Gaming Disorder: aumentano le dipendenze da videogiochi. La psicologa: "Il problema è educativo. Servono regole e controllo". E, intanto, Spalletti vieta la play in Nazionale
"Basti pensare a quanti bambini, piccoli, vediamo con il mano lo smartphone dei genitori: sì dà loro il supporto così stanno "buoni" e il problema è risolto. In realtà lì nasce il problema, perché il passo successivo è l'utilizzo smodato e incontrollato del pc e delle console. Pensate che la maggior parte dei papà e della mamme, alla domanda "ma vostro figlio quali videogiochi utilizza?", non sanno rispondere. Non sono dunque nemmeno consapevoli, in realtà, di cosa stiano facendo" spiega la psicologa - psicoterapeuta Giulia Tomasi

TRENTO. Tecnicamente viene chiamato "gaming disorder" e, dal 2019, l'Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha inserito ufficialmente all'interno della sezione relativa ai disturbi del comportamento legati alle dipendenze.
Chi soffre di quella che è una vera e propria patologia considera i videogiochi come la principale attività, che viene prima della scuola, del tempo libero che potrebbe trascorrere con gli amici, delle attività sportive, sia quelle ludiche che quelle considerate amatoriali. E, a quel punto, poco importa se questo intralcia o provoca danni nel corretto svolgimento della propria vita.
Il "gaming disorder" è la certificazione di una dipendenza seria, ma il "problema" legato all'utilizzo (molto spesso scorretto) dei videogiochi investe praticamente gran parte degli strati della società.
A tal punto che il Commissario Tecnico della Nazionale Italiana di calcio Luciano Spalletti ha vietato l'utilizzo della playstation ai calciatori durante i ritiri e le spedizioni azzurre perché, prima della partita decisiva per la qualificazione ai prossimi campionato Europei (con l'Italia campione in carica), qualche giocatore ha praticamente trascorso la notte in bianco dietro la console e con il joypad in mano.
Il Ct azzurro ha parlato chiaro: ad una certa ora bisogna provare a dormire e, a mali estremi, estremi rimedi. Da qui il diktat: a mezzanotte e mezza, l'una tutti a letto. E se non si riesce ad "autoregolamentarsi", ecco allora che arriva il regolamento. E chi "sgarra" rischia di essere "fuori".
Regole ferree (e ci mancherebbe altro) per i super professionisti del calcio, tutti adulti e molti dei quali padri di famiglia, ma il problema è alla base. Basti pensare che nell'ultimo anno sono circa 40 le richieste di consulenza pervenute all'Associazione Mutuo Aiuto del Trentino per casi di "gaming disoder" con l'Ama che ha attivato ben tre supporti on line per le famiglie dei ragazzi che hanno sviluppato una dipendenza da videogiochi e non riescono più a farne a meno.
"Ormai dal 2016 - spiega Giulia Tomasi, psicologa e psicoterapeuta specializzata in dipendenze da internet, "gaming disorder", ritiro sociale sia livello individuale che familiare e sindrome Hikikomori e Neet - ci occupiamo di famiglie che hanno figli chiusi in casa. E il "gaming disorder" è un disturbo sempre più presente. Quelli che una volta erano i naturali processi di socializzazione e crescita, adesso avvengono online e la possibilità di giocare "in rete", interagendo dunque direttamente con altri utenti ha sostituito le relazioni "reali" del passato. Il problema è chiaramente educativo. Basti pensare a quanti bambini, piccoli, vediamo con il mano lo smartphone dei genitori al ristorante o in altri luoghi pubblici: sì dà loro il supporto così stanno "buoni" e il problema è risolto. In realtà lì nasce il problema, perché il passo successivo è l'utilizzo smodato e incontrollato del pc e delle console. Pensate che la maggior parte dei papà e della mamme, alla domanda "ma vostro figlio quali videogiochi utilizza?", non sanno rispondere. Non sono dunque nemmeno consapevoli, in realtà, di cosa stiano facendo. Un tempo, prima della cosiddetta digitalizzazione, i genitori sapevano perfettamente se andavi al parco a giocare a calcio, pallavolo o basket".
Dottoressa Tomasi, c'è un'età "giusta" per consegnare uno smartphone o regalare una console ad un giovane senza incorrere nel rischio che venga sviluppata, già in tenera età, una dipendenza?
"La letteratura, nella fattispecie l'opera "3-6-9-12. Diventare grandi all'epoca degli schemi digitali" dello psichiatra e psicologo Serge Tisseron, indica perfettamente quelle che sono le linee guida: sotto i 3 anni nessun dispositivo, sotto i 9 anni assolutamente nessun videogioco. Il problema, come accennavo in precedenza, è l'utilizzo che se ne va anche successivamente. Stiamo parlando di una vera e proprio dipendenza: quando ne viene negato l'uso assistiamo a vere e proprie crisi d'astinenza, con cambiamenti d'umore, malessere e atteggiamenti aggressivi".
Sembra incredibile.
"Ma è esattamente così. Pensate a chi gioca la notte: la retroilluminazione degli schermi, le scariche di piacere, la gratificazione quando si vince e l'identificazione impediscono di entrare nel circolo sonno - veglia e, dunque, la notte diventa parte del giorno. Ho letto le dichiarazioni del Commissario Tecnico della Nazionale Italia di calcio Spalletti riguardo l'uso notturno delle console da parte dei giocatori prima di una partita importante. E' tutto normale: magari in quei casi non si può parlare di dipendenza, però la dinamica è questa. E, aggiungo, che nel caso dei giochi multiplayer molto spesso subentra anche il fatto di giocare "assieme" e, dunque, di non voler lasciare l'amico, il compagno, quasi fosse un tradimento".
Il paradosso è che, nel 2020, durante la pandemia, proprio l'Oms si affidò agli influencer per "comunicare" e "raccontare" il Covid 19. E incoraggiò la socializzazione virtuale.
"E' vero, accadde proprio così e la cosa ha rappresentato un enorme controsenso. Fu un paradosso, considerato che, solamente un anno prima, il "gaming disorder" era stato inserito tra le dipendenze"
Dunque tutto parte dai genitori e dai modelli educativi che propongono e, se necessario, impongono.
"Sì, servono regole e tanto controllo e, soprattutto, bisogna rendersi conto che abituare sin da piccoli i bambini ad avere in mano uno smartphone significa trasmettere loro il concetto che quella è la "normalità". La console e i videogiochi sono il passo successivo e, se non esiste una regolamentazione, imposta quando necessario, certamente, è molto facile sviluppare una dipendenza. Il problema del ritiro sociale, che può essere legato a diverse motivazioni, è sempre più attuale. E noi come Ama stiamo cercando di organizzare quanti più incontri possibili per sensibilizzare e fornire un supporto a chi ne ha bisogno. Il prossimo è in programma lunedì 25 marzo alle 20.30 alla Fondazione Caritro di via Calepina. Parleremo di Hikikomori, l'ingresso è gratuito e aperto a tutti".













