Hydro, riparte il presidio ai cancelli: l’azienda ha respinto le richieste sulla cassa integrazione. “Inaccettabile: serve un confronto concreto”
Dopo l’annuncio della cassa integrazione fino a 10 settimane e dello spostamento delle matrici nel sito di Ornago, l’azienda ha incontrato i lavoratori ma l’esito non è stato positivo. Di fronte all’assenza di risposte chiare, sindacati e Rsu hanno ripreso il presidio ai cancelli, che andrà avanti a oltranza: ecco le richieste avanzate

FELTRE. “Non si può chiedere ai dipendenti di pagare il prezzo di scelte organizzative e gestionali che non dipendono da loro”. Così i sindacati annunciano la ripresa del presidio permanente presso lo stabilimento feltrino di Hydro, definendolo un “atto di responsabilità e difesa del lavoro".
Non era infatti finito nel migliore dei modi l’ultimo vertice tra le parti al Ministero: non tanto per i contenuti, quanto per le premesse (qui l’articolo). Dopo i due incendi che avevano portato all’ipotesi di ricorrere alla cassa integrazione e spostare la produzione a Ornago, i sindacati avevano dovuto ribadire la necessità di garantire continuità produttiva fino alla nuova acquisizione e, soprattutto, chiedere trasparenza ai vertici dell’azienda.
Il ricorso agli ammortizzatori e l’uscita delle matrici dal sito sono infatti inaccettabili per i lavoratori: per questo riprende da oggi, martedì 17 febbraio, il presidio davanti ai cancelli. Non è il primo: già a novembre era stato portato avanti uno sciopero prolungato, dopo l’annuncio inaspettato della chiusura.
Mancano di fatto le risposte che da settimane lavoratrici, lavoratori, Rsu insieme a Fim-Cisl e Fiom-Cgil chiedono con forza: nessuna certezza sui tempi di riattivazione degli impianti a seguito degli incendi delle scorse settimane, nessun cronoprogramma sugli interventi di ripristino e nessuna garanzia sul futuro produttivo. "A fronte di una cassa integrazione che, secondo quanto comunicato, durerà almeno 8-10 settimane e che rischia di protrarsi ulteriormente - spiegano Stefano Bona (Fiom Belluno) e Mauro Zuglian (Fim Treviso Belluno) - registriamo anche l’indisponibilità a prevedere qualsiasi forma di integrazione salariale a tutela dei lavoratori coinvolti. È una posizione inaccettabile, così come svuotare progressivamente lo stabilimento trasferendo strumenti fondamentali come le matrici”.
Le richieste sono dunque chiare: un piano scritto e vincolante per la riattivazione degli impianti, garanzie sul mantenimento delle produzioni a Feltre, l’integrazione salariale durante il periodo di cassa integrazione e un confronto serio e trasparente sul futuro del sito. La mobilitazione proseguirà fino a quando non arriveranno tali risposte.
Sulla scia della posizione sindacale è anche la sindaca Viviana Fusaro, che si è recata in visita allo stabilimento. “Quello che sta accadendo in queste ore - ribadisce - è sconcertante. Anche nell’assemblea con i lavoratori l’azienda ha dimostrato totale chiusura rispetto alla riattivazione della centralina andata a fuoco e alle richieste sulla cassa integrazione. È un atteggiamento ingiustificato nei confronti dei lavoratori messi in difficoltà dalle scelte di una multinazionale che sta dimostrando di non avere scrupoli”.
“Sono perciò andata allo stabilimento - conclude - per portare ancora una volta la piena solidarietà dell’amministrazione e dell’intera comunità di Feltre a chi sta difendendo il proprio futuro. Continueremo a lavorare insieme al Ministero affinché questa fabbrica si salvi e si costruiscano soluzioni concrete e alternative per il futuro industriale del sito. Non si molla e non si arretra: le fabbriche si difendono anche davanti ai cancelli e noi saremo al fianco dei lavoratori con ogni strumento possibile”.












