Dorothea Wierer: "Io e Sinner 'poco italiani'? Mi dà fastidio quando lo dicono, ma mi sono messa il cuore in pace. Le Olimpiadi in casa? Bello che tutto finisca dove è iniziato"
Ospite al podcast ufficiale de La Gazzetta dello Sport, la fenomenale campionessa altoatesina si racconta senza filtri, tra sogni, speranze e paure in vista dell'appuntamento olimpico di casa dove si chiuderà la sua straordinaria carriera da atleta: "Il pensiero di finire dove tutto è cominciato è una cosa molto bella, anche se non dovessi vincere o fare medaglie"

MILANO. Che davanti alle telecamere si trovasse a suo agio lo aveva dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, quando ha vissuto da inviata di Eurosport/Discovery tutte le Olimpiadi estive del 2024 a Parigi: ma Dorothea Wierer lo ha confermato una volta di più intervistata da Chiara Soldi per il podcast ufficiale de La Gazzetta dello Sport.
Una puntata di poco più di un'ora in cui la fenomenale atleta altoatesina, stella del biathlon internazionale, ha parlato senza filtri di sport, sogni, speranze e paure. Per la classe '90 nativa di Anterselva infatti si avvicina la conclusione di una carriera straordinaria che troverà il suo culmine conclusivo sulle nevi di casa, in quella Sudtirol Arena dove ha mosso i primi passi e dove a febbraio nella rassegna a cinque cerchi andrà a caccia di nuove emozioni: e chissà, magari anche di un'altra medaglia da aggiungere alla collezione.
"Sarà una chiusura di carriera ideale - ha raccontato Dorothea, sfoderando il suo immancabile sorriso contagioso - anche se non dovessi vincere o fare medaglie. Il pensiero di finire dove tutto è cominciato è una cosa molto bella, ed è anche una bella storia da raccontare. A febbraio si chiuderà questo cerchio, poi spero che mi godrò un po’ la vita".
C'è l'entusiasmo per un ultimo evento da vivere da protagonista, ma c'è anche l'incertezza per quello che attende Wierer dopo la carriera di atleta. Un ritiro che un po' preoccupa. "Un po’ sì, l'idea del ritiro, di cosa succederà dopo, mi spaventa. Penso che quando sei un atleta professionista, uno sportivo non puoi prepararti al 100% al futuro. Puoi avere i tuoi progetti, puoi avere le tue idee, ma non sai - finché non lo vivi davvero - com’è la 'vita' là fuori. Noi viviamo in una bolla, non è la vita di tutti i giorni, e da quel punto di vista siamo davvero molto privilegiati".
Dorothea non si sottrae a delle considerazioni sulla querelle nata a proposito della presunta "italianità riluttante" di Jannik Sinner e più in generale degli sportivi altoatesini. "Dicono che siamo 'poco italiani'? Mi sono messa il cuore in pace. Tanta gente lo dice senza pensarlo, è abituata a dirlo e non lo crede neanche più. Ovviamente non è piacevole, mi dà fastidio quando lo dicono: a maggior ragione quando si parla di qualcuno che gareggia e vince per l'Italia, e che si sente italiano. Ogni tanto mi piacerebbe togliermi questo mio accento 'duro' e questa 'r' moscia (dice Dorothea ridendo, ndr), ma non mi viene naturale, sarebbe tutto finto e a me non piacciono le cose finte. Le tante differenze nel modo di parlare, nei dialetti e nelle tradizioni tra una regione e l'altra credo che facciano parte del bello dell'Italia. Ogni luogo ha la sua cultura e la sua storia. Io il dialetto napoletano non lo capisco - ammette sorridendo -, ma queste differenze sono il bello di questo Paese, no?".












