Scalerà il grattacielo più alto di Taiwan (508 metri) senza corda e in diretta streaming. La prossima avventura di Alex Honnold proietta la scalata di fronte a un bivio culturale

Vedremo la scalata del Taipei 101 in diretta su Netflix, nel 2026. Con la speranza che l’impresa si risolva nel migliore dei modi, resta l’urgenza di chiarire che certe immagini non dovrebbero essere trattate come mera merce: per rispetto degli atleti, delle famiglie e della collettività, alcune soglie non andrebbero superate né violate da un pubblico collegato in tempo reale

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il gesto di un uomo che sfida la gravità, che si fonde con una parete di roccia, era un tempo un rito di intimità e di silenzio. La montagna, il rischio, quella solitudine estrema, erano esperienze che appartenevano esclusivamente a chi le affrontava, come un segreto sacro che ne rinforzava la potenza. La vera grandezza nasceva dalla riservatezza e dal rispetto tra uomo e natura.
Oggi, questa visione sembra lontana. La notizia della scalata del Taipei 101 da parte di Alex Honnold, che vedremo in diretta su Netflix nel 2026, rappresenta una rottura netta con quella tradizione. Il grattacielo più alto di Taiwan, con i suoi 508 metri e 101 piani, diventerà il palcoscenico di un’impresa desinata a diventare uno spettacolo globale. La novità non sta nell’ascesa senza corda, senza protezioni, in un solo, possibile tentativo. La svolta sta nella diretta streaming, davanti a milioni di occhi digitali che seguiranno ogni passo, ogni respiro, ogni rischio.
Per chi conosce l’universo dell’alpinismo, questa scena assume un’eco potente: la decisione di affrontare il vuoto senza alcun dispositivo di sicurezza, lasciando che il rischio naturale del gesto si mostri davanti a un pubblico globale. La scalata senza corda porta lontano da ogni comfort e protezione, laddove il limite tra la vita e la morte si fa sottile come un filo di seta. La sfida di Honnold, celebre per imprese come l’ascensione di El Capitan senza corda, ora si trasferisce su un palco ancora più imponente, che ha dietro di sé l’intera modernità e le sue catalessi mediatiche.
La cronaca recente aggiunge un’ombra inquietante alla questione. La morte, sempre possibile nelle discipline al limite, assume oggi un’altra dimensione: non è più soltanto tragedia privata, ma potenzialmente evento mediatico. La drammatica vicenda di Balin Miller, scomparso lo scorso 1° ottobre in diretta su Tik Tok, dopo una scalata solitaria nonostante la presenza della corda, ricorda che gli incidenti possono nascere da un attimo, da una distrazione, da un gesto istintivo. Se una simile fatalità si consumasse durante una diretta, la scena non sarebbe soltanto una perdita per amici e famigliari, ma un trauma collettivo visto e commentato da migliaia, se non milioni, di spettatori. Quale cura per gli affetti, quale rispetto per il lutto, quali responsabilità editoriali sono previste in simili circostanze?
Ma mentre una tragedia come questa ci colpisce nel profondo, in un mondo digitale ormai saturo, si apre un'altra questione inquietante: quella della nostra dipendenza dall’immagine, dalla condivisione immediata. La poesia di un’impresa reale, fatta di riservatezza e passi lenti, sta lasciando spazio a una fame insaziabile di emozioni forti e condivisioni istantanee. La massima aspirazione non è più solo raggiungere la vetta, un'ambizione comunque limitata, ma essere i primi a raccontarla, a condividere ogni attimo con l'onnipresente pubblico digitale: con il solo obiettivo di riscuotere il proprio minuto giornaliero di celebrità, tra un gattino che cade in una tazza di latte e una Greta Thunberg che ci ricorda il valore dei diritti umani.
C’è inoltre un danno culturale meno quantificabile nel breve periodo: la deformazione dei valori fondanti dell’alpinismo. Se il fine ultimo diventa l’applauso, il click, la condivisione, l’orizzonte dell’impresa si restringe. L’alpinismo tradizionale ha sempre esercitato una dialettica tra rischio e gestione, tra sfida e rispetto; è stato scuola di rigore, di modestia, di silenzio. La diretta spettacolarizza l’errore e banalizza il rischio, e nel farlo invia un messaggio ambivalente alle nuove generazioni: la grandezza è misurata non più dal vissuto personale, ma dalla platea che assiste.
Le motivazioni di Honnold sono nate di certo dalla passione viscerale per l’arte dell’arrampicata. Particolarmente ammirevole è, inoltre, il suo impegno sociale: parte dei proventi della scalata, attraverso la Alex Honnold Foundation, verranno devoluti a progetti di accesso all’energia solare nelle comunità meno servite. Un gesto nobile, che tuttavia non riesce a nascondere un sospetto che l’uomo comune, e forse anche molti appassionati di montagna, nutrono: fino a che punto è etico trasformare l’estremo in uno spettacolo, rendendo la vita umana un contenuto?
Forse siamo di fronte a un bivio culturale: o sapremo reintrodurre dei limiti alla spettacolarizzazione dell’estremo o assisteremo a una progressiva implosione del senso dell’impresa, consumata e dimenticata nel tempo di una scrollata su un social media. Scegliere la prima strada richiede il coraggio di rinunciare a facili audience per preservare il valore dell’agire umano.
La storia ci insegna che l’alpinismo ha sempre avuto un legame profondo con i valori sopracitati. Ricordiamo le imprese di Reinhold Messner, che sfidò le Alpi senza il bisogno di mostrare ogni passo, o le imprese di Walter Bonatti, che preferivano la quiete e il rigore. La vera forza risiedeva nella profondità dell’esperienza personale, che non aveva bisogno di essere acclamata da nessuno.
E infine, c’è la responsabilità collettiva che ci portiamo dietro. La nostra iperconnessione ci ha reso spettatori e attori di un circo digitale senza fine, dove l’attenzione si erode in pochi attimi e le immagini di tragedie o di imprese si condividono come contenuti effimeri. È come se, ogni volta che leggiamo di una scalata o di una caduta, il nostro cuore si abitui alla distanza, come un rumore di sottofondo che ci accompagna senza scuoterci davvero. La domanda vera è: vogliamo davvero ridurre ogni grande avvenimento a una serie di immagini e video da scorrere, oppure è possibile ancora conservare ciò che, nel gesto estremo, ci parla di umanità insegnandoci il limite?
Con la speranza che l’impresa si risolva nel migliore dei modi, resta l’urgenza di chiarire che certe immagini non dovrebbero essere trattate come mera merce: per rispetto degli atleti, delle famiglie e della collettività, alcune soglie non andrebbero superate né violate da un pubblico collegato in tempo reale.
La sfida del futuro sta nel saper riconoscere quando il rischio, anche il più grande, non deve essere tradotto in spettacolo. Perché, come ha detto Platone, “Non muovere mai l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché difendendosi l’uno con l’altra, queste due parti mantengono il loro equilibrio e la loro salute”. E questa, forse, è l’eredità più alta che l’umanità possa lasciare alle generazioni che verranno.
Credo che dedicare qualche istante in più alla riflessione sulle conseguenze delle proprie scelte sia l’unico modo per sperare in una società che sappia progredire e trasmettere i valori nascosti, ma ancora vivi, ai quali le future generazioni potranno ancorarsi, anche quando si troveranno sospese sulle pareti più scivolose.













