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Dagli oriundi di Mussolini all'Argentina di Videla: quando il calcio si trasforma in uno strumento delle dittature

Dall'Italia che vinse due Mondiali e un'Olimpiade sotto il fascismo all'annessione del "Wunderteam" austriaco nella nazionale della Germania nazista, passando per la Spagna di Franco e le dittature sudamericane, il calcio nel corso nel '900 si è trasformato in uno straordinario strumento propagandistico

Di Davide Leveghi - 27 giugno 2021 - 12:18

TRENTO. C’è chi sostiene che il calcio sia una prosecuzione della guerra con altri mezzi. Il termine “agonismo”, d’altronde, riflette nelle proprie radici greche lo spirito della lotta, dello scontro, del conflitto. E così una partita di pallone, così come di un altro sport, altro non è che una sorta di battaglia surrogata, in cui le doti fisiche e lo spirito di sacrificio degli atleti finiscono per incarnare le virtù patrie, trasformando in nazionali i trionfi o le disfatte degli sportivi. Per questo lo sport è un strumento non indifferente per una dittatura.

 

Gli stessi Campionati europei che si stanno giocando nella prima versione itinerante della loro storia dimostrano d’altronde quanto uno stadio possa convogliare – seppur in forma “contingentata” a causa delle norme anti-Covid – aspirazioni e rivalità, odi e simpatie, conflitti o amicizie, fra le diverse nazioni. E non è un caso che dove la partita rischi di tracimare in qualcosa di più – vedi Russia e Ucraina, nazionali che per regolamento non potevano giocare nello stesso girone perché ancora formalmente in guerra – si preferisca imporre dei limiti.

 

Senza scomodare il presente e l’utilizzo propagandistico che ancora si può fare del calcio – vedi l’unico stadio al completo durante questo Europeo, a Budapest – il rapporto fra football e dittature è cosa consolidata e approfondita. Europa e Sudamerica, culla e teatro delle espressioni più importanti di questo sport, più di tutti lo dimostrano.

 

Amante dello sport ma ancora di più astuto conoscitore della portata propagandistica del calcio, il dittatore fascista Benito Mussolini contribuì con il suo regime a portare in auge la nazionale, che sotto il suo potere riuscì ad alzare ben due coppe del mondo e un’Olimpiade. La dittatura non era stata ancora del tutto instaurata quando il 31 ottobre del 1926, per volontà del podestà di Bologna e ras squadrista Leandro Arpinati, di fronte al capo del governo e alle autorità si inaugurò lo stadio Littoriale. A ribadire il marchio fascista di quello che ora si chiama Renato Dall’Ara, un’enorme statua equestre di Mussolini dominava lo stadio – mentre ora, fuori dall’Olimpico di Roma, ancora si alza al cielo l’obelisco con la scritta “Mussolini Dux”.

 

Sulle sorti della nazionale, portata ai trionfi da Vittorio Pozzo (QUI un approfondimento), si può comprendere ancora meglio quanto il fascismo e il suo “duce” abbiano investito, arrivando anche a derogare alle regole sulla “purezza” imposte nel campionato nostrano. Se le squadre, composte in origine da giocatori misti, italiani e stranieri, si erano ribellate alle regole imposte dalla Figc – le quali stabilivano, per poter giocare nel campionato italiano, la sola presenza di rose composte da calciatori italiani – con il fascismo ciò non fu possibile (Mauro Valeri).

 

La Carta di Viareggio, con cui si assoggettò l’organizzazione sportiva al partito fascista, vietò alle squadre di tesserare calciatori non italiani (QUI un approfondimento su Ferenc Hirzer, campione ungherese passato per la Juventus, costretto ad andarsene da calciatore per poi tornare come allenatore. Lo sarà, per poco, anche a Trento, dove morì e fu sepolto); salvo poi rendersi conto che le delusioni calcistiche nazionali potessero essere cancellate con “l’arruolamento” dei grandi campioni sudamericani. I cosiddetti “oriundi”, per lo più argentini o uruguagi con spesso origini italiane alle spalle, parteciparono così ai mondiali del ’34 e del ’38 contribuendo ai trionfi sul campo.

 

Tale sorte non riguardò certo gli “italiani per conquista”, cioè i sudditi delle colonie, a cui si permise di giocare in campionati separati. L’atteggiamento di alcuni importanti giocatori oriundi, che allo scoppio della guerra d’Etiopia preferirono scappare in Sudamerica per evitare la leva, si incastona nell’evoluzione del razzismo fascista, culminato alla fine degli anni ’30 con l’esclusione di ogni giocatore non italiano. Alla “razza latina” invocata per giustificare la presenza sudamericana in squadra si sostituì così la “razza ariana” di cui gli italiani avrebbero fatto parte.

 

Le vittorie della nazionale di calcio, invece, non risultarono più importanti della nuova società che si voleva costruire nella Germania nazista. Le manifestazioni sportive dovevano sì magnificare il Reich, ma il criterio della “purezza razziale” non poté che provocare l’indebolimento delle squadre (vedi il calcio tedesco) e delle cocenti umiliazioni, come nel caso dell’atleta statunitense Jesse Owens, mattatore alle Olimpiadi del 1936 a Berlino (QUI un'altra curiosa storia su quelle Olimpiadi). Di contro, l’Anschluss avrebbe permesso di inglobare nella nazionale di calcio il Wunderteam austriaco, tra le più importanti formazioni della storia del calcio. La sua stella, Matthias Sindelar, si rifiutò però di parteciparvi, cadendo così in disgrazia (QUI un approfondimento).

 

Anche nella Spagna del caudillo Francisco Franco non mancarono i conflitti legati al pallone, con delle spiccate preferenze del regime riflettenti storiche rivalità e odi nazionali. Inizialmente tifoso dell’Atlético, il generalísimo seguì con particolare calore le vittorie dei cugini del Real, saliti sul tetto d’Europa grazie a fenomeni come Alfredo Di Stefano e Ferenc Puská​s. Ai grandi trionfi internazionali (il Real Madrid vinse le prime cinque edizioni della Coppa dei Campioni, l’attuale Champions League, dal 1955 al 1960), si accompagnò così l’inimicizia politica nei confronti dei grandi rivali del Barcellona.

 

Nel secolo delle Nazioni, lo scontro fra le formazioni delle due principali città della penisola rifletterono – e tuttora lo fanno – diverse visioni del mondo, diversi valori e diverse aspirazioni. Come recita il noto motto dei blaugrana, d’altronde, il Barcellona è “més que un club”, qualcosa di più che una semplice squadra di calcio, e lo scontro del Clásico, la partita più importante del mondo, è la sfida tra opposti.

 

Dall’altra parte dell’Atlantico, specie nel secondo ‘900, è l’autoritarismo dei generali a sfruttare il calcio come strumento propagandistico. Sotto il potere di Jorge Videla, responsabile di efferati crimini contro l’umanità nei confronti degli oppositori politici, l’Argentina vinse il suo primo mondiale, giocato in casa, tra sospetti di pressioni e un clima tesissimo. Tutto il mondo, infatti, era a conoscenza delle brutalità commesse dal regime, tanto che – per prima fu la televisione olandese – diverse emittenti internazionali cominciarono a interessarsi alle proteste delle Madri de Plaza de Mayo, le coraggiosi madri riunite in piazza per chiedere conto alle autorità dei propri figli desaparecidos.

 

La vittoria dell’Argentina in quel Mondiale produsse nella società un effetto narcotizzante. Il trionfo della nazionale divenne quello del regime, il prestigio di quest’ultimo crebbe agli occhi degli argentini, facendo per un attimo dimenticare sparizioni e torture, oppressione e paura. Analoga questione riguarda infine il Brasile del 1970, vincitore anch’esso di una Coppa del mondo, strappata all’Italia in finale, e prontamente strumentalizzato dal dittatore Emílio Garrastazu Médici.

 

Non è solo nelle “patrie del calcio”, però, che le dittature si sono appropriate delle sorti delle proprie selezioni. Basti pensare alla povera nazionale della Corea del Nord, tornata con le ossa rotte dal Mondiale in Sudafrica del 2010 e umiliata pubblicamente dal regime. I giocatori furono duramente strigliati, mentre all’allenatore andò peggio. Responsabile della débâcle, venne inviato ai lavori forzati.

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