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Nell’Alto Adige del dopoguerra, sbocciò una “stella alpina”: 76 anni fa nasceva l’Svp. Delle Donne: “Il partito più vecchio nel Parlamento italiano”

Unico partito che siede ininterrottamente nel Parlamento italiano dal 1948, l’Svp ha dominato la politica provinciale dalla propria nascita in poi. Forza etnica di raccolta, ha finito per sovrapporsi con la stessa autonomia altoatesina. Ma perché, a 76 anni di distanza, non si è ancora sciolta? Lo storico Giorgio Delle Donne: “In politica nulla è dato”

Di Davide Leveghi - 08 May 2021 - 13:19

TRENTO. “Paradossalmente il partito che siede nel Parlamento italiano da più tempo ininterrottamente, il più vecchio in Italia, non è italiano, ma tedesco”. È questo, la Südtiroler Volkspartei. Un partito longevo, compatto, che domina nel suo ambito geografico e conta nei palazzi del potere romani. Capita spesso, infatti, che i voti tedeschi siano necessari per mantenere in piedi o far cadere un governo.

 

Era l’8 maggio del 1945, quando un gruppo di “Dableiber” – “quelli che sono rimasti” optando per la propria Heimat, contro alla stragrande maggioranza, che preferì l’emigrazione nel Reichfondava il partito della “Stella alpina”. In Alto Adige c’erano ancora gli Alleati, la guerra era finita da pochi giorni e i tedeschi in ritirata avevano lasciato dietro di sé una scia di sangue (QUI e QUI e QUI degli approfondimenti). Dopo la proibizione dei partiti imposta dal fascismo, finalmente tirava aria di democrazia. E i tedeschi, proseguendo nel solco del primo dopoguerra, diedero vita a una forza per porsi in maniera compatta di fronte allo Stato italiano e agli Alleati.

 

Prima dell’annessione all’Italia, il territorio di Bolzano era caratterizzato dalla presenza di un partito socialista forte tra la classe operaia impiegata nell’edilizia, sia a Bolzano che a Merano. Qui, inoltre, v’erano anche i liberali. Nel resto del territorio, invece, andavano fortissimo i cristiano-sociali – spiega lo storico altoatesino Giorgio Delle Donnesubito dopo l’annessione, invece, la difesa etnica divenne più importante della scelta politica. E mentre i socialisti convergevano nel Psi, dall’altra si dava vita al Deutscher Verband”.

 

La situazione nel 1945 è simile – continua – ogni articolazione politica andava sacrificata per la difesa etnica e tutti, senza eccezioni, conversero nella nascente Svp. A dar vita al partito sono figure legate alla resistenza antifascista e antinazista, materia rara nell’Alto Adige del tempo. Erich Amonn e Hans Egarter rispondevano alla necessità di fondare un partito senza esponenti ex nazisti. Quest’ultimo aveva infatti fondato l’Andreas Hofer Bund, opponendosi sia al fascismo che al nazismo. Era uno tra i pochi, con questo tipo di approccio. E nel 1939, aveva optato per l’Italia”.

 

L’uscita dai difficili anni dell’immediato dopoguerra, le difficoltà nella risoluzione delle Opzioni – con gli optanti trasferiti che cercavano di riottenere la cittadinanza italiana – la crisi del primo Statuto d’autonomia, cambiano però le carte in tavola. “Negli anni ’50 la classe dirigente che aveva fondato il partito viene scalzata – prosegue Delle Donne – lo Statuto è considerato un imbroglio, si dice che l’articolo 14, che dà le competenze alle Province, non sia rispettato. L’Austria, nondimeno, nel 1955 ottiene l’indipendenza e sostiene le istanze sudtirolesi” (QUI un approfondimento).

 

“I cosiddetti ‘giovani turchi’, da Benedikter a Magnago, da Zelger a Brugger, prendono la guida del partito. Sono persone nate durante la Grande Guerra e cresciute durante il fascismo, non come i fondatori, membri di una generazione nata a fine ‘800. Questa classe dirigente guiderà il partito fino al 1988, quando ci fu il passaggio di consegne da Magnago a Durnwalder”.

 

Nel mentre, lungo la decisiva e decennale gestione Magnago, l’Alto Adige ha ottenuto un altro Statuto d’autonomia, superando l’impasse a cui l’aveva costretto l’immobilismo della Democrazia cristiana romana e trentina. Dal 1948, in Alto Adige, accanto (o meglio, al di sopra) alle sigle italiane ha dominato praticamente sempre un unico simbolo: la “Stella alpina”.

 

Fondamentalmente la scelta politica, per l’elettorato tedesco, si fa votando lo stesso partito ma esprimendo le preferenze – spiega Delle Donne – e questo porta ad un’ininterrotta serie di vittorie, con l’Svp che ottiene la maggioranza assoluta dal 1948 al 2008, relativa per la prima volta nel 2013. La Provincia, così come i Comuni, sono saldamente in mano al partito. È un dato più unico che raro, non solo in Italia, ma anche in Europa”.

 

Di contro, a venire meno è il pluralismo, timidamente comparso in fasi più recenti. “E’ ancora da conquistare, considerando appunto che il gioco era sulla preferenza e non sulla scelta politica. I primi a presentarsi al di fuori dall’Svp sono fuoriusciti dal partito, mentre nel Pci si candidano alcuni tedeschi, votati però dagli italiani. Il primo partito veramente interetnico è quindi la Neue Linke di Alexander Langer. Negli anni ’80, poi, compariranno partiti a destra dell’Svp, contrari alla soluzione autonomistica e formati, anche in questo caso, da ex membri del partito, vedi Eva Klotz”.

 

Raggiunta l’autonomia speciale, conquistate sempre maggiori competenze, si potrebbe quindi dire che le ragioni per la persistenza di un partito etnico di raccolta siano venute meno? “In parte – conclude – nello statuto del partito, che non può candidare italiani, ricordiamo che rimane la richiesta di autodeterminazione. In politica, d’altronde, nulla è dato”.

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