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“Voleva segnalare all’Italia di riprendere i negoziati”: la Notte dei fuochi per Eva Klotz, tra i ricordi del padre e la “lotta per la libertà sudtirolese”

Eva Klotz, protagonista del mondo separatista sudtirolese e figlia di uno dei più noti esponenti del Bas, racconta i suoi ricordi sulla Notte dei Fuochi, che quest’anno giunge al sessantesimo anniversario. Per lei quell’azione – a cui il padre, che nutriva grande scetticismo sull’efficacia, non partecipò – fu il “grimaldello” che sbloccò l’impasse italiana rispetto alla questione sudtirolese, costringendo lo Stato a intavolare una trattativa con l’Austria e con la minoranza tedesca

Di Davide Leveghi - 12 giugno 2021 - 12:49

TRENTO. “La Feuernacht fu molto importante per segnalare non solo all’Italia che quella altoatesina non era una questione interna, ma internazionale. L’Italia aveva cercato con tutte le tattiche possibili di non negoziare, ma la Notte dei Fuochi rese possibili le trattative. E di lì a breve, non a caso, venne formata la Commissione dei 19”. È questo il giudizio di Eva Klotz. Per la figlia di Georg Klotz, pasionaria della causa sudtirolese, quella notte fra l’11 e il 12 giugno 1961, quando le montagne brulicavano di persone intente ad accendere i fuochi al Sacro Cuore di Gesù, doveva servire per convincere lo Stato italiano ad intavolare un dialogo.

 

I ricordi di quegli anni, quando ancora era una bambina in Val Passiria, si mescolano alla strenua difesa delle ragioni del padre. Klotz, di professione fabbro, alla nascita del Bas (Befreiungsausschus Südtirols) – la cui sigla compare per la prima volta durante l’affollatissima adunata di Castelfirmiano del 17 novembre 1957 (QUI l’articolo) – si impone subito come referente di valle e cinghia di trasmissione con il nucleo nordtirolese. Rispetta profondamente il leader della formazione Sepp Kerschbaumer – morto in carcere e ricordato ogni anno al cimitero di Appiano (QUI l’articolo), e non solo (QUI un approfondimento sulla partecipazione di una compagnia di Schützen trentina) – ma non ne condivide le strategie.

 

Avevo dieci anni al tempo e ricordo solo il grande nervosismo di quei giorni – racconta la fondatrice della Süd-Tiroler Freiheit – mio padre era via spesso, si vedeva con Kerschbaumer e gli altri. Sono anche venuti a casa nostra, quelli del Bas. So che portavano armi ed esplosivi, anche se nostra madre ci tenne lontani e non li ho mai visti. Della Feuernacht, invece, ricordo solo le notizie alla radio. Mio padre non c’entrava nulla. Lo avevano avvertito che sarebbe accaduto ma lui era più vicino al gruppo del Nord Tirolo”.

 

All’inizio di giugno, a Zernez, in Svizzera, i nuclei sudtirolese e nordtirolese si incontrano per organizzare un’unica grande azione coordinata. Una tradizione secolare, che vuole la popolazione salire sui pascoli per creare delle immagini sacre con il fuoco, avrebbe offerto l’occasione logisticamente perfetta per minare i tralicci, inferendo così un durissimo colpo all’economia italiana. Senza voler provocare vittime, dunque, si sarebbe diffuso il panico, producendo l’effetto di dare slancio alla lotta per la libertà contro l’invasore italiano.

 

L’anno prima, infatti, l’Austria era riuscita a portare la questione sudtirolese all’Assemblea generale dell’Onu, ottenendo però solo un invito all’Italia a rispettare l’Accordo De Gasperi-Gruber del 1946. Gli attentati, invece, fino a quel momento avevano mirato a colpire obiettivi dall’alto valore simbolico, dalla villa di Tolomei a Gleno alla case popolari in costruzione, considerate dai sudtirolesi a solo appannaggio degli immigrati italiani. Ma questa volta l’azione sarebbe dovuta essere diffusa e spettacolare.

 

Mio padre era scettico su questa azione – continua Klotz – questa avrebbe infatti portato sì ad una mobilitazione del resto d’Europa, ma non abbastanza da poter liberare il Sudtirolo dall’occupazione italiana”.

 

Circa 200 attivisti partecipano alla messa in atto di quell’azione, ammantata di un carattere sacro dal volantino di rivendicazione stilato da Kerschbaumer. “Un popolo che combatte per nient’altro che per i suoi diritti naturali- scriveva citando il canonico Michael Gamper (QUI un approfondimento) – avrà il Signore come Alleato”. Una sessantina di tralicci dell’alta tensione sono pertanto minati ma solo un terzo di questi esploderà. L’effetto, comunque, è impressionante, così come l’ammontare dei danni per la mancata produzione elettrica ed industriale.

 

Rispetto ai presupposti del Bas, inoltre, si verifica un “effetto collaterale” destinato a provocare clamore. A Salorno, lo stradino Giovanni Postal cerca di rimuovere una carica ritrovata su un albero. Non è la prima volta che lo fa, ma questa volta il pacchetto deflagra, uccidendolo sul colpo. “Gli obiettivi erano stati sempre i simboli fascisti e dello sfruttamento delle nostre risorse – spiega Klotz – Postal, a cui la polizia aveva già detto di non toccare gli ordigni e di chiamare la polizia qualora ne avesse trovati altri, fu rimpianto molto da Kerschbaumer e dagli altri del Bas”.

 

La reazione dello Stato italiano è durissima. Si procede alla militarizzazione della provincia, ai turisti di lingua tedesca si impone l’obbligo di visto per passare la frontiera. Si compiono rastrellamenti, perquisizioni e si dispone il coprifuoco. Il mancato stop agli alt delle forze dell’ordine italiane provoca la morte di due sudtirolesi. Ma, soprattutto, dalle carceri si denunciano diffusi maltrattamenti e torture contro i detenuti politici (alcuni storici parlano dell’Alto Adige come di un laboratorio per la “strategia della tensione” messa in atto in Italia a partire dal ’69, QUI un approfondimento).

 

Nel luglio del ’61 i detenuti vengono sottoposti a duri interrogatori e torturati in forma molto grave – procede la politica separatista – anche mio padre, nonostante non centrasse con l’azione, venne fermato e interrogato per quattro giorni e quattro notti. Gli venne perfino proposto dalle forze dell’ordine un accordo: se avesse lasciato perdere l’attivismo, gli avrebbero garantito uno stipendio fisso. ‘Voi sapete che sono tirolese’, fu la sua risposta. Rilasciato, decise che non si sarebbe più lasciato prendere”.

 

Georg Klotz, infatti, passerà il confine austriaco, trovando riparo nel Tirolo del Nord. Da qui, più volte entrerà in territorio italiano attraverso i passi alpini per compiere azioni di guerriglia. “Ricordo che arrivò stanchissimo a casa e non lo vidi per due giorni. Era sfinito – aggiunge – ad ogni modo, prese sul serio gli avvertimenti e decise di passare il confine. I ‘bravi ragazzi della Valle Aurina’, saputo delle torture, a quel punto inviarono un ultimatum alle autorità italiane: se l’Italia avesse continuato a torturare, anche loro avrebbero agito con forza”.

 

L’idea, loro come di mio padre e di Amplatz, era di non colpire le persone – prosegue – i Freiheitskämpfer (i ‘combattenti per la libertà’, ndr) hanno sempre sparato due metri sopra la testa. Erano tutti grandi tiratori. Mio padre aveva combattuto con la Wehmacht durante la guerra ed era molto abile. Se avessero voluto, avrebbero potuto compiere delle stragi”.

 

L’ondata di arresti disarticola il nucleo sudtirolese del Bas, che perde la sua guida carismatica Kerschbaumer. Nel processo di Milano, il leader degli “Aktivisten” si assume la maggior parte delle responsabilità, presentando al tempo stesso agli occhi del Paese le motivazioni alla base del terrorismo sudtirolese. Le condanne sono dure – specialmente per i latitanti, tra cui appunto Klotz – e la "lotta per la libertà del Sudtirolo" verrà a quel punto monopolizzata da correnti più estremiste e radicali, gravitanti attorno ai circoli universitari neonazisti austriaci e bavaresi.

 

L’obiettivo di parte del Bas di trasformare l’Alto Adige in una nuova Algeria, dando avvio ad una sollevazione popolare contro l’occupante italiano, non viene raggiunto e la Notte dei fuochi suscita più che altro clamore nell’opinione pubblica di tutta Europa (QUI un approfondimento), tensione fra le componenti etniche presenti in provincia e radicalizzazione nei nuclei terroristici.

 

Gli abitanti di lingua italiana prendono paura e l’immigrazione diminuisce. Ricordo che nella mia gita di maturità a Napoli ci dicevano che chiedevano se stessimo combattendo contro lo Stato italiano – racconta Klotz – il rapporto tra la popolazione di lingua italiana e quella di lingua tedesca era molto cattivo. L’Italia cercava di cambiare gli equilibri demografici a favore degli italiani, a cui si riservavano i migliori posti di lavoro, l’edilizia popolare e così via. I sudtirolesi dovevano emigrare in Svizzera, in Austria o in Germania. Per questo la gente sapeva che sarebbe dovuto succedere qualcosa per cambiare la situazione. L’Italia, se no, ci avrebbe rubato il futuro”.

 

Oltre alla volontà italiana di ribaltare le proporzioni demografiche (in sede storiografica si è dimostrato che i dati presi in considerazione per sostenere questa tesi fossero in realtà gonfiati, vedi l’intervista allo storico Giorgio Mezzalira nell’articolo su Gamper), Klotz ribadisce inoltre la teoria delle false attribuzioni degli attentati e delle stragi ai “combattenti per la libertà” sudtirolesi – su cui ancora di discute, proprio in virtù dell’ipotesi dell’Alto Adige come “laboratorio” della strategia della tensione che insanguinerà il Paese nei decenni a venire.

 

Non tutto quello che viene attribuito ai combattenti per la libertà è vero – spiega – nel caso di Malga Sasso (9 settembre 1966, tre finanzieri morti e quattro feriti, ndr), attentato attribuito a mio padre, lui si trovava in Austria. Fu sorpreso e irritato dal fatto che ci fossero stati dei morti e di essere colpevolizzato. Anche su Cima Vallona (25 giugno 1967, un carabiniere e tre militari morti, un ferito, ndr) la ricostruzione ufficiale italiana è falsa. Aspettiamo dei chiarimenti da parte dell’Italia anche su Amplatz (ucciso una notte del settembre 1964 da una spia al soldo dei servizi segreti italiani, dopo aver passato clandestinamente il confine assieme a Georg Klotz, rimasto ferito. QUI un approfondimento)”.

 

Negato il coinvolgimento del padre nelle stragi e nelle azioni più violente, Klotz ribadisce dunque quale fosse la sua soluzione per la questione sudtirolese; una soluzione più radicale? “No – risponde – ma più effettiva. L’autonomia così com’è non è autonomia ma decentramento. Dobbiamo sempre combattere per ogni cosa, dalla difesa della nostra lingua negli ospedali alla questione degli orsi e dei lupi. Una vera autonomia significherebbe essere liberi di gestire le forze di polizia, le finanze, l’amministrazione, la scuola, l’immigrazione. Solo così si potrebbe salvaguardare la nostra cultura”.

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