Lavoro precario e disaffezione verso il territorio: il grande esodo dei giovani dal Bellunese. “In calo le assunzioni under 30 e il 66% dei contratti è a tempo determinato”
Secondo il recente studio della Fondazione Corazzin, sono sempre di più i giovani che lasciano la provincia. Tra vent'anni, previsto un ulteriore calo del 13,8%. L'appello della Cisl alle imprese: "Necessario intervenire su salari, stabilità e progressioni di carriera"

BELLUNO. E' la provincia più estesa del Veneto, un territorio totalmente montano di eccellenze imprenditoriali che vanno dall'occhialeria all'elettronica e ancora, al turismo con le Dolomiti Patrimonio Mondiale UNESCO.
Ma questo non è sufficiente a trattenere i giovani nel Bellunese: servono lavoro e condizioni migliori.
E' quanto emerge dal recente studio su giovani e lavoro della Fondazione Corazzin, branca della Cisl Veneto costituita nel 1979 per sviluppare l'attività di ricerca socio-economica sui temi della formazione, del lavoro e del sindacato, con particolare riferimento alla realtà territoriale del Veneto.
"Negli ultimi trent'anni, si è verificato un calo drammatico della popolazione under 29", afferma Stefano Dal Pra Caputo, ricercatore della Fondazione. "Se a livello regionale, si parla del 20,6% in meno rispetto al 1992", l'analisi dei dati e delle prospettive future per quanto riguarda il territorio bellunese è ancora più allarmante.
Belluno è infatti al penultimo posto per quanto riguarda la presenza di giovani under 29 sul territorio. Confrontando i dati attuali con quelli relativi al 1992, si nota infatti come solo un bellunese su quattro faccia parte della fascia d'età precedentemente menzionata a scapito "del 33% (uno su tre) nel 1992", continua Dal Pra Caputo.
E tra vent'anni, quali saranno le prospettive? La decrescita sarà confermata, ma se Rovigo subirà il calo maggiore (-16,6% di giovani residenti), Belluno ne perderà il 13,8%.
Al contrario, le province venete che registrano una stima di perdita della popolazione giovanile minore, seppur al di sopra della media regionale, sono Verona (con -8,8%), Padova (-11,9%) e Venezia (-12,3%).
"Con questi presupposti, è evidente che lo sviluppo economico nonché il futuro della provincia appare compromesso", afferma Massimiliano Paglini, segretario interprovinciale della Cisl Belluno Treviso. Una situazione di progressivo declino, determinata "dalle decisioni che vengono prese oggi; scelte e impegni che non possono più attendere perché l'emorragia di talenti va frenata subito, prima che sia troppo tardi".
Cosa fare allora per contrastare lo spopolamento giovanile? Puntare sul lavoro, e in particolare sul migliorare le garanzie dei contratti di assunzione rivolti ai giovani under 30, resta la soluzione prioritaria.
Secondo i dati della Fondazione Corazzin, infatti, il 66% dei contratti di lavoro è a tempo determinato. Un numero che conferma la perdurante frammentazione dei contratti stipulati (che in realtà corrispondono a contratti di stage e apprendistato, quindi a forme di inserimento esclusivamente formative) e implica la minor continuità
"Questa alta percentuale significa che manca una volontà di fondo da parte delle imprese di voler investire sui giovani", spiega Paglini. Giovani che non stanno più ad aspettare ma che "valutano, selezionano e scelgono chi offre loro migliori condizioni di vita e di lavoro, e sono disposti a spostarsi in altri luoghi capaci di valorizzarli maggiormente, in termini contrattuali, salariali e di progressione di carriera".
Una riflessione condivisa anche a livello regionale che vede il sindacato chiedere una maggiore coerenza "al sistema economico bellunese perché, da una parte, viene evidenziata l'emergenza della carenza di forza lavoro e dell'inattività o la diaspora di molti giovani" ma, dall'altra, si fatica a "utilizzare l'apprendistato duale per coltivare le competenze di cui lamentano la carenza strutturale".
Paglini si rivolge, infine, alla classe dirigente bellunese affinché "vi sia un impegno condiviso e una rete di forze che collaborino davvero per ridare slancio alla provincia e consentire ai giovani di rimanere o di scegliere di venire ad abitare a Belluno". Ma questo sarà possibile solo se "vi sarà la capacità di garantire servizi socio-sanitari adeguati, oltre all'accesso al mercato immobiliare e degli affitti", condizioni basilari per evitare che restino sul territorio soltanto coloro che non possono permettersi di emigrare.














