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“Quel reparto di SS aveva l’abitudine alla violenza ingiustificata ed estrema”, 76 anni fa le stragi naziste in Val di Fiemme

Lette in una prospettiva di ampio respiro, le ultime stragi compiute dai nazisti in Italia riflettono non solo il clima di quei giorni ma anche il carattere di una guerra combattuta senza regole. Un conflitto ideologico e di sterminio, in cui la paura verso la guerriglia serve a giustificare l’uso indiscriminato della violenza sui civili, considerati sostenitori dei partigiani. Lo storico Gardumi: “Violenza indiscriminata e preventiva contro una minaccia percepita”

Di Davide Leveghi - 05 May 2021 - 13:22

TRENTO. Nei convulsi giorni tra la fine d’aprile e l’inizio di maggio del 1945, la sconfitta del nazifascismo è ormai cosa certa. Il Reich è sempre più stretto fra l’Armata Rossa a Est e gli Alleati a Ovest, mentre a Sud gli anglo-americani hanno definitivamente rotto la resistenza tedesca lungo la Linea Gotica, costringendo l’esercito nemico alla resa. Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione nazionale proclama l’insurrezione. L’Italia è finalmente libera, la guerra è finita.

 

Solo il 28 aprile, però, i tedeschi firmano la resa incondizionata, comunicata ben quattro giorni dopo, il 2 maggio. Le armate che hanno combattuto sull’Appennino tosco-emiliano e nella Pianura Padana si riversano a Nord. Il Trentino-Alto Adige finisce così per essere un “collo di bottiglia”, un caotico corridoio in cui si verifica la ritirata, confusa e rabbiosa. È una rotta militare e ideologica, quella tedesca, che qualcuno non vorrebbe che avvenisse. Tra i comandi si parla di resistenza a oltranza nelle Alpi, ultimo bastione da difendere con la vita.

 

Dietro di sé, in questi travagliati giorni, i tedeschi lasciano una lunga striscia di sangue, anche in un territorio, la provincia di Trento, che per le sue peculiarità rimane sostanzialmente estraneo alla “guerra civile” che si combatte nel Centro-Nord (QUI un approfondimento). “Non solo transitano reparti completamente all’oscuro delle dinamiche dell’Alpenvorland, ma si ripropone anche una violenza dovuta alla paura verso i partigiani – spiega lo storico Lorenzo Gardumi, autore ancora nel 2008 di Maggio 1945. ‘A nemico che fugge ponti d’oro’. La memoria popolare e le stragi di Ziano, Stramentizzo e Molina di Fiemmespesso si sente dire che il loro ruolo fu sovrastimato, ma non è così. I tedeschi li temono e uno degli effetti più clamorosi di questa paura sono proprio le stragi”.

 

“La guerriglia produce una paura profonda e la reazione è sproporzionata – continua – in quel Trentino dove i tedeschi avevano agito nei due anni precedenti con una politica pragmatica e moderata, non coinvolgendo i civili ma cercando di colpire solo i partigiani, si registrano un centinaio di vittime. E questo indipendentemente dall’azione partigiana. In quei giorni il carattere della violenza tedesca è preventivo e si dirige contro una minaccia percepita”.

 

Ad agire, anche nelle valli trentine, ci sono formazioni partigiane in grande crescita numerica. Il sostegno popolare è forte, i partigiani sono visti dai civili come una forza che ha contribuito alla liberazione dall’occupante. L’ordine degli Alleati è di ostacolare il più possibile la ritirata tedesca. La guerra in Europa, infatti, non è ancora finita e durerà per un’altra settimana circa.

 

Tra aprile e maggio del 1945 il numero di partigiani dell’ultima ora è in crescita – spiega lo studioso del Museo storico di Trento – in molti casi sono soggetti senza esperienza militare, che producono problemi alle stesse formazioni partigiane. Ci sono inoltre dei civili che approfittano della situazione, cercando di impadronirsi dei beni materiali che i tedeschi portano con sé durante la ritirata. A Ziano, ad esempio, si assiste a depredazioni e saccheggi ai danni delle colonne tedesche ma nella memoria successiva i civili scompariranno e ogni colpa verrà addossata ai partigiani. I tedeschi che si allontanano dai luoghi del misfatto, d’altro canto, non sono più perseguibili”.

 

“In una situazione molto complessa, militarmente difficile da controllare, avvengono le stragi della Val di Fiemme tra il 2 e il 4 maggio – prosegue – a compierle un reparto di stanza alla scuola alpina delle Waffen-SS di Predazzo, che tra aprile e maggio si trova a Brentonico. Lì infatti passa la Blaue Linie, nuova linea di difesa dopo lo sfondamento della Linea Gotica. Tra l’1 e il 2 maggio, però, gli americani sono a Torbole e il rischio di accerchiamento spinge ad abbandonare la posizione e ritirarsi verso Predazzo”.

 

Ma chi sono i soldati di quel reparto e perché nei giorni successivi, sulla strada del centro fiemmese, si lasceranno andare a quelle violenze indiscriminate? “Il reparto in questione ha svolto nei mesi precedenti delle azioni antipartigiane, compiendo delle stragi nel Bellunese. Sono, soprattutto, soldati che hanno combattuto nei Balcani e in Urss. Nel proprio recente passato hanno quindi un’abitudine alla violenza estrema e ingiustificata riversata sui civili”.

 

In un’area interessata dalla presenza partigiana, in virtù dell’ordine alleato di ostacolare la ritirata, il transito tedesco rischia quindi d’accendere situazioni di conflitto. Per l’esercito in rotta, in quella guerra ideologica e senza regole, non c’è d’altronde necessità di un pretesto per riversare sulla popolazione una cieca violenza.

 

“L’ordine di ostacolare la ritirata, stabilito dai comandi alleati, non è campato in aria ma sottovaluta il carattere della guerra nazista. Non è una situazione paragonabile alle guerre napoleoniche, in cui ‘a nemico che fugge ponti d’oro’. I soldati tedeschi in ritirata hanno alle spalle il vissuto di una guerra di sterminio e la conducono anche in Italia. Fra civili e partigiani non si fa differenza, anzi, è necessario nelle stesse logiche di quella guerra, perché si presume che i primi diano sostegno ai secondi. Vige la paura del franco tiratore, del combattente irregolare che è bandito e in quanto tale va combattuto. Un bandito, appunto, a cui non si riconoscono le convenzioni in vigore tra eserciti regolari”.

 

“Secondo la mia ricostruzione, l’incidente di Capriana da cui scaturiscono le stragi, quando una macchina delle Waffen-SS viene fermata dai partigiani e i soldati disarmati, è un’esca. Si manda avanti un’avanguardia perché si conosce la situazione militare della zona. Prigionieri a Stramentizzo, il giorno dopo i soldati vengono raggiunti dall’altra parte del reparto in ritirata da Brentonico. Sventolano bandiera bianca, i partigiani si avvicinano e vengono falciati dalle mitragliate. È una strategia comune per i tedeschi, quella dell’inganno e della sorpresa”.

 

Non c’è volontà di rappresaglia, dunque, ma di spaventare la popolazione e di permettere così una ritirata più agevole verso l’Austria. “Si vogliono terrorizzare i partigiani e i civili locali, liberando il transito per Predazzo – spiega Gardumi – l’azione di Molina sarà poi mirata per uccidere dei carabinieri che collaborano con i partigiani. Si uccidono soprattutto uomini, anche inermi che stanno malati nel loro letto. È una totale mancanza di scrupoli, frutto dell’abitudine alla violenza indiscriminata”.

 

La memoria successiva – di questa come di altre stragi (QUI un approfondimento sui luoghi comuni contro la Resistenza armata), anche quando, fortunatamente, c’è solo il rischio che coinvolgano anche i civili (vedi l’eccidio di Vattaro, QUI l’articolo) – in mancanza di processi ai reali colpevoli, riconduce però ai partigiani la responsabilità morale delle violenze riversate sui civili. È un meccanismo comune in molti luoghi teatro di stragi, dalle Fosse Ardeatine (QUI e QUI degli approfondimenti) a Sant’Anna di Stazzema.

 

L’elemento più duro da comprendere, per i sopravvissuti, è l’incomprensibilità della violenza nazifascista, in questo caso, per il Trentino, nazista – chiarisce lo storico trentino – siamo agli sgoccioli della guerra e per questo è difficile darsi delle ragioni per i lutti subiti. I singoli prima e le comunità poi cercano un colpevole e i tedeschi scompaiono. A scrivere la relazione delle stragi, tra l'altro, è Herbert Kappler (tra i responsabili dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, ndr), in questo momento di stanza a Bolzano”.

 

La percezione del comportamento dei tedeschi, quindi, sfuma e con essa lo stesso protagonismo dei civili in quelle fasi del conflitto. Rimangono così i partigiani: le figure che meglio corrispondono al capro espiatorio. Persone che continuano a vivere nelle zone e che se non hanno una responsabilità oggettiva ce l’hanno per lo meno morale. Le comunità rimangono prigioniere delle proprie memorie, mentre i veri responsabili non sono messi a processo. Non sono identificati perché manca la volontà politica di farlo. E così si aprono ferite che restano aperte per decenni”, conclude.

 

Questo articolo è il quinto di una serie: Attra-Verso la Liberazione vuole essere una lente tramite cui vedere la lotta resistenziale senza le distorsioni del falso mito della memoria condivisa e senza l’agiografia che per decenni ha contraddistinto la narrazione della conquista della libertà contro la tirannide nazi-fascista. La grandezza della scelta partigiana, infatti, emerge dallo stesso racconto del contesto, nella sua durezza, nella sua complessità e problematicità, nel suo immenso e meraviglioso valore.

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