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L'esplosione, gli spari all'impazzata e la "rappresaglia che fa tremare il mondo": 77 anni fa l'attentato di via Rasella

Il 23 marzo del 1944 in una via centralissima di Roma una colonna del Polizeiregiment Bozen viene travolta da un'esplosione. A mettere la bomba sono i Gap romani, che una volta deflagrata la attaccano da dietro. Dopo il caos e il panico dei soldati, si comincia a organizzare la terribile rappresaglia che porterà all'Eccidio delle Fosse Ardeatine

Di Davide Leveghi - 23 marzo 2021 - 12:36

TRENTO. Sono le 15.45 quando Rosario Bentivegna, membro del Gap romano, accende la miccia e si allontana dal carretto in cui è stata piazzata la bomba. L'azione stava quasi per essere cancellata, visto il considerevole ritardo di più di un'ora con cui la colonna tedesca ha imboccato via Rasella, a pochi passi dalla Fontana di Trevi. Ma finalmente, dopo tanta attesa, il Polizei Regiment Bozen transita nel luogo atteso.

 

Gli altri partigiani si preparano a coronare l'azione attaccando i tedeschi da dietro. La deflagrazione spezza la colonna a metà, e quando, esploso l'ordigno, nella via regna il caos, altri 3 membri dei Gap lanciano bombe a mano nelle retrovie. Tra l'11ª compagnia del reggimento, formato da cittadini tedeschi di origine sudtirolese, si scatena il panico. 26 soldati muoiono sul colpo, i commilitoni iniziano a sparare all'impazzata verso le finestre delle case, da cui pensano sia arrivata la bomba.

 

Sul terreno, oltre ai soldati, rimangono 6 civili, di cui 4 uccisi dai tedeschi. Sul pavimento divelto dallo scoppio non tarderanno ad arrivare i pezzi grossi dei comandi tedeschi a Roma, così come le autorità della Repubblica sociale. Nel giro di 5 minuti, infatti, giungono in via Rasella il diplomatico e colonnello delle SS Eugen Dollmann, il console e ministro degli Interni della Rsi Guido Buffarini Guidi e il generale a capo delle truppe tedesche a Roma Kurt Mälzer, ancora ubriaco da una copiosa bevuta.

 

Il desiderio di vendetta già aleggia tra i comandi tedeschi e la notizia non tarderà ad arrivare anche a Hitler, che ordina una “rappresaglia che faccia tremare il mondo”. Cinghia di trasmissione tra gli ordini di Berlino e le autorità tedesche a Roma sarà il comandante in capo delle truppe tedesche in Italia, il feldmaresciallo Albert Kesselring. Attorno alle 20 è sua infatti la chiamata che conferma i termini della rappresaglia: per ogni tedesco ucciso dovranno essere passati per le armi 10 italiani. Mussolini viene informato, ma decide di non intercedere.

 

Nel quartiere, intanto, si rastrellano passanti e residenti. 250 persone vengono messe al muro di fronte a Palazzo Barberini, per poi essere portate al carcere del Viminale. Tra di loro devono essere selezionate 50 persone e il compito verrà affidato al questore Pietro Caruso e al capo reparto della polizia repubblicana Pietro Koch. Entrambi (Caruso in particolare per i fatti delle Fosse Ardeatine, Koch per tanti altri crimini) verranno giustiziati tra il settembre 1944 ed i mesi immediatamente successivi alla Liberazione.

 

Le indagini dell'attentato, così come l'incarico di mettere in atto la rappresaglia, vengono affidati al capo della Gestapo a Roma Herbert Kappler (lo aiuterà il capitano Erich Priebke). È lui che riceve l'ordine di fucilare 10 italiani per ogni tedesco morto, e con il passare delle ore i morti tra le fila del Polizeiregiment diverranno 33. L'ultimo tra i soldati tedeschi feriti nell'esplosione si spegne alle 13 di venerdì 24 marzo 1944, l'ora del termine fissato dai tedeschi a Caruso e Koch per consegnare la lista di 50 rastrellati da passare nelle armi alle Fosse Ardeatine, luogo prescelto per mettere in scena la feroce rappresaglia. 

 

Le preparazioni della lista sono frenetiche. I tedeschi puntano a includere i condannati a morte delle carceri romane, salvo poi rendersi conto che non sono più di 3. Dopo diversi controlli, si aggiungono 65 ebrei già arrestati. Vengono poi annotati 16 attivisti antifascisti e sospettati di oltraggio alle truppe tedesche. Tra questi anche l'ebreo, già stretto collaboratore di Mussolini poi passato alle fila dei partigiani, Aldo Finzi e il capitano di stato maggiore del Fronte militare clandestino Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.

 

Alla fine il numero di persone selezionate per la rappresaglia raggiungerà la quota di 335. A compierla, dopo il rifiuto del maggiore Hans Dobek a nome del Polizeiregiment Bozen, sono gli uomini della Gestapo. Il luogo, fuori Roma, si trova in via Ardeatina, presso le catacombe di San Callisto. Sono le 14 quando i primi camion carichi di prigionieri partono in quella direzione.

 

(Continua...)

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