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Belluno
16 aprile | 11:53

Da chi ha perso migliaia di euro perché ha ricevuto l'Iban di un falso fornitore ai mancati backup dei dati: cybersicurezza, come se la cavano le aziende bellunesi?

Marco Galanti, della Camera di Commercio Treviso-Belluno: “L’anello debole della catena sono le persone e le buone abitudini, più che le tecnologie in quanto tali: il ruolo chiave è nelle risorse umane, che sono anche la sfida e la difficoltà maggiore da affrontare”

BELLUNO. Mentre a livello nazionale si discute cybersicurezza dopo la scoperta online dei numeri di telefono dei vertici dello Stato, il rapporto Clusit 2025 rivela la rapida evoluzione del tema, sia per la diffusione dell’Intelligenza artificiale (IA), che sta cambiando anche gli schemi di attacco, sia per la crescente abilità dei cybercriminali. Negli ultimi anni la crescita degli incidenti è sempre più veloce e serve maggiore consapevolezza da parte di persone, imprese e istituzioni. Come se la cavano le aziende bellunesi? Lo abbiamo chiesto a Marco Galanti, responsabile Servizi per lo sviluppo di progetti innovativi della Camera di Commercio Treviso-Belluno.

 

“Il problema di fondo - spiega a Il Dolomiti - è che la consapevolezza è ancora bassa. Molte imprese iniziano a preoccuparsi di cybersecurity dopo che hanno già ricevuto un attacco ed è il problema che più le espone agli attacchi. Inoltre ha un peso il fatto che l’informatica, soprattutto nelle piccole imprese, è sempre stata qualcosa da delegare ai tecnici: invece ora le tecnologie sono usate da tutti a qualunque livello e serve una formazione che spesso manca”.

 

In generale, l’Italia è piuttosto esposta agli incidenti. Nel 2024 sono cresciuti del 15% rispetto al 2023 (+27% nel mondo) e il nostro Paese ha subito il 10% degli attacchi registrati a livello globale, mentre la Francia è al 4% e Germania e Regno Unito al 3%.

 

Sul fronte aziendale, dalla fine del 2022 esiste per le piccole medie imprese il Pid Cyber Check delle Camere di commercio, strumento che le aiuta nell’analisi dell’esposizione alle minacce cyber: secondo i questionari compilati da 2.487 imprese, la maggior parte è in una fascia di rischio medio (72,4%), seguita dal 21,7% a rischio basso e il 5,8% a rischio alto.

 

Nonostante questa bassa percentuale di criticità, sono dati preoccupanti perché oltre il 70% di queste imprese non ha un livello di sicurezza ottimale. Infatti oltre un terzo (37,8%) dichiara di aver subito attacchi informatici, soprattutto phishing (truffa tramite inganno della vittima fingendosi qualcun altro), malware (come i virus), attacchi alle piattaforme online e ransomware (blocco dei dispositivi dietro richiesta di riscatto). Quali i settori più colpiti? Il manifatturiero, seguito da alimentazione, alloggio e viaggi, e poi servizi professionali, scientifici e tecnici: dunque sul podio ci sono alcune delle realtà di spicco nel Bellunese, cioè manifatturiero e agroalimentare.

 

“Ormai il rischio riguarda tutte le aziende - prosegue Galanti - perché nessuno è esente dall’usare le nuove tecnologie. Quelle dell’agroalimentare forse soffrono di più perché meno abituate, mentre nel manifatturiero è la prassi avere un computer davanti, ma è anche vero che soprattutto le nuove generazioni sono ormai tecnologiche anche in questo settore. L’anello debole della catena sono sempre le persone. Ad esempio diverse aziende nel nostro territorio hanno perso migliaia di euro perché qualcuno chiama in azienda spacciandosi per un fornitore e comunicando un nuovo Iban per i pagamenti. Oppure manca il backup, cioè salvataggio e archiviazione dei dati: se fatto regolarmente permette di resistere agli episodi di ransomware, altrimenti ci si può trovare con l'attività ferma per settimane. Infine, un’altra cosa che notiamo spesso è l'uso delle stesse password per siti non aziendali: se questi ultimi vengono attaccati, le password possono finire in mano agli hacker. Tutto ciò riguarda più le buone abitudini che le tecnologie in quanto tali: il ruolo chiave è quindi nelle risorse umane, che sono anche la sfida e la difficoltà maggiore da affrontare”.

 

Il progetto “PID-Next” di Unioncamere assegna contributi alle micro, piccole e medie imprese per servizi di valutazione digitale e orientamento alla digitalizzazione. Le imprese hanno tempo fino a fine maggio per partecipare, ma l’adesione sul nostro territorio sembra già positiva. “Il tema dell’IA ha fatto alzare le antenne alle aziende, perché hanno capito che ci sono strumenti che permettono di agevolare il lavoro in modo significativo. Stiamo quindi raccogliendo molto interesse anche dai settori tradizionalmente non considerati attenti alle tecnologie, come appunto l’agroalimentare. Serve però un cambio di paradigma ed educazione a tutti i livelli, cosa che stiamo cercando di portare avanti ma che richiede anche l’impegno da parte delle imprese” conclude Galanti.

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