Quando la fotografia fu scattata, a Emilio Comici rimanevano meno di due mesi di vita: sguardo malinconico, una catenina d'oro e il viso rugoso segnato dal sole e dalla fatica

Il 21 febbraio di 124 anni fa nasceva a Trieste Emilio Comici, il più forte e tormentato scalatore della sua generazione

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il 21 febbraio di 124 anni fa nasceva a Trieste Emilio Comici, il più forte e tormentato scalatore della sua generazione. Comici aveva un carattere remissivo, da sognatore, gli piaceva suonare la chitarra e circondarsi da amicizie femminili. Aveva una voce acuta ("la voce a spillo d’Emilio" diceva Fosco Maraini), i modi gentili, le pose poco mascoline, il carattere modesto. Ma in parete…
Calzava scarpette con la suola di feltro, annodava una corda di canapa intorno alla vita e si lancia sul terreno verticale, spesso senza piantare chiodi per tutta la lunghezza. Slegato. Come sulla via nuova lungo gli abissi alla Nord della Cima Grande di Lavaredo aperta con i fratelli Dimai, e poi ripetuta in quattro ore da solo.
Tra le migliaia di fotografie che ritraggono Emilio Comici, ce n’è una che a mio parere andrebbe guardata con particolare attenzione. È scattata da Severino Casara, il suo compagno di cordata.
Comici è accovacciato sulla cima di un fantastico torrione dolomitico alto 400 metri, nel gruppo del Sassolungo, mai salito da nessuno in precedenza (al quale verrà dato il nome del gerarca Campanile Balbo e, a guerra finita, Campanile Comici, o Salame). È il 29 agosto 1940. Al trentanovenne scalatore rimangono meno di due mesi di vita. Morirà precipitando da una falesia in Vallunga, non lontano da lì. Indossa i suoi abituali pantaloni da roccia – alla zuava di velluto a coste – e una giacca a vento di tela chiara tipo parka. Ha i capelli arruffati, le labbra leggermente socchiuse, il viso rugoso segnato dal sole e dalla fatica.
Ma è il suo sguardo malinconico che più di tutto ci parla. È rivolto verso il basso e sembra stanco, rassegnato, pare esprimere la consapevolezza che la parabola del grande campione stia ineluttabilmente declinando. Sempre quella stessa fotografia ci offre un altro dettaglio interessante. Comici porta al polso sinistro una catenina d’oro: il ricordo materiale di un’antica ferita. Quei pochi grammi d’oro erano appartenuti alla sorellina Lucia, morta a quattordici anni per un cancro al cervello. All’epoca Emilio ne aveva ventuno e non si sarebbe mai dimenticato di quel dono che Lucia gli fece sul letto di morte.












