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“Via da qui, ci ammazzano tutti”: la strage nazista di Vattaro, fra revisionismo e polemiche

Ogni anno attorno alla vicenda dell’eccidio di Vattaro, in cui persero la vita 7 partigiani della brigata Settecomuni, si assiste a sterili polemiche che mettono in discussione il loro ruolo e i rischi che avrebbero potuto far correre alla popolazione civile. Anche questo episodio, ricordato dalle sezioni Anpi di Vicenza e Trento (sabato 8 maggio, alle ore 10), viene quindi utilizzato per attaccare la memoria della Resistenza. Ma perché?

Di Davide Leveghi - 04 maggio 2021 - 10:53

TRENTO. In quei giorni a cavallo fra aprile e maggio del 1945, nei lembi più settentrionali della penisola regna il caos. La ritirata tedesca è infatti una rotta non solo militare, ma anche ideologica. La guerra imperialista del Reich si è conclusa con la sua distruzione. Hitler si è sparato nel suo bunker di Berlino (30 aprile), il feldmaresciallo Kesselring ha firmato la resa incondizionata con gli Alleati in risalita dal centro-sud (28 aprile ma comunicata il 2 maggio) ma non sempre la notizia ha raggiunto le varie unità tedesche dislocate sul territorio.

 

La caotica ritirata si gioca inoltre in un clima tesissimo, in cui i tedeschi – con i nervi già particolarmente tesi per lo sfiancante conflitto – temono di finire in mano partigiana. Non è un caso, dunque, che a guerra formalmente finita il Trentino e l’Alto Adige siano teatro delle ultimi stragi perpetrate a danni di popolazione e combattenti. Eccidi e violenze su cui, a distanza di decenni, si continua a discutere – in virtù, specialmente, di vulgate più o meno apertamente ostili verso la Resistenza armata (QUI un approfondimento).

 

Il 4 maggio 1945, sull’Altopiano della Vigolana, si registra un analogo episodio in cui a perdere la vita sono 7 partigiani vicentini. Arduino Pasquali, Rodolfo Corradi, Giovanni Cera (di Domenico), Giovanni Cera (di Valentino), Romeo Penner, Domenico Zotti e Gianna Troselli vengono infatti falciati dalle mitragliate tedesche sparate da un convoglio proveniente da Caldonazzo. Il tutto sotto gli occhi attoniti dei vatari.

 

Due giorni prima, come detto, radio Londra aveva comunicato la resa generale dei tedeschi in Italia. Le diverse componenti dell’esercito, dello Stato tedesco e del partito nazionalsocialista avrebbero dovuto sgomberare il terreno, abbandonando anche quei territori – le Zone d’operazione – di fatto annesse al Reich dopo l’8 settembre 1943 (QUI e QUI un approfondimento). Migliaia di tedeschi, a piedi o su ogni mezzo disponibile, puntano verso il Brennero. Per la popolazione la guerra è finalmente finita ma il nemico è ancora presente.

 

Sconfitti, stanchi e furiosi, i tedeschi reagiscono con grande violenza ad ogni azione partigiana, lasciando dietro di sé una scia di morte che colpisce intere comunità. Così avviene nei paesini di Pedescala e Forni, nella Valdastico, dove iniziative di disturbo compiute dai partigiani provocano la feroce rappresaglia germanica. Un’ottantina di persone vengono uccise, i paesi devastati.

 

Il 4 maggio giunge ad Asiago un’avanguardia motorizzata inglese e Alleati e partigiani vengono festeggiati per le strade di Lavarone. I primi si dirigono a questo punto verso Trento, mentre gli uomini della “Settecomuni”, brigata appartenente alla Divisione alpina Ortigara, rimane sull’Altopiano. Sono le 4 di pomeriggio, quando al comando partigiano si presentano due ufficiali tedeschi a bordo di una moto.

 

Portano la bandiera bianca, segno di resa, e chiedono di parlamentare. Una volta allontanati, i partigiani hanno inteso che, con l’onore delle armi, i reparti tedeschi si sarebbero consegnati. Il luogo della resa? Vigolo Vattaro. Per questo si organizza subito una corriera che da Lavarone deve scendere sull’Altopiano della Vigolana. Ciò che i partigiani non sanno, però, è che contemporaneamente i tedeschi di stanza a Caldonazzo non ne vogliono sapere di consegnarsi. A un’ora e mezzo dalla discussione fra gli ufficiali tedeschi e il comando della brigata delle Fiamme Verdi, il paese di Vattaro è scenario di una sparatoria in cui perdono la vita 7 partigiani.

 

Ma cosa avvenne esattamente in quelle ore? E perché sulla ricostruzione continuano a scontrarsi visioni tanto diverse? Era il maggio del 2017, infatti, quando il sindaco dell’Altopiano della Vigolana David Perazzoli negava la partecipazione del Comune alla tradizionale commemorazione indetta ogni anno dalle sezioni dell’Anpi di Trento e di Vicenza (QUI e QUI gli articoli). “Tutti quelli nati prima del ’45 conoscono com’è andata la storia – disse per giustificarsi – i partigiani hanno fatto partire una raffica di colpi e i tedeschi, sentendosi attaccati, hanno recuperato le loro armi”.

 

Su quelle ore, particolarmente confuse, esistono diverse versioni. Nel libro Sguardo al passato, redatto dall’ex sindaco Alcide Giacomelli e pubblicato dal Comune di Vattaro, si narra come il comando tedesco fosse intervenuto in assetto da guerra dopo la notizia della resa e del disarmo dei tedeschi di stanza a Centa, avvenuto lungo la strada fra Lavarone e Vattaro. Il rifiuto di arrendersi avrebbe così spinto i soldati a dirigersi verso la Fricca su un mezzo corazzato, raggiunta proprio mentre sul posto arriva la corriera dei partigiani.

 

L’episodio si sarebbe a questo punto consumato in pochi istanti: una trentina di partigiani esce con le armi imbracciate, si intima la resa ai tedeschi che però da parte loro rispondono con il fuoco. Ne segue un fuggi-fuggi generale in cui ogni sbandato diviene oggetto di una “caccia”. Uno dei partigiani è scovato in una stalla e ucciso, due civili vengono feriti.

 

Secondo un’altra versione, riportata dal maggiore degli Alpini e comandante della divisione Ortigara Giulio “Leo” Vescovi, dai partigiani scampati alla strage e dall’autista della corriera, gli uomini della Settecomuni sarebbero invece stati raggiunti dai tedeschi provenienti da Vigolo. Fermi sulla curva all’inizio del paese di Vattaro, armi in braccio ma senza alcun atteggiamento minaccioso, i partigiani non avrebbero avuto nemmeno il tempo di prepararsi che un’autoblindo con a bordo i paracadutisti tedeschi giunge di corsa. Gli elmetti in testa, le armi spianate.

 

“Il bolzanino”, chiamato così perché parla tedesco, si avvicina a mani alzate all’autoblindo per discutere la resa. Una prima raffica di mitra lo falcia. All’urlo di Leo – “via, qui ci ammazzano tutti!” – i partigiani cercano riparo mentre i tedeschi sparano loro addosso. Quelli sulla strada e quelli appena scesi dall’autocorriera vengono raggiunti dai proiettili. Alcuni di loro fuggono verso le case. Zotti, ferito, si nasconde in una stalla, dove viene scovato e finito a pugnalate. Con lui c’è anche Egisto “Tomas” Frigo, che però riesce a salvarsi nonostante le gravi ferite.

 

Tranne i sette partigiani uccisi, gli altri riescono a salvarsi riparando nei boschi, da dove ripiegano in direzione di Lavarone. Nella mattinata del giorno successivo, in paese ci sono gli Alleati. La rappresaglia è stata infatti scongiurata dall’intervento del sacerdote e i paesani di Vattaro non vengono toccati. Sul curvone all’entrata del paese sarebbe stato apposta una targa, che recita: “Per debellare la tirannide nazista del loro sangue fecero supremo olocausto nella radiosa alba di libertà” (sabato 8 maggio, lì, si terrà alle 10 la tradizionale commemorazione alla presenza di delegazioni dell'Anpi di Trento e Vicenza).

 

Questo articolo è il quarto di una serie: Attra-Verso la Liberazione vuole essere una lente tramite cui vedere la lotta resistenziale senza le distorsioni del falso mito della memoria condivisa e senza l’agiografia che per decenni ha contraddistinto la narrazione della conquista della libertà contro la tirannide nazi-fascista. La grandezza della scelta partigiana, infatti, emerge dallo stesso racconto del contesto, nella sua durezza, nella sua complessità e problematicità, nel suo immenso e meraviglioso valore.

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