nel gennaio scorso, a Pilcante di Ala. Mentre stava facendo dei lavori nell’appezzamento di terreno di fronte alla casa di famiglia, Renato Vicentini si è imbattuto in alcuni cippi di un cimitero della Grande Guerra (QUI l’articolo). Dal suo appello ad arrivare agli eredi dei nomi riportati sulle lapidi, siamo riusciti – con l’aiuto di altri – a ricostruire alcune vicende umane, venendo contattati anche dal Ministero della Difesa (QUI l’articolo).
In particolare, grazie all’aiuto dell’instancabile bisnipote Marco Capra, è stato possibile riesumare la vicenda del caporale Domenico Guzzon, nato a Rottanova di Cavarzere il 21 aprile del 1886 e morto all’età di 30 anni nell’ospedale da campo numero 29 di Ala il 3 giugno 1916. Effettivo al 208º reggimento fanteria, fu ferito durante l’Offensiva di primavera (QUI un approfondimento) e portato in valle. Sepolto nel cimitero civile, nella zona appositamente dedicata ai soldati, fu poi riesumato e trasferito nel Sacrario di Castel Dante, a Rovereto. Il suo nome, nella prima lapide – poi riemersa dall’orto di Vicentini – così come nei registri, era stato storpiato, rendendo particolarmente difficile la ricerca da parte dei familiari.
Non è un caso, dunque, che la famiglia abbia accolto con grande gioia la notizia del ritrovamento della lapide a Pilcante, così come l’avvio delle procedure di analisi e ricerca da parte della Sovrintendenza ai beni archeologici della Provincia di Trento e dell’Onorcaduti del Ministero della Difesa. “E’ stata una grandissima emozione. Tutta la mia famiglia, i familiari prima, i nipoti e i pronipoti poi, pur immaginando chi fosse solo dalla foto esistente con la bisnonna, hanno sempre cercato di capire dove fosse morto o seppellito”, ci aveva raccontato Capra.
La sua storia familiare, nondimeno, illumina su quale sia stata la vicenda di moltissime famiglie italiane – e non solo – nel corso della Grande Guerra. Grazie alle ricerche presso gli archivi dell’Onorcaduti e del Comune di Anguillara Veneta, infatti, Capra – con l’ausilio del cugino Danilo Bononi - è riuscito a trovare un altro parente caduto nel corso del primo conflitto, questa volta sul fronte carsico. Maria Magnarello, moglie di Domenico Guzzon e bisnonna di Capra, e Genoveffa Magnarello, nonna di Bononi, persero anche un fratello, Pietro, disperso nel corso della nona Battaglia dell’Isonzo e mai più ritrovato.
La storia familiare dei Magnarello è assimilabile a quella di molti italiani. La fame, la famiglia numerosa, la necessità di sfamarla, l’emigrazione, il ritorno in Italia. E infine la guerra. Una guerra voluta da industriali e nazionalisti, da pochi convinti democratici, magari ex socialisti cacciati dal Partito, internazionalista e fermamente contrario, illusi da un futuro di fratellanza fra i popoli dimostratosi poi impraticabile nell’Europa insanguinata dai nazionalismi.
Una guerra scoppiata nel maggio del 1915 – nell’estate del ’14 per chi viveva nei territori al tempo parte dell’Impero austro-ungarico, tra cui i trentini – e conclusa dopo circa quattro anni, oltre mezzo milione di caduti e più di un milione di feriti e mutilati. Una guerra, soprattutto, da cui il Paese non si sarebbe più ripreso, piombando nell’incubo della dittatura fascista.
Dal Veneziano, e nello specifico dal piccolo villaggio di Rottanova di Cavarzere, Angelo Magnarello e sua moglie Domenica Trovò partirono nel 1891 alla volta del Brasile, salpati con la nave Vincenzo Florio. Avevano già 4 figli, due maschi e due femmine, e lì ne ebbero altri 3. Stabilitisi dapprima nello Stato di San Paolo, si spostarono poi in quello di Santa Catarina, meta prediletta per molti italiani d’Austria e del Regno. Qui lavorarono in una fazenda, una piantagione di canna da zucchero, caffè, tabacco. Qui persero il loro terzogenito, il piccolo Eugenio.
Dopo qualche anno, raccolti i soldi necessari per fare ritorno in Italia e ricostruirsi una vita, sbarcarono nuovamente in patria. E Angelo riprese il suo lavoro di fabbro, sempre a Rottanova di Cavarzere. La guerra, per i contadini, è sempre stata considerata al pari di una carestia o di una calamità naturale. Strappa i lavoratori dai campi, stravolge le famiglie e le tradizioni – liberando in molti casi, anche se per poco, le donne dal loro ruolo tradizionale – costringe gli uomini abili alla leva a dismettere gli abiti civili e ad imbracciare le armi.
Le masse, nel ’14-’15, sono compattamente neutraliste. Sono contrarie alla guerra, che giudicano nient’altro che un’impresa dei padroni. Al di là delle differenze, siano esse socialiste o cattoliche. Perfino il “grande vecchio” della politica italiana, Giovanni Giolitti, nutre dubbi riguardo all’entrata in guerra del Regno d’Italia. Ma le chiassose piazze degli interventisti, i poteri forti, dall’industria alla corte, nonché importanti rappresentanti del mondo liberale al governo la pensano diversamente. La guerra va fatta, il militarismo degli Imperi centrali va abbattuto, l’Austria “carcere dei popoli” eliminata, i fratelli italiani di “Trento e Trieste” riportati in seno alla giovane Nazione. Il Risorgimento, si sente ripetere, deve essere portato a compimento.
Eppure le logiche sottese alla Grande Guerra sono ben lontane da quelle che hanno guidato le guerre risorgimentali. Il principio vigente in Europa negli ultimi decenni, il motore della Storia, è un altro: il nazionalismo. Aggressivo, imperialista, mortale. Il Regno d’Italia, dopo un immane sacrificio, finirà nel 1918 per annettersi perfino territori in cui non si parla italiano. Si punta a dotarsi di confini più sicuri, ad annettersi più terra possibile, e il nazionalismo offre le legittimazioni – anche le più fantasiose, vedi Ettore Tolomei in Alto Adige (QUI l’articolo).
Nella famiglia Magnarello, dunque, la guerra arriva come una calamità. La figlia Maria, nata nel 1886 e sposata con Domenico Guzzon, rimane vedova con tre figli dopo che il marito perde la vita nel giugno del ’16 sul fronte trentino-tirolese. Povera e sola, si trova costretta a mandare i figli in collegio. Il fratello di Maria, Pietro (nato nel 1890), perisce a pochi mesi di distanza dal cognato. È il 2 novembre 1916, il generale Luigi Cadorna ha scatenato la nona offensiva sul fronte orientale. Dopo 5 giorni di aspri combattimenti, il Regio esercito avanza di pochi chilometri. Come sempre, al costo di migliaia di morti.
Pietro Magnarello è inquadrato nei ranghi del 56º reggimento fanteria. Il 2 novembre 1916, fra le montagne del Carso, perde la vita. Disperso, il suo corpo non verrà mai più ritrovato, impedendo alla famiglia di dargli una degna sepoltura.
Le ferite della guerra, nel corpo esausto dell’Europa, sono profonde. Ma l’odio seminato sui campi di battaglia e nelle trattative di pace sarà destinato a precipitare il continente, e con esso il mondo intero, nella più grande tragedia della storia dell’umanità, la Seconda guerra mondiale. A determinarla furono i fascismi, la cui matrice ebbe luce proprio in Italia. Nel convulso dopoguerra, le agitazioni di operai e contadini, che chiedono diritti e giustizia dopo essersi sacrificati sui fronti, trovano la reazione dei ceti medi, degli industriali e dell’apparato. La violenza squadrista batte il Paese, da Nord a Sud (ne parliamo settimanalmente nella rubrica “Cos’era il fascismo"). A complicare il quadro, però, il mondo intero si trova ad affrontare una pandemia. E anche in questo caso la famiglia Magnarello non ne rimane esclusa. La settima ed ultima figlia, Teresina, nata nel 1897 in Brasile, muore di spagnola nel 1919.
Un sentito ringraziamento, per la stesura di questo articolo, va a Marco Capra e a Danilo Bononi, che hanno messo a disposizione la loro vicenda familiare per raccontare questo squarcio di storia nazionale.














