Da Stoccolma alla vetta dell'Everest in bicicletta, andata e ritorno: 13mila chilometri e un carrello da oltre 100 chili. L'epopea di Goran Kropp

Compare di scorcio in "Aria sottile", il celebre resoconto autobiografico di Jon Krakauer della tragedia del Monte Everest del 1996. Al campo base, in seguito al dramma, si mise a aiutare i soccorsi. Dopo aver toccato il tetto del mondo, saltò nuovamente in sella per tornare in Svezia

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Nel celebre volume di Jon Krakauer, Aria sottile, il resoconto autobiografico della tragedia del Monte Everest del 1996 nella quale otto scalatori morirono e molti altri rimasero intrappolati da una tempesta, compare di scorcio una figura apparentemente marginale, quello che si direbbe un personaggio secondario. Come negli antichi poemi omerici, però, ciascun eroe nasconde una propria storia, avventurosa ed articolata, una peculiare origine mitica. Questo personaggio è Goran Kropp.
Nacque l’11 dicembre 1966 a Eskilstuna, in Svezia. All'età di 6 anni, il padre Gerhard lo portò con sé sulla cima del Galdhøpiggen in Norvegia, la vetta più alta della Scandinavia. Dopo alcuni anni nei paracadutisti dell'esercito svedese, si dedicò a tempo pieno all'alpinismo, e, nel 1993, fu il primo scandinavo a scalare il K2 senza l'ausilio di bombole d'ossigeno.
Nella primavera del 1996, sull’Everest, Krakauer ricorda un ventinovenne svedese, magro e stempiato. "The crazy Swede" lo chiamavano.
Il giovane Goran Kropp si trovò ad attaccare la vetta dell’Everest una settimana prima di Krakauer. Nell’ultimo tratto, però, incontrò molta più neve fresca del previsto, che ne causò un notevole ritardo sulla sua tabella di marcia. A cento metri dalla cima, dovette rinunciare. Erano nove mesi che aspettava quella vetta, ma scelse di tornare giù. La tragedia della settimana dopo, diede ragione alla sua lucidità.
Ciò che affascinava Krakauer e compagni di questo curioso personaggio, era la follia che vi intravedevano. Sì perché, se tutti i presenti condividevano un certo seme di genio e pazzia - giusto quello necessario ad affrontare la vetta più alta del mondo a costo della vita -, ben di più ce ne voleva per partire dalla Svezia in bicicletta per arrivare fin su sull’Everest. Tuttavia, a ben guardare, Goran sapeva bene quello che faceva, era metodico e preparato.
Una vecchia mountain bike con appeso un carrellino con oltre 108 chili di attrezzatura da alpinismo. A chi gli avesse chiesto cosa ci facesse fuori da casa sua, a Stoccolma, in quelle condizioni, si sarebbe sentito spiegare che stava partendo con l'intento di scalare la montagna più alta del mondo. E lo avrebbe fatto tutto da solo, senza portatori né ossigeno supplementare.
Allo stranito e immaginario passante la domanda sarebbe a quel punto venuta spontanea: "ma perché?". Beh, di fronte a questa domanda, qualsiasi alpinista tentennerebbe. Lui - probabilmente - avrebbe risposto "per amore della montagna e per rispetto verso di essa". Era una scelta etica, ma lo sarebbe diventato solo di fronte ad una simile domanda; prima, probabilmente, nella testa di Kropp era sembrata semplicemente l’approccio più ovvio.
Pedalò per 13mila chilometri attraverso l’Europa e l’Asia. Giorni e notti sotto la pioggia, il vento, il gelo, strade sconnesse e deserti infiniti. Dormiva in tenda, cucinava con piccoli fornelli, viveva del necessario. Ogni chilometro percorso era un atto di fede, di fede verso un sogno, e di dedizione fisica e mentale a quella vetta.
Ci mise sei mesi, da ottobre 1995 ad aprile 1996. Quando finalmente arrivò in Nepal, non si concesse tregua. Montò il suo campo base e iniziò l’ascesa all’Everest. Sempre per la via più dura: da solo, senza ossigeno artificiale, senza portatori sherpa. Solo la sua forza, il suo passo lento ma costante, il respiro che diventava sempre più corto man mano che l’aria si faceva sottile.
Com’è finito quel tentativo lo dicevamo prima, a cento metri dagli 8848 della vetta. Tornò allora giù al Campo Base, dove passò le successive tre settimane. Dopo una sola settimana, una tormenta fece otto vittime tra gli alpinisti che tentavano di salire sull’Everest, e Kropp si prodigò nei tentativi di salvataggio e nel trasporto di medicinali.
Dopo tre settimane, il 23 maggio 1996 ripartì in direzione del cielo: questa volta raggiunse la vetta dell’Everest. Fu il secondo uomo, dopo Reinhold Messner, a raggiungere questo obiettivo in una spedizione in solitaria senza ossigeno. Il primo dal versante meridionale.
Purtroppo, il viaggio a suon di pedali dalla Svezia non è parametro da alpinisti: a saperlo, a Goran probabilmente quest’etichetta sarebbe riuscita stretta. Sceso dalla vetta, infatti, raccolse i suoi bagagli, agganciò il grosso carrello e ripartì alla volta di Stoccolma.
Compirebbe sessant’anni oggi, se la sua storia non fosse stata interrotta nel 2002 da un tragico incidente di arrampicata a Washington, negli Stati Uniti, all’età di 35 anni. La sua odissea, però, risuona ogni anno nelle fantasie degli alpinisti, degli avventurieri, dei sognatori.













