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Sessant'anni della Notte dei Fuochi, gli Schützen colorano i tralicci di rosso e Urzì protesta. E' ancora tempo del "ping pong nazionalistico"

Il dibattito sulla Notte dei Fuochi, nel sessantesimo anniversario dalla serie di attentati che colpì la provincia di Bolzano, è segnato dalle solite dinamiche di opposte accuse. Il rumore delle rivendicazioni copre però la conoscenza e la comprensione del contesto del tempo e delle motivazioni alla base dell'azione compita dai terroristi del Bas

Di Davide Leveghi - 12 giugno 2021 - 17:02

TRENTO. Da una parte ci sono i sostenitori della secessione, che esaltano le bombe sui tralicci e per l’occasione li colorano di rosso, dall’altra Alessandro Urzì, che, puntuale come un orologio svizzero, si presenta in Procura e denuncia l’apologia al terrorismo e la sfacciata difesa di chi ha attaccato lo Stato italiano. In mezzo, come sempre, una società che fatica a farsi sentire altrettanto forte per ribadire l’importanza della convivenza guadagnata democraticamente.

 

I sessant’anni della Notte dei Fuochi sono segnati dal solito ping pong mediatico, ennesima tappa di un ciclo continuo che si autoalimenta e pare non finire mai. Le accuse reciproche, le rivendicazioni, le provocazioni. Dei sentimenti, anche legittimi, sviliti nell’ottusa difesa di metodi, quelli terroristici, che in provincia non hanno creato che tensione. Ed il nazionalismo opposto che ci corre dietro, che alimenta un fuoco (fatuo) di possesso e sangue. Il sangue versato nell’epopea della Grande Guerra, nel sacrificio ultimo che ha coronato il sogno risorgimentale, finendo per trascinarvi anche chi, con la cultura e la lingua italiana, aveva a che fare solo per vicinanza o coesistenza.

 

Ci sono diversi equivoci nella lettura dei fatti di quella notte tra l’11 e il 12 giugno 1961, quando le montagne della provincia di Bolzano brulicavano di persone intente ad accendere i fuochi al Sacro Cuore di Gesù (QUI e QUI degli approfondimenti). Equivoci che dipendono da opposte memorie, conflittuali e contrastanti, e che ignorano alcuni dati storici necessari per poter comprendere a fondo il travaglio del territorio altoatesino nel ‘900.

 

Il primo equivoco riguarda gli apologeti del tritolo. Organizzazioni politiche e culturali, dalla Süd-Tiroler Freiheit allo Schützenbund, passando per l’Heimatbund, ringraziano pubblicamente con video e manifesti gli “eroi della patria”. I cappelli piumati, addirittura, “colorano” di rosso i tralicci in giro per la provincia. “Per esprimere il nostro ringraziamento a chi ha combattuto per la libertà della nostra patria, per ricordare le violenze della polizia sulla nostra gente e per guardare al futuro – si legge nella breve didascalia sul sito della Lega sudtirolese degli scizzeri – un’illuminazione ‘silenziosa’ che rappresenta la discussione democratica e l’attuazione non violenta del nostro impegno per una maggiore libertà e indipendenza”. Anche a Trento, come avvenuto in occasione dell'ultima celebrazione di Sepp Kerschbaumer (QUI l'articolo), si celebra la dinamite contro i tralicci, "tentare l'impossibile", l'agognata secessione dalla Repubblica italiana. 

 

Com’è possibile, però, che nel celebrare un’azione terroristica si arrivi a parlare di “discussione democratica e attuazione della non violenza”? Dall’intervista ad Eva Klotz (QUI l’articolo), si può dedurre la risposta: la Notte dei Fuochi costrinse l’Italia a sedersi al tavolo delle trattative. Senza la dinamite, dunque, lo Stato italiano avrebbe continuato ad opprimere la minoranza tedesca.

 

Considerando che a poco tempo dalla serie di attentati, il ministro degli Interni Mario Scelba avrebbe disposto la formazione della Commissione dei 19 per la discussione del Pacchetto e di una nuova e più compiuta forma di autonomia, si potrebbe pensare che tale lettura non sia poi del tutto inaffidabile. Ma in realtà, non fa altro che mettere un cappello non suo ad un’iniziativa promossa e attuata con ben altro scopo. È un’etichetta posteriore e che permette l’apologia del terrorismo.

 

Era infatti lo scopo degli uomini del Bas, il “fronte di liberazione del Sudtirolo”, quello di portare l’Italia al tavolo delle trattative? No. Lo scopo era creare le condizioni per un’insurrezione popolare, attaccando i simboli dell’oppressione coloniale italiana, quei tralicci con cui si sfruttava la più grande risorsa del territorio, l’oro bianco che riforniva buona parte delle industrie del Nord Italia. Da parte sua, Kerschbaumer tenta perfino di ammantare l’azione di un carattere sacro, chiedendo al vescovo Gargitter un colloquio per ottenere l’assenso dei vertici ecclesiastici. Tentativo finito con un nulla di fatto.

 

Nel terrorismo sudtirolese convissero sì anime diverse, da quella contadina e hoferiana di Kerschbaumer a quella intellettuale e borghese dei tirolesi austriaci, con obiettivi e metodi per raggiungerli differenti. Ma da qui a sostenere che le azioni terroristiche della Notte dei Fuochi fossero finalizzate alla conquista dell’autonomia speciale ce ne passa parecchio. Nondimeno, il proposito di non fare vittime – poi superato dalle componenti più radicali del terrorismo pantirolese – come sappiamo finì fatalmente per scontrarsi contro il gesto temerario di uno stradino, Giovanni Postal, già protagonista di un attentato sventato e questa volta non altrettanto fortunato (QUI il racconto della morte).

 

Il secondo equivoco, invece, riguarda l’atteggiamento opposto e speculare. Il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia Alessandro Urzì presenta un esposto alla Procura della Repubblica “per il caso dell’utilizzo dell’immagine di tralicci abbattuti esibiti come trofei in omaggio ai responsabili, condannati, della Notte dei fuochi del 1961”. Segue, come accade regolarmente in tutte le occasioni di polemica etnica e nazionale, l’interrogazione presentata dal capogruppo del partito Francesco Lollobrigida in Parlamento.

 

Non è sull’esposto, tuttavia, che si crea l’equivoco, ma sulla lettura sottintesa alla condanna degli apologeti delle bombe. Una lettura ancora persistente in una fetta della società altoatesina e riflessa – acriticamente e nazionalisticamente – sul resto del Paese, ignaro e ignorante sulle vicende novecentesche di questa ricca e lontana provincia di montagna.

 

L’interpretazione nazionalistica tricolore non solo sostiene la naturalità della presenza italiana in Alto Adige ma evita di evidenziare l’oppressione effettiva subita dalla minoranza tedesca. I traumi sono profondi, la sofferenza vera. E se è vero che l’Alto Adige, negli anni ’50, non figurava certo tra le priorità dello Stato italiano, dall’altra è difficile negare quanto scollamento ci fosse tra le promesse dell’Accordo De Gasperi-Gruber ed il reale spazio d’autonomia della giunta provinciale altoatesina del tempo.

 

Il terrorismo, seppur condannabile nei metodi, non venne fuori dal nulla. Lo Stato italiano, le autorità che sul territorio lo rappresentavano, la giunta regionale monopolizzata dalla Democrazia cristiana trentina ebbero storicamente la responsabilità del crescente disagio tedesco. Non fecero nulla a riguardo e vi fu chi decise di mettere mano alle armi.

 

Nel bellissimo dialogo intitolato Il Congresso dei morti (1921), Zino Zini immagina dopo l’ecatombe della Grande Guerra un enorme consesso in cui i morti in battaglia di tutta la storia, riuniti in assemblea, condannano coloro che li hanno trascinati in guerra. Ad un certo punto, una “strana coppia di cadaveri”, che “mostravano sul collo il solco livido dell’impiccagione recente”, prendono la parola.

 

Sono Cesare Battisti e l’irredentista irlandese Roger Casament, impiccato a Londra per la sua collaborazione con la Germania in funzione anti-inglese. “La nostra storia è assolutamente identica; ma guardate un po’ come è strano il nostro destino – ripetono in coro – quelli che hanno impiccato me, dicono ch’io sono un furfante e che questo mio compagno è un eroe. Quelli che invece hanno impiccato lui, proclamano che l’eroe sono io e che lui è il furfante. Ed ora vedete se vi riesce di capirne qualche cosa. E il più bello è che tanto lui quanto io abbiamo fatto la stessa identica cosa, per cui a rigor di logica o tutti e due furfanti o tutti e due eroi”.

 

“Non resterebbe altro che concludere – finiscono, prima di tornare sull’immenso e indefinito consesso – delitto, martirio, parole a doppio uso, verità al di qua, errore al di là dei Pirenei, come diceva Pascal; pochi gradi di longitudine o di latitudine bastano a invertire il giudizio degli uomini”. Il nazionalismo, dice Zini, è dunque una medaglia con due facce, una questione di prospettiva che nega quella degli altri

 

Non è equidistanza, in conclusione, che si vuole predicare, bensì conoscenza e comprensione. Una società matura e democratica rinnega i metodi terroristici e mette in discussione delle verità – quelle nazionalistiche – che impediscono una convivenza serena e distorcono realtà e verità storica. Tra gli strombazzamenti degli opposti nazionalismi, a sessant’anni da quella tragica notte, è bene ribadire il concetto.

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