Con uno schiaffo seppe voltare le spalle all'alpinismo misogino: "In questa compagnia di ipocriti e di buffoni io non posso più stare"

Il 9 dicembre di sessantadue anni fa se ne andava Mary Varale, una delle figure femminili più iconiche della storia dell’alpinismo. Un’eroina del sesto grado, che tra il 1924 e 1935 scalò ben 217 cime, in cordata con i più forti alpinisti del tempo: la sua storia si è intrecciata con nomi come Tita Piaz, Emilio Comici e Riccardo Cassin. Il suo addio all’alpinismo e al Cai è stato uno dei più indelebili

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"La sua passione per le cime non era soltanto roccia e strapiombi, gridi gioiosi dalle vette raggiunte, ma anche le passeggiate sui prati e nei boschi alla ricerca di fiori e funghi mangerecci. Vi rimaneva per lunghi periodi, dividendo la semplice esistenza dei montanari della Val Malenco e della Val Masino nelle loro rustiche abitazioni aiutandoli nelle bisogne quotidiane. Quando occorreva si caricava del fieno nelle gerle, accudiva alle faccende domestiche".
Così il marito, cronista sportivo, descriveva la celebre alpinista Mary Varale.
Moriva oggi, sessantadue anni fa, il 9 dicembre 1963. Oltre che per le 217 cime scalate tra gli anni Venti e Trenta, si ricorda di lei il sonoro schiaffo epistolare con cui dava le dimissioni al Centro Alpinistico Italiano nel 1935, quando il Cai aveva negato la medaglia al compagno di cordata Alvise Andrich, colpevole di aver aperto una nuova via sul Cimon della Pala in compagnia di una donna.
Nata Maria Gennaro, nel 1895, a Marsiglia, la giovane Mary lascia poche tracce ai posteri della sua giovinezza. Forse - ipotizza qualcuno - potrebbe aver acquistato familiarità con la roccia scalando sugli splendidi Calanques della Costa Azzurra. Trasferitasi a Milano durante la giovinezza, se ne ricorda tuttavia il vestire alla moda, nonché i modi emancipati e originali, molto lontani dalla norma della signoria milanese. Dalla metropoli, prese a frequentare la zona della Grigna, teatro delle prime scalate.
I primi passi in termini alpinistici li mosse tra il gruppo dell’Ortles e del Disgrazia; ma la svolta determinante per la sua carriera alpinistica venne dalle Dolomiti, nel 1924, grazie all’incontro con un altro personaggio molto amato dalle cronache del periodo. Allora, infatti, conobbe a Canazei la famigerata guida Tita Piaz, il "diavolo delle Dolomiti".
Un aneddoto diffuso su questo incontro, fu di quella volta, pare sulle Torri del Vajolet, in cui Piaz, passandole una corda tra la gamba e la spalla, "invitò" l’allieva a buttarsi da un pennone di roccia. Indugiando sul da farsi, la Varale pensò bene che non era il momento di farsi vedere debole e incerta, specie per una donna: "Non volevo far vedere di impaurirmi davanti a quel celebre arrampicatore col quale dovevo scalare ancora tante vette e che considero come il mio maestro, non battei ciglio, e con la massima freddezza, fattami sull’orlo della torre con le spalle rivolte al vuoto mi lasciai andare. Sono momenti di emozione che non dimenticherò più".
Tra il 1924 e il 1935, Mary scalerà 217 salite, una cifra assai considerevole al tempo, specie per una donna; e lo fece intrecciando la sua storia a quella di alcuni dei più celebri scalatori del tempo; tra questi vi sono nomi come Giuseppe Dimai, Emilio Comici, e Riccardo Cassin.
Nel 1933 apre una delle vie più famose, lo Spigolo Giallo sulla Cima Piccola di Lavaredo, in cordata con Emilio Comici e Renato Zanutti. Diverrà una delle classiche più amate delle Dolomiti. Nello stesso anno sposa il giornalista sportivo Vittorio Varale, che fino ad allora si occupava di ciclismo. Dopo il matrimonio con Mary, Vittorio diventerà uno dei principali narratori della cosiddetta "Epoca d’oro del Sesto grado".
L’anno successivo, questa volta insieme Alvise Andrich e Furio Bianchet, Mary Varale firma anche una via tra il V e VI grado sulla parete Sud-ovest del Cimon della Pala. Questa però, verrà ricordata non tanto per il valore alpinistico, ma per il mancato riconoscimento da parte del Cai.
Il Coni, che agiva su suggerimento del Cai, in quell’anno scese di non assegnare ad Andrich e Bianchet le medaglie per il valore atletico; per evidenti ragioni misogine proprie dell’associazione in tempi di regime. La colpa dei due, infatti, era proprio quella di aver scelto come compagna una donna. Il premio venne così attribuito ad alpinisti, secondo la Varale, meno meritevoli.
In risposta a questa posizione del Club (allora rinominato Centro Alpinistico Italiano), il 20 luglio 1935 la donna spedisce all’indirizzo di Francesco Terribile, allora presidente del Cai di Belluno, una lettera di dimissioni, completa dell’elenco delle ascensioni da lei compiute. Oggi, quella stessa lettera autografa è conservata nella Biblioteca Civica di Belluno.
"In questa compagnia di ipocriti e di buffoni io non posso più stare, mi dispiace forse di perdere compagnia dei cari compagni di Belluno, ma non farò più niente in montagna che possa rendere onore al Club Alpino dal quale mi allontano disgustata".
Come c’era da aspettarsi, simili affronti non sono tollerati dalle istituzioni fasciste. Quello sul Cimon della Pala sarà l’ultimo sesto grado di Mary Varale, che uscirà dal mondo dell’alpinismo molto meno silenziosamente di come vi era entrata. Il suo nome ha lasciato un segno profondo e indelebile, nonché un pericoloso precedente per l’alpinismo chiuso ed ostinatamente maschile del tempo.
Nel corso degli anni Cinquanta, dopo essersi votata ad una vita appartata e circondata dall’amore del marito e dei cari, un’artrite reumatoide la costringerà sempre più all’immobilità, fino anche all’incapacità di parlare, una condizione angusta e soffocante, specie per chi è arrivato a toccare certi spiragli di libertà. Morì nella sua casa di Bordighera il 9 dicembre 1963.













