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L’incredibile impresa del ’68: dalla semifinale vinta con la monetina alla finale giocata due volte, l’Italia vince il suo primo (e unico) Europeo

Il 10 giugno 1968 Giacinto Facchetti, capitano della nazionale azzurra, alza nel cielo di Roma il primo e unico trofeo continentale vinto dall’Italia. La vittoria per 2-0 sulla Jugoslavia arrivava dopo un incredibile percorso, tra uno spareggio con la monetina e una finale ripetuta

Di Davide Leveghi - 05 giugno 2021 - 11:42

TRENTO. Nei primi scampoli d’estate, quando il caldo non è ancora insostenibile, intere comunità calcistiche attendono con impazienza e speranza di veder scendere in campo i propri beniamini. Le competizioni internazionali suggellano in vere e proprie battaglie sportive le passioni della gente, scolpendo mitologie fatte di grandiose vittorie o di sonori tonfi. Quello del 1968, unico trionfo italiano in un Europeo, fu deciso anche dalla sorte, incarnata in una monetina caduta sul lato fortunato.

 

Vetrina del pallone, ma non solo, l’Europeo come il Mondiale racconta storie incredibili. Storie che hanno per protagonisti degli uomini scelti per rappresentare intere nazioni o comunità sovranazionali. Paesi che, così come i giocatori, possono anche sparire. E questo è il caso degli Europei del 1968, quando l’Italia vinse il suo primo e unico trofeo continentale battendo Paesi che non esistono più, l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche e la Jugoslavia.

 

Organizzato in un formato ben diverso da quello che vedrà gli Azzurri impegnati questa estate, l’Europeo del 1968 si gioca in Italia. A deciderlo è la Uefa, dopo che la qualificazione alle fasi finali è stata determinata dalla vittoria del gruppo 5 (contro Romania, Svizzera e Cipro) e dal risultato favorevole nel doppio incontro con l’ostica Bulgaria nei quarti di finale. La competizione, spalmata su quasi due anni, trova quindi la sua conclusione nella sfida a quattro con Jugoslavia, Unione sovietica e i freschi campioni del mondo dell’Inghilterra, inventori del gioco del calcio che solo nel 1966 seppero imporsi sul resto dell’umanità calcistica.

 

Il 5 giugno si giocano le due semifinali, la prima a Napoli e la seconda a Firenze. Al San Paolo l’Italia del ct Ferruccio Valcareggi, subentrato a Edmondo Fabbri dopo l’onta del mondiale 1966 – quello della sconfitta con la Corea del Nord – deve affrontare un avversario difficile, l’Unione sovietica, vincitrice del titolo continentale nel ’60 e vice-campione nel ’64.

 

Nonostante il tifo caldo del pubblico partenopeo, la partita si conclude dopo i 90 minuti a reti inviolate. Tale situazione permane anche dopo i supplementari e il passaggio di una delle due squadre si dovrà decidere per sorteggio – così come i formati delle competizioni, anche i regolamenti sono stati (fortunatamente) cambiati. Arbitro della sorte è una monetina, lanciata negli spogliatoi, alla presenza dei due capitani, dal direttore di gara tedesco Kurt Tschenscher.

 

Mentre il pubblico nello stadio – e il Paese intero, per radio o per televisione – attende con il fiato sospeso, la fortuna decide di assecondare i padroni di casa. Ad annunciare la vittoria, poi, ci pensa il capitano degli Azzurri Giacinto Facchetti, mitico difensore dell’Internazionale di Milano, uscito dagli spogliatoi con le braccia alzate. Lo stadio – e il Paese – può finalmente ruggire per l’insperata vittoria.

 

L’Italia del 1968 è una polveriera pronta ad esplodere. Nelle città del Paese – tra cui anche Trento, dove la facoltà di sociologia strappa la placida e sonnecchiante città dal torpore e dal provincialismo (QUI un approfondimento) – si riflettono le agitazioni studentesche ed operaie, capaci di saldare differenti rivendicazioni tra locale e globale. Un anno dopo, la comunità nazionale piomberà nell’incubo delle stragi terroristiche (QUI un approfondimento).

 

In un’atmosfera di festa, invece, si giocano i destini dell’Italia calcistica, tra le speranze e le diffidenze dei tifosi. La nazionale azzurra, infatti, non alza un trofeo internazionale dal 1938, quando l’eccezionale 11 guidato da Vittorio Pozzo (QUI un approfondimento) alzò il suo secondo mondiale consecutivo. Quelle squadre, però, evocano il fantasma del regime che rappresentavano di fronte al mondo: il fascismo.

 

La grande attesa per la finale dura tre giorni. Si gioca l’8 giugno, all’Olimpico di Roma. Di fronte agli Azzurri di Valcareggi c’è la Jugoslavia di Dragan Džajić, fenomeno della Stella Rossa di Belgrado e autore del gol che ha eliminato nella gara del Franchi l’Inghilterra di Bobby Charlton, campione del mondo in carica.

 

L’allenatore triestino è costretto a rinunciare alle stelle Gigi Riva e Gianni Rivera, infortunati, mentre preferisce Pietro Anastasi a Sandro Mazzola. La Jugoslavia, favorita e non senza supponenza – l’allenatore jugoslavo presenterà i suoi come favoriti dopo la vittoria sui campioni del mondo inglesi – non a caso va in vantaggio con il suo asso, salvo poi faticare a chiudere la partita.

 

Questa difficoltà a segnare il secondo e definitivo gol tiene vivi gli italiani, che a dieci minuti dal novantesimo trovano l’insperato pareggio con una punizione dell’interista Angelo Domenghini. Dopo i supplementari, però, il risultato rimane inchiodato sull’1-1 e una finale non si può decidere al primo tentativo affidando la sorte ad una monetina. La partita deve essere rigiocata.

 

Dopo 48 tesissime ore, Italia e Jugoslavia scendono nuovamente sul campo da gioco dell’Olimpico. È il 10 giugno 1968 e Valcareggi, criticato per le scelte tecniche nella precedente partita, decide di cambiare l’11. Cinque giocatori nuovi, tra cui Riva e Mazzola, vengono schierati nella formazione iniziale, determinando le sorti della partita. È proprio il campione del Cagliari, infatti, a segnare l’1 a 0 dopo appena 12 minuti dal fischio d’inizio.

 

Al 31’ Anastasi firma il 2-0. L’Italia difende il vantaggio di fronte agli attacchi a testa bassa degli avversari, ma la porta di Zoff rimane inviolata. Gli jugoslavi appaiono stanchi e meno baldanzosi, i minuti scorrono e il triplice fischio consegna la coppa agli Azzurri, alzata nel cielo della capitale da capitan Facchetti. L’Italia vince il suo primo titolo, battendo due nazionali che non esistono più.

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