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Trento
02 settembre | 20:39

Dai protocolli troppi rigidi alla mancanza di ricambio generazionale, il grido d'allarme dei viticoltori (LETTERA): "Questa crisi diventi una spinta per il cambiamento"

Pubblichiamo la lettera in forma integrale di un gruppo di viticoltori: "Un futuro per il vino trentino: la crisi come spinta per il cambiamento"

Dai protocolli troppi rigidi alla mancanza di ricambio generazionale
di Redazione

TRENTO. Una crisi non è necessariamente un aspetto negativo e anzi può diventare una spinta per il cambiamento, un volano per sviluppare il futuro del vino trentino. A sostenerlo sono Giuliano Preghenella e Lucio Caldera a nome di un gruppo di viticoltori della Cooperazione.

 

Alcuni viticoltori chiedono di intervenire per rimediare a quelli che ritengono alcuni errori, come un protocollo troppo stringente, anche rispetto alle regole europee. 

 

Un altro problema è legato alla presenza di un forte squilibrio nelle rese dell'uva, così come a una scarsa promozione del vino. Si aggiunge la mancanza del ricambio generazionale.

 

Ma sono molti i temi messi sul tavolo tra aumento dello stipendio di un presidente di una cooperativa agricola in momenti di crisi e una Cooperazione percepita, viene spiegato nella lettera, come distante dai problemi dei viticoltori-

 

Migliorare è possibile ma, spiegano sempre i viticoltori, attraverso un maggiore coinvolgimento degli operatori del settore.

 

Pubblichiamo la lettera in forma integrale

Un futuro per il vino trentino: la crisi come spinta per il cambiamento.

 

Le recenti riflessioni di Luca Rigotti, condivise con il portale Wine News (Qui articolo), hanno suscitato sentimenti contrastanti tra noi viticoltori.

 

Da una parte, evidenziano una crisi profonda che ci preoccupa, dall’altra offrono un barlume di speranza che qualcosa possa finalmente cambiare nel settore vitivinicolo trentino.

 

La parola “crisi” deriva dal greco e racchiude diversi significati, tra cui il più rilevante è “transizione”.

 

Essere in crisi, quindi, non è necessariamente un evento negativo, ma un momento di passaggio che richiede il coraggio di abbandonare il vecchio per fare spazio al nuovo.

 

Questo concetto è particolarmente significativo per noi viticoltori, che da tempo denunciamo decisioni sbagliate imposte da una dirigenza che sembra sorda ai bisogni di chi lavora sul campo.

 

Se Rigotti fosse veramente un viticoltore, come ama definirsi, sarebbe il primo a ribellarsi contro un protocollo che ci condanna a vigneti devastati dalla peronospora già a luglio, da malattie del legno e da fitoplasmi che causano perdite di decine di milioni di euro ogni anno.

 

Sarebbe anche il primo a reagire contro chi, come presidente di una cooperativa agricola, si aumenta lo stipendio del 30% in un momento di crisi, o contro una Cooperazione che rende la base sociale sempre più rassegnata al fatto che nulla possa cambiare nelle nostre assemblee.

 

L'intervista di Rigotti non fa che confermare una serie di errori di cui anche lui è complice, ricoprendo numerose cariche istituzionali nel settore vitivinicolo a livello locale, nazionale ed europeo.

 

Tra questi errori, spicca l'adozione di un protocollo inspiegabilmente più rigido e costoso rispetto agli standard nazionali, che ci obbliga a produrre vini di fascia bassa per la grande distribuzione organizzata (Gdo), con costi di produzione paragonabili a quelli dello Champagne.

 

Inoltre, si aggiungono le rese in quintali per ettaro eccessivamente elevate di alcune uve, seguite dalla proposta di estirpazione, e la carenza di appeal dei nostri vini sul mercato del Nord Europa, come testimoniato dalla rassegna stampa dell'ultima edizione di Prowein.

 

Un ulteriore problema è rappresentato dalla mancanza di ricambio generazionale e dall’impossibilità per le aziende agricole di investire in nuove tecnologie a causa delle rese economiche troppo basse.

Queste tecnologie potrebbero migliorare la sostenibilità in tutti i suoi aspetti, ma ciò che manca davvero è il dialogo.

 

Per Rigotti, infatti, sembra che l'aspetto più importante sia "essere ai tavoli delle discussioni in Ue," senza però offrire idee concrete, frutto di un serio confronto tra noi operatori del settore. E' davvero così difficile da capire?

 

La crisi, dunque, dovrebbe essere vista come un’opportunità per ripensare e rinnovare il nostro approccio, creando un futuro migliore per il settore vitivinicolo trentino.

 

Ma questo può avvenire solo attraverso un maggiore coinvolgimento di noi operatori, che siamo i primi a sentire il peso delle scelte sbagliate e ad avere a cuore il futuro del nostro territorio.

Giuliano Preghenella e Lucio Caldera.

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