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“Per primo trovai il corpo di Giovanni Postal”. Il giornalista Sardi racconta la sua “Notte dei fuochi”, tra i rombi della dinamite e il cadavere dello stradino di Grumo

In una bella serata nella sala comunale di San Michele all’Adige, il giornalista Luigi Sardi, protagonista del racconto di quella tragica notte di sessant'anni fa, ha narrato il ritrovamento del corpo dello stradino Giovanni Postal, unica vittima della "Feuernacht" organizzata dai terroristi sudtirolesi del Bas. Tra memorie personali e ricostruzioni giornalistiche, ha illustrato un’importante pagina della storia regionale

Di Davide Leveghi - 11 June 2021 - 15:29

SAN MICHELE ALL’ADIGE. Serata di ricordo e di ricordi, quella tenuta a San Michele all’Adige. Nel Comune che ha dato i natali a Giovanni Postal, stradino vittima della dinamite sudtirolese nella Notte dei Fuochi (QUI e QUI degli approfondimenti), il giornalista Luigi Sardi ha raccontato il suo vissuto in prima linea in quelle ore tremende. Di fronte, una sala piena, nelle proporzioni permesse dalle misure anti-Covid.

 

Era la mattina del 12 giugno 1961 e l’Alto Adige era stato appena sconvolto da un attacco coordinato ai tralicci dell’alta tensione. Cronista de l’Alto Adige, dopo una notte trascorsa nel caos, Sardi percorre in un’atmosfera spettrale la statale del Brennero e giunto al chilometro 401, fra gli abitati di Salorno e Cadino, si imbatte nel corpo martoriato di Postal. Nella più spettacolare serie di attentati approntata dal Bas (il “fronte di liberazione del Sudtirolo”), il proposito di non fare vittime viene fatalmente tradito.

 

“Verso le 20.30 avevo consegnato fuori sacco le notizie da Trento alla redazione di Bolzano – racconta il giornalista – quando vedo sulle montagne i fuochi dedicati al Sacro Cuore di Gesù. È la prima volta che mi capita. Il giornale va in stampa verso l’una e si cominciano a sentire delle esplosioni. C’è chi dice che è un temporale, ma io che ho lavorato in cava so riconoscere il rombo della dinamite”.

 

Le esplosioni sono diverse, Bolzano cade nel buio, dalle montagne si vedono delle luci azzurrognole che poi si sapranno prodotte dalla caduta dei tralicci – continua – si dice che l’Austria stia bombardando con l’artiglieria la città di Bolzano. In sella alla mia Lambretta, allora, decido di muovere verso Merano, da cui arrivavano i rombi più forti. È il caos, in giro camionette della polizia e dell’esercito, posti di blocco. Mi intimano di spegnere il faro della mia Lambretta”.

 

Da tutta la provincia giungono notizie di esplosioni. L’attacco punta a colpire una risorsa centrale della provincia, quell’ “oro bianco”, l’energia idroelettrica, con cui si riforniscono tutte le industrie del Nord Italia. Il rombo delle deflagrazioni viene meno nelle prime ore dell’alba.

 

“Verso le 5 e mezzo, nel silenzio, decido di tornare verso Trento – racconta Sardi – i principali edifici della città di Bolzano sono presidiati. La Rai, le poste, il palazzo del governo, e così via. La strada del Brennero, invece, è vuota. Fa freddo, pioviggina. Fra Salorno e Cadino, vedo un corpo riverso sulla strada. Sento un forte odore di esplosivo e poco dopo arrivano sul posto i carabinieri da Trento. A quel punto, identifico il corpo”.

 

Ma perché il giovane cronista de l’Alto Adige riconobbe subito lo stradino Giovanni Postal? Qualche settimana prima, Postal è protagonista di un attentato sventato. Un attentato fallito, perché la miccia della dinamite non funziona. Tutte le mattine, Postal, che lavora come stradino per l’Anas, parte da casa e si reca sulla statale dove con la ramazza la pulisce. Trovata una scritta nera sulla casa cantoniera, vede che su un albero ci sono quattro candelotti di dinamite legati tra loro”.

 

“La miccia è difettosa e Postal riesce a staccare la dinamite e portarla al commissariato di polizia. Viene anche portata in prefettura a Trento, dove riceve encomi e pacche sulle spalle. La seconda volta, però, non gli va altrettanto bene. L’ordigno è ad orologeria e non con la miccia. Trovato sull’albero e preso in mano, questa volta esplode, uccidendolo”.

 

Fissata su un albero al confine fra la provincia di Trento e quella di Bolzano, la bomba avrebbe dovuto abbattere la pianta, bloccando la strada ed evidenziando così la barriera fra i due territori. Lì, finiva il Sudtirolo, volevano dimostrare i terroristi. Qualche anno prima (1957), al grido di “Los von Trient”, “Via da Trento”, Silvius Magnago aveva richiamato il suo popolo all’adunata, chiedendo fermamente che l’accordo De Gasperi-Gruber venisse rispettato e che Trento la smettesse di controllare Bolzano e i sudtirolesi. Tra la folla, cominciano a girare dei volantini. È la prima volta che si sente parlare del Bas (QUI un approfondimento).

 

Sardi, autore di un libro (Da Hofer a Klotz nel segno dell’Heimat), puntella il racconto cronachistico di quella notte con la descrizione del contesto di quegli anni. Parla, non senza sfoderare degli aneddoti vissuti da giornalista in prima linea, delle trame segrete dei servizi in Alto Adige (QUI un approfondimento), dei movimenti sospetti e ambigui di spie e loschi personaggi passati per le Dolomiti e saliti poi alla cronaca nazionale negli anni bui delle stragi (Amos Spiazzi).

 

Racconta dell’omicidio di Luis Amplatz e del ferimento di Georg Klotz ad opera di un uomo dei servizi segreti italiani nel 1964 (QUI un approfondimento), della contrarietà di Magnago nei confronti dei terroristi, che minano la lotta dei sudtirolesi. Illustra, insomma, quel contesto che ancora tanto fa discutere fra strumentalizzazioni (QUI e QUI sul leader del Bas Sepp Kerschbaumer), distorsioni della verità storica e tanta, troppa, "cattiva memoria" (QUI un esempio).

 

“Serate così servono per fare cultura e conoscere la nostra storia”, commenta a fine intervento il vicesindaco di San Michele Alessandro Ziglio. “Ha perso la vita un nostro compaesano, a cui è stata dedicata una via a Grumo – gli ha fatto eco la sindaca Clelia Sandri – Postal fu vittima incolpevole che perse la vita sul lavoro e per questo fu premiato con la medaglia d’oro al valor civile”.

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